| BARABBA
LIBERATION FRONT |
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| 28.03.2007 :: Ho meditato a lungo di 'bruciare' virtualmente questa pagina. Alla fine ho optato per una sua conservazione a regime puramente museale. Godetevela come vi pare, gli aggiornamenti da queste parti sono belli che chiusi. |
un portale per Spiriti Liberi
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Per cominciare proviamo a spiegare cosa Barabba Liberation Front VORREBBE ESSERE, chiarendo che d'ora in avanti tratteremo solo di aspirazioni, con l'arroganza che è propria di chi crede in ciò che spera, e raramente di verità realizzate. Con tutto il rischio d'astrattezza che ciò inevitabilmente comporterà. A un primo approccio verrebbe troppo naturale parlare di un movimento, di una congrega anarchica o qualcosa del genere, nella tradizione della militanza libertaria tipica di certi spiriti di quest'ultimo secolo. Non sarebbe neanche difficile, su presupposti generici, assimilare l'immagine di questo prigioniero liberato a un certo tipo di pur abusatissimo agire politico. In realtà, più che anarchismo qui si fa immoralismo. Si cancellano venti secoli di illuminata alienazione spiritualista, e si riscrive la storia. È una sorta di società dei disillusi realizzata nel tentativo di dar senso alla vita di chi, troppo intelligente o troppo curioso, tutti i 'senses of life' globalmente celebrati li aveva da tempo rinnegati.
Non è neanche tanto condannare determinate idee o intenzioni a privilegio di altre, far crocifiggere un predicatore del regno di Dio in luogo di un insorto sostenitore della felicità del Mondo Di Carne. Nossignori, qui il ragionamento è del tutto simbolico. Barabba è il nome che ho amato affibbiare al più autentico e onesto me stesso, il mio Es meno censurato per dirlo con licenza psicoanalitica. Sarà una gioia vederlo liberare, veder liberare l'onestà e ogni MIO sano istinto, e crocifiggere per una volta le nauseabonde, comatose restrizioni che qualcun altro ha stabilito per me. Lo Spirito Libero non ha paura d'appartenere o rispettare, sa farlo senza l'ipocrita formalismo della morale, sa appoggiarsi alle regole e infrangerle in nome solo della propria Umanità, lo Spirito Libero disprezza gli aggettivi sacri i momenti storici l'integrità intellettuale le parole giuste e tutto ciò che non faccia rumore, lo Spirito Libero è Uomo che vive e non pretende d'essere altro.
Spiriti Liberi ci si nasce e allo stesso tempo ci si diventa, nel momento in cui si comprende che l'unico modo per essere se stessi è DIVENTARLO. Volontà, autodeterminismo, egoismo, rispettosa audacia che badate non vuol dire arroganza, ecco tutto quello che occorre. E fiducia nella omogeneità dei bisogni fra individui (sottolineo individui) diversi (sottolineo diversi). E non a caso parlo di omogeneità, non di uguaglianza.
Le soluzioni politiche della tradizione anarchica non esauriscono in questa ottica neanche un decimo del nostro discorso. Dove più mi allontano dalla visione anarchica classica è nella distinzione stirneriana fra Rivoluzione e Rivolta. Barabba Liberation Front fa riferimento alla seconda delle due: non ha nessuna nuova organizzazione umana o sociale da proporre, in compenso offre una soluzione esistenziale convincente e soddisfacente (?) a QUESTA organizzazione, quella attuale intendo. O comunque quella classica: qui si ragiona in termini assoluti, contestualizzati al tempo e al luogo solo per praticità. La Rivoluzione, funzionale e strutturale, in sintesi metodologica, può avvenire solo a livello mentale. Ecco perché Barabba Liberation Front, in quanto Punk, non è che rivoluzione degli intelletti: questione numero uno. |
rivoluzione degli intelletti
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| La rivoluzione degli intelletti pone la propria causa su alcuni criteri ben determinati: la fiducia nella oggettiva utilità vitalistica del rispetto umano, della tolleranza e della non sopraffazione, impone in primo luogo l'inattuabilità di una rivolta fisica, violenta, che neghi essa stessa la propria natura e il proprio fine. In secondo luogo, la rivoluzione ha da venire nell'intelletto proprio perché è l'esperienza intellettiva medesima ciò che essa dovrebbe tendere a rinnovare. Da ciò ecco derivare il primo aspetto generale del nostro 'movimento', e forse il suo unico attributo incondizionato: pacifismo. Del resto, quale grande rivoluzione nella storia dell'umanità fu realizzata tramite l'uso delle armi e della violenza? Forse che Gesù Cristo, Voltaire, Rousseau, girassero col serramanico in tasca? Le cose si cambiano a tavolino, non in battaglia, e chi comanda molto spesso questo lo sa. La guerra serve solo a legittimare, quando vi riesce e quando non è funzionale a terzi inconoscibili interessi, idee già presenti e diffuse per altre vie. E, naturalmente, a far credere di servire a qualcosa per distrarre da ciò che serve realmente. Convinciamoci TUTTI di questo e saremo già arrivati a buon punto.
L'obbrobrio della morte provocata non va a favore dell'egoismo positivo di sui sopra, ma paradossalmente ne compromette la realizzabilità. Quale Spirito Libero (o Uomo di Vita - espressione coniata per l'occasione) potrebbe mai ritenersi tale dopo aver cancellato con le sue mani una intera esistenza? Che sia altrui o propria non fa differenza, non è libertà quella vissuta alle spalle di una prigionia.
Naturalmente pacifismo non è imbecillità. Personalmente ammetto (pretendo) la reazione violenta quando questa sia finalizzata a un lucido evitamento di una violenza maggiore. Cazzo, la legittima difesa molte volte lo è sul serio, legittima. Purché non diventi vendetta: non ho mai creduto alla giustizia in veste di principio comune dettato da norme ritenute erroneamente assolute, figuratevi se sono in grado di credere alla vendetta.
Vendetta, orgoglio, onore: li chiamo valori fascisti, mi fa specie che esistano ancora. Sono i figli più deformi (ma non gli unici) di quella integrità intellettuale cui accennavo più sopra. E fidatevi che si può essere felici anche senza. |
immoralismo
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| Tutto ciò che vale, nella vita di un uomo, è il prepotente istinto, la vitale passione, l'originalità cognitiva e comportamentale come senso distintivo e fine ultimo del suo essere al mondo. Millenni di religioni, false scienze e, nondimeno, interessi di regno, hanno condotto alla formazione di quella che oggi definiamo morale, o, con pretesa positività e ipocrita soggettivismo da parte di molti, etica. Ma non esiste morale, non esiste etica, non esiste Dio al di fuori della coscienza individuale, e del rispetto per le coscienze altrui. Riferendomi al quale, fate attenzione, non parlo affatto di altruismo, quanto di compromesso, di ragionevole patto di convivenza fra entità sostanzialmente indipendenti - dunque ancora di egoismo. Tutto il resto è morte e solo morte.
E queste, temerariamente, non mi limito a ritenerle opinioni.
Qualsiasi gruppo di persone con scopi o destino comuni NON può evitare l'instaurarsi al suo interno di una qualche forma di morale, un codice di comportamento da seguire per la realizzazione dei suddetti propositi. Analogamente, sarebbe impensabile un mondo senza regole. Quel che ci disgusta non è la regola in sé, ma la sua arroganza assolutista, il suo distaccarsi dalla sua funzione regolatrice contestualizzata ad un fine preciso, e il suo assurgere arbitrario a principio a-priori. Credetemi, nessuna regola è nata prima di voi: qualunque cosa servirà ai vostri scopi, quella sarà la vostra legge.
Non riesco poi a capire come si faccia ancora a posporre la 'rivoluzione morale' a quella politica. Cioè: come mai tanti fieri combattenti spendano tutte le loro energie a guerreggiare contro lo Stato e le sue leggi scritte, quando il limite più subdolo e velenoso, e difficilmente controvertibile, risiede nella mente della gente e in tutte quelle regole non scritte, ma tacitamente accettate e perpetuate da ognuno come principî assoluti e incondizionatamente vitali e auspicabili.
E non ho neanche paura a parlare di 'gente'... la gente la amo così tanto e disinteressatamente da disprezzarla, detestarla a morte allorché essa stessa non sia in grado di riconoscere il proprio valore. La gente è l'individuo non divenuto se stesso, paradossalmente proprio colui nel cui nome val la pena lottare. |
iniorantia legis non excusat
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| Non nego ovviamente che i due campi di battaglia (morale-vs-politica) siano per buona parte complanari. Se è importante tenere in considerazione l'aspetto intrinseco e 'non scritto' del condizionamento contro cui intendiamo schiantarci, trovo altrettanto spontaneo riflettere su chi riceva privilegio e comodo da tali forme di condizionamento, e sulle strutture, le intenzioni, le responsabilità e i metodi su cui la sua azione condizionatrice si fondi.
Sottolineare come l'interesse dello Stato, in ogni sua forma, sia incompatibile con quello dell'individuo, mi pare abbastanza superfluo. Tanto più che in tutte le società di cui si abbia conoscenza storica, tale interesse di Stato si è naturalmente e sistematicamente involuto nell'interesse di pochi 'eletti' individui. Il che sarebbe talvolta di per sé un audace e vitale egoismo, non fosse per il non rispetto di tutti gli altri vitali egoismi, non fosse per la mortale disonestà, non fosse per la malefica insignificanza (opinione personalissima, convengo) degli apparati motivazionali - il 99% delle volte di matrice - burp - economica.
Ricollegandomi al discorso degli intelletti, potrei tirare in ballo un vecchio proverbio, trito e ritrito fra classi anche poco scolarizzate, parlo del famosissimo La Legge Non Ammette Ignoranza. È un detto capace di prestarsi a più d'una interpretazione. In una versione alternativa a quella classica, che immagino tutti conoscano, lo si potrebbe leggere così: Se la legge (=Stato, ma non solo) la sa più lunga di te, sta sicuro che ti s'inculerà quanto più forte e sovente possibile; ma se tu la sai più lunga della legge, allora sei tu che t'inculerai lei. Più formalmente: conoscere una regola è un ottimo aiuto a rispettarla, ma anche, paradossalmente, un irresistibile incentivo ad infrangerla.
Il che non è poi così banale. E sì che potrebbe sembrarlo, tanto più che, a livello terminologico, la contraddizione sarebbe palese: se con Potere si intende Tutto Ciò Che Può, allora diviene chiaro che noialtri, non-Potere, siamo coloro che - eheh - Non Può. Come è possibile che uno che non può POSSA agire efficacemente contro chi invece per sua natura può? Questione numero due. E perdonatemi l'eventuale poca chiarezza.
Siamo dunque condannati ad essere un sognante, sterile non-Potere nelle mani di questo 'almighty', opprimente Potere - in eterno?
Una bozza di soluzione la propongo riappongiandomi ancora al santissimo Stirner: 'Chi, per rimanere padrone di ciò che possiede, deve contare sulla mancanza di volontà di altri, è una cosa fatta da questi altri, così come il padrone è una cosa fatta dal servo. Se venisse meno la sottomissione, il padrone cesserebbe d'esistere'. Pensateci bene: e se davvero tutto il Potere del mondo risiedesse nel nostro pavido Non Volere? |
azione diretta?
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| Il movimento anarchico ufficiale, e parte dell'anarchopunk più fiero e estremista, non hanno mai tenuta nascosta la loro inclinazione al ricorso all'azione diretta per la risoluzione dei problemi sinora descritti.
Il problema vero, ad avviso mio e di ogni persona minimamente autocritica, è questo: tale azione diretta è da considerarsi inscritta o circoscritta al cerchio della Rivolta ricercata? Mi spiego: devono esistere ancora in suddetta azione le norme valutative da noi tutti aspirate, o è sufficiente far valere il detto per cui Per la causa tutto è permesso? Ancora più in breve: è ammesso negare momentaneamente la causa stessa al fine di poterla affermare totalmente in futuro? È concesso al pacifista - assassinare?
Secondo la mia idealistica e soggettivissima concezione, ASSOLUTAMENTE NO. Si ritorna al discorso di poc'anzi e alla riaffermazione del pacifismo totale: l'unica azione diretta che ci va di concederci (mai imporci) è quella propagandistica, quella che è nata e cresciuta e vissuta da sempre col Punk. Manifestazioni, concerti, chiacchiere ma di quelle fatte bene, e laddove necessario boicottaggi e creature simili - insomma le solite quotidianissime armi che tanto (o tanto poco) hanno fatto nel tempo (ecco un mio modo volutamente banalizzante di esaltare la creatività e la martellante eversività che sta dietro alle azioni più semplici - la nostra unica vera arma). E non ci si inganni pensando a come questo stesso carattere volantinistico dell'anarchopunk possa apparire per tanti aspetti imposturale o costrittivo. Non può esserci niente di forzato (tutto è diritto) in ciò che è fatto in una tale ottica di rispetto - l'oltraggio stesso vi troverebbe un suo senso 'non-negativo'. Si guardi il punk, quello fine a se stesso. Un punk è un oltraggio vivente, un boicottaggio che cammina per strada, una caricatura, un burattino che non nega dire Appartengo ma guai a osare dirne Mi appartiene. Un punk consapevole di se stesso - merce rara purtroppo, e da non confondere con troppe più diffuse specie isomorfe - è precisamente l'übermensch, in una forma parecchio abbozzata ve lo concedo, ed è l'unico autentico Uomo Di Vita attivonichilista in grado di imporla la vita, e di saperlo fare. Ma CON DIRITTO, l'ultimo diritto concesso in un mondo dove il diritto e il dovere non posseggano neanche più ragione d'esistere, un mondo fatto di vita e MAI di morte. La Vita, del resto, è un'epidemia: resta solo da trovare un modo per abbattere gli anticorpi. |
punk come etichetta
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| Ho abbandonato da tempo l'autodefinizione 'chaos punk' per ragioni non tanto ideologiche quanto pragmatiche: s'intendeva comunemente definire al mondo come 'chaos' un tipo di personalità sociale, monumento all'inconsistenza ontologica e all'inettitudine intellettuale, troppo divergente da quella che ho sempre ritenuto appartenermi. Non che mi sia mai dispiaciuta la tendenza tipicamente chaos punk all'esaltazione illimitata dell'istintualità e dell'egocentrismo anche estetico, tuttavia non mi è dispiaciuto neppure, maturando, contemplare l'idea di trasformare questa disposizione tutta fisica in una attitudine mentale - ora che lo stesso gusto situazionistico dello scandalo, proprio delle frange punk non anarchiche o 'settantasettine', sembra aver fatto il suo tempo.
Bisognava fermarsi un attimino a pensare, ecco tutto. E pensare, pensare, pensare ti porta a desiderare che ciò che scopri essere buono per te possa essere buono e disponibile per tutti gli altri. In altre parole, che diventi SISTEMA. Ecco l'avvento dell'anarchopunk.
L'anarchopunk, se bene interpretato (e ahimé pochi sanno bene interpretarlo) può essere un ottimo mare in cui far sguazzare un Uomo Di Vita come quello di cui vi parlavo: intelligenza, passione, temerarietà, innocenza, clownismo, onestà, e un'altra cosa per cui forse non esiste ancora espressione... Cos'altro può occorrere? Dio? Na na na fidatevi, non parlo a vanvera: se un Dio buono esistesse, si farebbe da parte e ci darebbe ragione.
Un'ultima parola sul famigerato senso estetico - o look - che ha reso famoso il Punk nel mondo come moda (o 'anti-moda', o più cruda 'trasgressione'), e elicitato la curiosità di caterve d'interpreti e teorici del simbolo che non hanno fatto altro che inventare significati e individuare principî per qualcosa che, di per sé, i significati e i principî li negava e basta. Non c'è nessun simbolo, solo vuote etichette visive - rappresentazioni del tutto contingenti e arbitrarie di una realtà analogamente categorizzata e omologata, discreta per struttura e per convenienza nonostante gli sforzi di molti (legittimi solo in quanto umani) di tirarsi fuori da ogni catalogazione per puro spirito anticonformista. Benché alla fine vi abbia anche aderito, ho trovato una mezza sconfitta dell'anarchopunk l'idea di ricorrere al 'bianco e nero' per protestare contro la presunta superficiale sgargianza delle tonalità 'chaos'/settantasettine: un riflesso condizionato degno del più recessivo e manualistico degli approcci, e a un'analisi pratica nemmeno tanto intelligente: voglio dire, è per la vita, per il colore, per il cazzeggio e per la leggerezza del tempo che amiamo lottare. Una oscura militanza fine a se stessa francamente non m'interessa. Sono pur sempre un punk, e che cazzo. |