BARABBA E L'ANARCHISMO EVANGELICO
 

(Ovvero: un'intro semiseria come pretesto a un sito di per sé irragionevole).

Il luogo comune intende Barabba come il ladrone la cui liberazione era stata acclamata dagli ebrei a Pilato in cambio della crocifissione di Gesù Cristo. In realtà, i testi biblici parlano di tutt'altro che di un semplice ladrone: nel vangelo secondo Marco è riportata la seguente frase: "Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere, insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio" (Mc 15, 7), pur non facendo nessun riferimento al fatto che Barabba avesse partecipato in prima persona all'insurrezione. Sennonché alcune note a pagina 101 del Novum Testamentum Graece et Latine fanno osservare che in alcuni antichi manoscritti evangelici, alla presentazione del personaggio di Barabba, compare la frase: "il quale era stato messo in carcere in occasione di una sommossa scoppiata in città e di un omicidio". Non è dunque certo che fosse stato lui a commettere l'omicidio, ma è fuor di dubbio che egli fosse stato coinvolto nella sommossa.

Tuttavia, la parte interessante pare essere un'altra. Il testo greco usa il termine "leghomenon Barabban" che si traduce con "detto Barabba", "chiamato Barabba", "soprannominato Barabba", e ciò lascia intendere che quello non fosse il nome proprio, ma un titolo o un soprannome. La nota 16 di pagina 101 del Novum Testamentum osserva come in altre arcaiche versioni manoscritte, al posto di "leghomenon Barabban" si trovi quest'altra espressione: "Iesoun Barabban", ovvero Gesù Barabba, a conferma del fatto che il personaggio non si chiamasse Barabba, ma che questo fosse un titolo, affiancato al suo vero nome: Gesù.

Sembra quindi che nel corso di quel processo, durante il ballottaggio per la scarcerazione di un prigioniero, Pilato avesse presentato al popolo due accusati: un certo Gesù, che i sacerdoti avrebbero condannato a morte perché aveva osato definirsi "figlio di Dio", e un altro Gesù, molto noto a tutti col titolo "Barabba"! Ma si tratta di semplice omonimia?

Per giungere ad una risposta facciamo un passo indietro nel tempo, fino all'interrogatorio che Gesù, qualche ora prima, aveva subito in casa del sommo sacerdote. Costui, che aveva nome Caifa, vistosi nella difficoltà di trovare un capo d'accusa valido per emettere una sentenza di morte, ad un certo punto avrebbe chiesto a Gesù: "sei tu il figlio di Dio?", e Gesù a lui: "tu l'hai detto". Attenzione: questo è ciò che sostiene il racconto evangelico, non è affatto certo che le cose siano andate proprio così, anche perché l'idea di un processo svoltosi in quelle condizioni è del tutto inaccettabile. I tempi, i modi, il luogo e tanti altri elementi incompatibili con la prassi giudiziaria ebraica, ci mostrano che quello non poteva essere un procedimento regolare, come molti autori hanno osservato.

Innanzitutto, gli ebrei non potevano assolutamente pronunciare la parola tabù "Dio", e il sommo sacerdote non si sarebbe mai azzardato a pronunciarla in quella occasione. Ma se egli ha veramente posto la domanda, in che modo ha potuto chiedere a Gesù se era "il figlio di Dio"? La risposta è semplice, gli ebrei usavano molti termini diversivi per riferirsi a Dio (Adonai, Eloah, il Signore, il Padre...). Anche Gesù, nei racconti evangelici, parla spesso di Dio ma, rivolgendosi ad un pubblico di ebrei ed essendo egli stesso un ebreo, usa uno di questi termini diversivi: "il Padre mio", "il Padre che è nei cieli". Nel vangelo secondo Marco (Mc 14, 36) leggiamo: "Abbà, Padre, tutto è possibile per te", in cui compare sia il termine tradotto (Padre) che quello originale usato dagli ebrei (Abbà). Anche l'espressione "figlio di Dio", nella liturgia latina, è passata comunemente come "filius Patri" (figlio del Padre) che è la traduzione letterale in lingua latina della espressione usata dagli ebrei, e quindi anche dal sommo sacerdote Caifa, per dire "figlio di Dio": "bar Abbà" che, contratta in una parola sola diventa "Barabba". La contrazione è normale: Barnaba, Bartolomeo... sono tutti termini ebraici per "figlio di...". Gesù sarebbe stato quindi condannato a morte dal sinedrio per essersi definito un Barabba, un figlio di Dio.

Ma quale razza di mistero si nasconde dietro questo intreccio straordinario di nomi e di titoli? È mai possibile che durante il processo Pilato abbia presentato al popolo Gesù, che era detto figlio di Dio (Bar-Abbà), insieme a Barabba, che aveva un nome proprio (Gesù)?

Cristo è stato arrestato per volontà di Pilato che ha inviato per questo una coorte romana sul monte degli ulivi, un corpo di 600 soldati con un tribuno al comando; i romani non hanno mai avuto l'abitudine di applicare le amnistie in occasione delle festività di altri popoli non latini, ma solo delle festività romane, né tantomeno liberavano i condannati per reati gravi di sedizione, destinati ad essere giustiziati; e il popolo degli ebrei, forse, non ha mai gridato "il suo sangue ricada sopra di noi e sui nostri figli" (Mt 27, 25), preannunciando la persecuzione perpetrata dai cristiani contro i perfidi giudei nell'arco di lunghi secoli. Tutte queste sono scuse palesi per spostare la responsabilità della condanna dai romani agli ebrei, al prezzo di un grave pregiudizio antisemitico. Ci troviamo di fronte ad autentici sotterfugi finalizzati ad alterare il significato storico dell'evento. Si tratta di una sofisticazione funzionale alla catechesi della dottrina antiessena e antimessianica elaborata da Paolo e successivamente sviluppata dai suoi seguaci ed eredi spirituali. I quali hanno preso le distanze dall'ebraismo e hanno trasformato l'aspirante messia degli ebrei in un salvatore medio orientale, e il regno di YHWH dei giudei nel regno dei cieli dei cristiani.

Dal rebus di Gesù e Barabba scaturisce una ennesima conferma del fatto che i redattori dei vangeli neocristiani erano non ebrei, che scrivevano per un pubblico non ebreo, e che erano interessati a de-giudaizzare l'aspirante messia degli ebrei, scorporando dalla sua figura tutto ciò che apparteneva ad una personalità messianica, ovverosia ad un ribelle esseno-zelotico che aveva commesso gravi reati di sedizione contro l'autorità romana.

La dinamica dell'arresto, del processo, della condanna e dell'esecuzione, così come queste fasi sono descritte nelle narrazioni evangeliche, le quali mostrano fra loro grandi e talvolta ridicole contraddizioni, è tale da rivelare una lucida contraffazione, una precisa intenzione di mascherare chi fosse realmente l'uomo che venne crocifisso, perché fu arrestato, da chi fu arrestato, perché fu giustiziato, facendo credere, alla fine, che i romani siano stati vittime di un raggiro e che la volontà e la regia della condanna di Gesù siano del tutto ebraiche.

Dal rebus di Gesù e Barabba non scaturisce invece una soluzione su chi siano state queste due persone. Erano veramente due? Si tratta di una persona sola che ha subito uno sdoppiamento, come tanti altri personaggi della narrazione evangelica? Si tratta di due persone i cui nomi, titoli, ruoli e responsabilità sono stati intrecciati e confusi negli interessi della contraffazione storica? Sono forse i due aspiranti messia degli esseno-zeloti, quello di Israele (il capo politico) e quello di Aronne (il capo spirituale)? Se Gesù Barabba è il prigioniero che fu liberato, dobbiamo credere che Gesù non è mai stato crocifisso, coerentemente con quanto sostenuto dalla tradizione coranica?

Al di là di ogni dubbio, il "nostro" Barabba non resta che un simbolo, o un antisimbolo: l'Assoluto biblico privato di se stesso e del suo finalismo perverso e nullificante, la Divina Necessità trasformata in vitale, intelligente, umana potenza - l'astrazione morale divenuta onestà. Dioniso e Apollo, li vedete, stanno già là a stringersi la mano.

Questo intendo, per improprio e incomprensibile che possa sembrare, con 'anarchismo evangelico'. Da questo prende spunto il Barabba Liberation Front.