RENZO NOVATORE SOLDATO DELSOGNO
 

"Io sogno! Sogno una grande e tremenda rivolta di tutti coloro che sono impalliditi nelle lunghe attese. Sogno il risveglio satanico di tutto ciò che vive incatenato... Deve essere bello accendere i roghi nella notte! Vedere i centauri della morte correre tutte le contrade del mondo cavalcati e spronati dai tragici eroi impalliditi nelle lunghe attese: vedere gli spiriti della Rivolta e della Negazione ballare sovrani sul mondo!".

Opere e documenti scaricabili (formato .PDF):
    Verso il nulla creatore
    Nel regno dei fantasmi
    Fiori selvaggi
    Grido ribelle
    Ballata crepuscolare - preludio sinfonico di Dinamite
    Il sogno della mia adolescenza
    Introduzione al primo numero della rivista Vertice
    Il temperamento anarchico nel vortice della storia
    L'espropriatore
    Ritornando
    Verso l'uragano
    Le mie sentenze

Esaltazione dell'azione diretta violenta da una parte, dissacrazione della vita associata e più in generale dell'amicizia dall'altra, ecco i soli punti (o quasi) del pensiero di Novatore che non trovano riscontro nei disegni di Barabba Liberation Front. Si tratta di tematiche nient'affatto marginali nella speculazione del nostro amico, tuttavia le ho trovate relegabili a un ruolo di second'ordine rispetto a certi aspetti puramente approccistici della sua azione/filosofia. Riguardo ai quali invece la corrispondenza è ancor più che analogica, oserei dire ontologica.

 

la vita e il pensiero
  

 

Renzo Novatore è uno dei tanti pseudonimi letterari usati dallo spezino Abele Ricieri Ferrari, evidentemente il più celebre. Precocemente appassionato alle letture libertarie più avanguardistiche (Nietzsche, Ibsen, Stirner) o anche meno (Wilde, Baudelaire), egli fu tra i primi (ed unici) a diffonderne, con uno stile e un'audacia altamente innovativi, la portata rivoluzionaria in termini di concretizzazione pratica - non solo esistenziale.
Egli non si fece però mai condizionare dai suoi autori preferiti, sviluppando una sua originale personalità di pensiero. Difendendo ferocemente le sue idee di "Unico indiscutibile", passava le sue giornate, come ricorda il suo amico Auro D'Arcola, in continua elaborazione mentale, narrando i suoi "vagabondi del sogno" e i "pallidi sovvertitori impenitenti".
Si definiva "anarchico individualista", due parole che caratterizzarono tutta la sua romanzesca ed avventurosa esistenza, ed alle quali lui dava un valore e un significato ben preciso. "L'anarchico - scriveva - è solo colui che dopo una lunga, affannosa e disperata ricerca ha trovato se stesso e si è posto, sdegnoso e superbo sui margini della società, negando a qualsiasi il diritto di giudicarlo". Parlava di società in questi termini già nel 1917, quando aggiunse a questa definizione un'idea radicale di lotta e ribellione permanente ad ogni ordine costituito, senza farsi abbindolare dalle false chimere della rivoluzione bolscevica, preannunciando anzi che dopo lo Zar sarebbe venuta la Guardia Rossa a sottomettere in modo innaturale e brutale le masse proletarie. "Ogni Società che voi costruirete avrà i suoi margini e sui margini di ogni Società si aggireranno i vagabondi eroici e scapigliati, dai pensieri vergini e selvaggi che solo sanno vivere preparando sempre nuove e formidabili esplosioni ribelli! Io sarò tra quelli!", tuonava.
Il pensiero di Novatore era caratterizzato da una forte impronta individualistica, che lo mise spesso in conflitto anche con altri membri del movimento anarchico di quegli anni, non ultimo Camillo Berneri (il quale l'aveva attaccato [in forma anche abbastanza banale si direbbe] sull'articolo "Il mio individualismo iconoclasta").
"Nella vita - spiegava - io cerco la gioia dello spirito e la lussuriosa voluttà dell'istinto. E non m'importa sapere se queste abbiano le loro radici perverse entro la caverna del bene o entro i vorticosi abissi del male". E continuava dicendo che "nessun avvenire e nessuna umanità, nessun comunismo e nessuna anarchia valgono il sacrificio della mia vita. Dal giorno che mi sono scoperto ho considerato me stesso come META suprema". Un individualismo che non aveva come fine né il socialismo, né il comunismo, né l'umanità poiché "l'individualismo ha per fine se stesso".
Tenace perseguitore della filosofia dell'azione perché "la vita è altrove", di lui si disse che scriveva come un angelo e combatteva come un leone. Si definiva come "il soldato del sogno", un "poeta strano e maledetto" su cui esercitava un morboso fascino tutto ciò che fosse strano e perverso. Pensava fermamente che "la purezza della vita procede soltanto con la nobiltà del coraggio che è la filosofia dell'azione", e che i diritti conquistati da un uomo sono tanti quanto la sua capacità di potenza, così come la felicità e la grandezza si avranno solo in misura della propria forza. Questa sentiva essere la sua condanna: "volersi affermare, voler fare trionfare le proprie idee, voler vivere secondo le proprie inclinazioni e voler sviluppare tutte le proprie qualità fisiologiche e cerebrali, ecco lo scopo di tutti coloro che hanno finalmente trovato il loro BENE e il loro MALE".
Coerente fino alla fine, giudicando severamente parte dei suoi contemporanei, scriverà che sono pochi quelli il cui cuore possiede un lungo e durevole coraggio, ed il cui spirito ha la virtù della costanza, "...tutti gli altri sono codardi".
Ostile alle aggregazioni sociali esaltava gli uomini solitari, odiando quelli che trasformano in legge il vivere in comunità. "Il sentimento della solitudine è il più elevato dei sentimenti umani. Appartiene allo stesso tempo alla forza e alla bellezza", è per questo che secondo Renzo Novatore l'umanità riconosce i solitari e li disprezza, detesta chi ha pochi amici poiché costoro "ripugnano la menzogna e l'ipocrisia".
Parlando di se stesso scriveva: "Il mio non è un pensiero o una teoria, ma uno stato d'animo, un modo particolare di sentire. Quando sentirò il bisogno di mettere decisamente in libertà i miei Centauri ed i miei furenti stalloni, sarà intorno a me un'orgia pazza d'amore e di sangue, perché io sono, lo sento, ciò che gli abitanti delle paludi morali della società chiamano delinquente comune". Un pensiero talmente originale che "solo il luccicar di stelle, lo scorrere dei fiumi, il mormorio della foresta, dicono qualche cosa di me. Chi non comprende le strane sinfonie della natura non può comprendere le strofe sonore delle mie maliarde canzoni".
Si definiva un "unico", un "vagabondo dello spirito", di certo si sentiva un eletto, così com'era convinto che l'anarchia non sarebbe stata e non sarà mai sentimento delle masse, ma patrimonio esclusivo di pochi eletti, che hanno piena coscienza di ciò che sono e che sono stati, e sanno con chiara e netta decisione cosa vogliono. "A me - scriveva sull'Iconoclasta! - devono accostarsi soltanto coloro che gioiscono contemplando ardenti vulcani che lanciano verso le stelle le lave sinistre...".
Lottava per la libertà e per i diritti delle masse, ma era anche sicuro dopo il fallimento delle insurrezioni del 1919 che non si potesse fare affidamento sul popolo. "Le masse che sembrano adoratrici di Errico Malatesta - scriveva con dispiacere - sono vili e impotenti. Il governo e la borghesia lo sanno e sogghignano".
Inoltre nei suoi scritti emergeva chiara la ferrea volontà di non piegarsi al comunismo ateo, a testimonianza della sua diffidenza sulla suprema elevazione delle masse, e perciò negando di fatto la realizzazione dell'anarchia intesa come forma sociale di convivenza umana.
Questo ed altri originalissimi particolari del suo pensiero fanno sì che Novatore abbia rappresentato nel suo tempo la figura di un ribelle esistenziale prima ancora che politico.
Anticlericale convinto e fortemente contrario alla guerra del '15-'18, si opporrà in seguito senza nessun indugio all'avanzata del nascente regime fascista mussoliniano, definendolo come una "creatura orrenda frutto dell'amore tra il socialismo e la borghesia, del quale nessuno dei due però vuole la paternità...".
A dispetto delle possibili apparenze, questo filosofo ribelle fu un padre affettuoso ed amorevole, capace di rischiare la vita per dare un ultimo estremo saluto ad un figlio morente. Ma anche marito premuroso con sua moglie, Emma, che amava di un "insuperabile amore", che in quegli anni terribili era però "da superare, perché ben altro ci vuole in questo sanguinoso crepuscolo di una civiltà che ha fatto il suo tempo, suonata com'era l'ora di insorgere, e non soltanto con qualche antipatico e teorico ripugnante belato d'agnelli...". Si confermava un uomo d'azione insomma, un vero e proprio "artista del fatto", e il suo pensiero libertario lo portò ad opporsi ai fascisti lottando con coraggio smisurato. Fu tra i pochi che a poche settimane dalla marcia su Roma combattevano ancora con le armi in pugno, cosa che lo rende a tutti gli effetti uno dei padri della lotta partigiana e antifascista in Italia.
"Il soldato del sogno" morì e visse coerente a se stesso e alle sue idee, pensiero il suo che avrebbe meritato di certo ben altro studio e considerazione...

 

l'idea di anarchia
  

 

Novatore, innanzitutto, proclamava e sperimentava ogni giorno nella pratica della vita quotidiana il rifiuto di ogni autorità. È noto come negli anni il concetto di anarchia sia stato interpretato in decine di modi diversi, spesso associato ad altre dottrine (capitalismo, comunismo, sindacalismo etc.) col risultato di rendere sempre più oscuro il primo e più genuino significato di questa parola così evocativa e radicale. Diremo quindi che l'anarchia deve essere considerata una scelta intima e personale dell'individuo o, volendo usare le parole di Novatore, "un modo speciale di sentire la vita". L'anarchico, prima di essere militante di un qualsivoglia movimento o il teorico di un fantomatico divenire sociale, è una persona che ha posto la propria libertà fisica e spirituale oltre ogni Stato, ogni sistema di governo, ogni convenzione, ogni religione e insomma qualsiasi imposizione percepita come proveniente dall'alto di una gerarchia, di un re, di un presidente, di una camera di deputati, di un generale, di un papa o di un prete. Parliamo di un'inequivocabile negazione dell'autorità costituita da uomini per interferire nella vita di altri uomini, spesso senza nemmeno chiedere loro il permesso. Queste affermazioni sono così naturali e basilari per l'anarchico puro che egli non si preoccupa nemmeno di farvi seguire astruse considerazioni e trattati socio-economici, a lui basta sapere soltanto che l'anarchia realizzata non sarà assenza di ordine ma solo assenza di capi.
Affermava Novatore: "Noi dobbiamo tendere il nostro sforzo a tramutare la rivoluzione che si avanza in delitto anarchico, per spingere l'umanità al di là dello Stato, al di là del socialismo. Verso l'Anarchia".
Purtroppo queste idee, che puntualmente suscitano sconcerto nella maggioranza della gente e compassione nei militanti delle sinistre istituzionali, fanno sì che l'anarchico rimanga l'incarnazione lampante del più perfetto Don Chisciotte, del perenne contestatore e combattente incazzato col mondo, incapace di godere della vittoria elettorale di qualsiasi fazione o partito politico.
Sappiamo bene quanto Novatore se la sia presa non solo con borghesi e fascisti della prima ora, ma anche con i socialisti più o meno rivoluzionari che negli anni '10 del secolo scorso monopolizzavano ampie fasce del movimento operaio e contadino in lotta. Ciò che maggiormente impediva a Novatore di sposare la causa socialista era che lo scopo di quest'ultima era sì combattere lo Stato monarchico-parlamentare, ma solo per rimpiazzarlo - e i fatti dell'ottobre 1917 in Russia lo confermarono - con un altro sistema che per quanto meno autoritario ed ingiusto avrebbe sempre conservato una sua matrice burocratica, poliziesca, accentratrice e collettivista. Soprattutto quest'ultimo termine turbava Novatore, poiché celava la terribile colpa di voler soffocare in nome di un bene comune le preziose individualità degli spiriti più vivaci, artistici e spregiudicati.
E infatti, leggendo la sua opera "Verso il nulla creatore", scopriamo che Novatore in fondo approvava, ad esempio, l'abolizione della proprietà privata ma era sicuramente contrario alla massificazione del partito unico e della dittatura del proletariato:
Bisogna che tutto ciò che si chiama "proprietà materiale", "proprietà privata", "proprietà esteriore" diventi per gli individui ciò che è il sole, la luce, il cielo, il mare, le stelle.
E ciò avverrà!
Avverrà perché noi - gli iconoclasti - la violenteremo!
Solo la ricchezza etica e spirituale è invulnerabile.
È vera proprietà dell'individuo. Il resto no!
Il resto è vulnerabile! E tutto ciò che è vulnerabile sarà vulnerato.

E ancora: "Con Marx l'anima umana è discesa all'intestino".
Quindi, pur senza rifiutare ai socialisti la sua cooperazione attiva durante le agitazioni politiche e sindacali, il nostro ribelle affermò che anche un'ipotetica venuta della dittatura del proletariato in Italia lo avrebbe trovato sempre ai margini della società, pronto a negare i nuovi dogmi dei vincenti, se ritenuti ingiusti e lesivi delle sue sacre libertà personali. Niente e nessuno lo avrebbe mai convinto ad abbandonare il suo personale stile di vita che, come sappiamo, prevedeva anche l'esproprio, l'uso della forza ed il rifiuto del lavoro salariato.

 

il mio individualismo iconoclasta
  

 

Questo articolo è apparso su Iconoclasta! del gennaio 1920, comprende in appendice la su citata coda polemica con Camillo Berneri (contenutisticamente abbastanza trascurabile a mio avviso) e quella intelligente - oserei dire illuminante - con Mario Senigalliesi, altro anarchico dell'epoca, la quale ricorda con impressionante fedeltà certi non rarissimi dibattiti e forum sulla sensatezza di Barabba Liberation Front e delle stronzate che cerca di propinare. L'articolo medesimo si presta decentemente ad alfiere delle nostre già propagandatissime (ghghghh) convinzioni.

  Io ho lasciato per sempre
  la vita delle pianure

                          E. Ibsen


1.
Anche le più pure sorgenti di Vita e di Pensiero che zampillano fresche e ridenti fra le rocce solitarie delle più alte montagne per dissetare gli eletti della Natura, quando sono scoperte dai demagogici pastori dell'ibrido gregge borghese o proletario ben presto si tramutano in fetide pozzanghere laide e melmose. Oggi è la volta dell'Individualismo! Dal volgare crumiro all'idiota e ripugnante poliziotto, dal miserabile venduto alla spregevole spia, dallo schiavo vigliaccamente imbelle all'autoritario ripugnante e tiranno, parlano d'Individualismo.
È la moda!
Anche i rachitici intellettualoidi del tubercoloso conservatorismo liberale, come i malati di cronica sifilide democratica, fino agli eunuchi del socialismo ed agli anemici del comunismo, tutti parlano e posano ad Individualisti!
Comprendo che non essendo l'Individualismo una scuola e tanto meno un partito, non può essere "unico" ma è più vero ancora che gli Unici sono individualisti. Ed io come unico balzo sul campo di battaglia, snudo la mia spada e difendo le mie intime idee d'individualista estremo, di Unico indiscutibile, poiché possiamo essere scettici ed indifferenti, ironici e beffardi quanto vogliamo e possiamo, ma quando si è condannati a sentire dei socialisti più o meno teorizzanti ad affermare sfacciatamente ed ignorantemente che non vi è nulla d'incompatibile fra l'idea Individualista e quella collettivista, e che si tenta stupidamente di far passare un titanico cantore dell'eroica potenza dominatrice di fantasmi umani, morali e divini, che freme e palpita, tripudia e si espande, al di là del bene e del male della Chiesa e dello Stato, dei Popoli e della Umanità fra gli strani bagliori d'un nuovo incendio d'amore incompreso come il lirico creatore di Zarathustra, per un povero e volgare profeta del Socialismo che è scuola di vigliaccheria, o un iconoclasta invincibile ed insuperabile come Max Stirner per uno strumento qualsiasi messo lì a disposizione dei frenetici fautori del comunismo, allora si può avere sì un'ironica smorfia sulle labbra ma poi bisogna in-sorgere risolutamente per difendersi e per aggredire, poiché chi si sente davvero Individualista di principio, di mezzo e di fine, non può tollerare di essere minimamente confuso fra le turbe incoscienti d'un morboso gregge belante.

2.
L'Individualismo com'io lo sento, lo comprendo e lo intendo, non ha per fine né il Socialismo, né il Comunismo, né l'umanità. L'Individualismo ha per fine se stesso.
Continuino pure i cervelli atrofizzati dal positivismo spenceriano a credersi Individualisti senza accorgersi che il loro venerato maestro è un anti-individualista per eccellenza poiché egli altro non è che un radicale monista, e come tale, amante sviscerato dell'unità e nemico giurato della particolarità. Egli, come tutti gli scienziati e i filosofi più o meno monisti, nega tutte le distinzioni, le diversità; e per affermare l'illusione sacrifica la realtà. Il suo sforzo è teso a dimostrare realtà l'illusione, ed illusione la realtà. Egli non potendo comprendere il vario, il particolare, sacrifica l'uno o l'altro sull'altare dell'universale. Egli combatte sì lo Stato in nome dell'individuo, ma al pari di tutti i sociologi di questo mondo, egli ritorna a sacrificare sotto la tirannide di un'altra società libera e perfetta, poiché lui combatte, è vero lo Stato, ma lo combatte soltanto perché così com'è non funziona come piace a lui...
Ma non perché egli abbia compreso le unicità anticollettiviste ed antisociali capaci alle attività superiori dello spirito, del sentimento e dell'eroica e spregiudicata potenza. Egli odia lo Stato ma non penetra né comprende l'individuo misterioso, aristocratico, vagabondo, ribelle! E da questo punto di vista non so perché anche quel bolso ciarlatano, quell'antropologo fallito, gonfio e rigonfio di sociologia di Darwin, di Comte, di Spencer e di Marx, che ha seminato porcherie a piene mani su dei colossi dell'Arte e del Pensiero come Nietzsche, Stirner, Ibsen, Wilde, Zola, Huysman, Verlaine, Mallarmé, ecc. e che si chiama Max Nordau; non so spiegarmi, ripeto, come mai anch'egli non sia stato chiamato Individualista... poiché anche Nordau, come lo Spencer, combatte lo Stato...

3.
Giovanni Papini scrivendo di Spencer dice: "Come scienziato si piegò dinanzi ai fatti, come metafisico dinanzi all'inconoscibile, come moralista dinanzi al fatto immutabile delle leggi naturali. La sua filosofia si materiò di paura, d'ignoranza e di obbedienza: grandi virtù al cospetto di Cristo, ma vizi tremendi per chi vuole la supremazia dell'individuo. Egli fu, né più né meno, un falsario dell'individualismo". Ed io, pure essendo tutt'altro che un papiniano, in questo caso sono ultra d'accordo con lui!

4.
E. Zoccoli, che è un profondo conoscitore del pensiero anarchico ed un intellettuale di massima portata, ma che fa professione d'una pietosa morale borghese, nel suo colossale studio "L'Anarchia", dopo aver inveito - sia pure con serenità ed una qualche ragione - contro i massimi agitatori del pensiero anarchico, da Stirner a Tucker, da Proudhon a Bakunin, si rammarica col Kropotkin perché trova che questo non è stato capace di sviluppare un nuovo anarchismo rigorosamente scientifico e sociologico come si era permesso per richiamare tutti i forsennati delinquenti dell'anarchismo estremo, o dell'Individualismo, alle sane correnti d'un vischioso sistema positivistico e scientificamente materialista ed umanista, semispenceriano, perché è questa famosa scienza che ha finalmente scoperto la nullità dell'individuo "davanti all'immensità senza limiti...". Ed anche per il Kropotkin positivista, umanista, comunista e scientifico... pare che l'uomo sia "un piccolo essere con ridicole pretese" e così sia! Chi è concentrato nella sociologia non può essere nulla di più che uno scienziato di collettività che dimentica l'individuo per cercare l'Umanità e porta sul Trono Imperiale ai piedi del quale l'Io deve rinnegare se stesso ed inginocchiarsi commosso.
E quando tutti gli anarchici avranno della Vita questo sublime concetto anche E. Zoccoli sarà lieto e contento, poiché dandosi la serafica posa d'un profeta che dice agli uomini: "Io sono venuto ad offrirvi la possibilità d'una nuova Vita!", egli si rivolge a noi e dice: "Che gli anarchici rientrino nel diritto e il diritto li attende, pronto ad estendere anche ad essi le sue garanzie...".
Ma che cosa è il diritto?
Diamo la parola allo Stirner:
"II Diritto è lo spirito della Società. Se la Società ha una volontà è precisamente questa volontà che costituisce il Diritto: la Società non esiste che per il Diritto. Ma siccome essa non esiste che per il fatto di esercitare una sovranità sull'individuo, si può dire che il Diritto è la sua volontà sovrana. Poiché Aristotele disse: "la giustizia è il frutto della Società". Ma "ogni diritto esistente è diritto straniero, un Diritto che mi si accorda, di cui mi si permette di godere. Avrò il buon diritto della mia parte perché il mondo intiero mi da ragione? Che cosa sono dunque i miei diritti nello Stato o nella Società se non dei diritti esteriori, dei Diritti ch'io ottengo da altri? Se un imbecille mi da ragione tosto il mio diritto mi diventa un sospetto, perché non tengo in considerazione la sua approvazione. Ma se fosse anche un saggio che mi approva io non potrei per ciò dire di aver ragione. Il fatto di aver ragione o torto è assolutamente indipendente dall'approvazione del pazzo o del savio". Ora aggiungiamo ancora, a questa definizione che il ferigno ed invincibile Ribelle tedesco ci da del Diritto, il celebre aforisma di Protagora "L'uomo misura tutte le cose", e poi possiamo muovere in guerra contro ogni diritto esteriore ed ogni esteriore giustizia, poiché "la giustizia è il frutto della Società".

5.
Lo so! Lo so e lo comprendo: le mie idee - che non sono poi nuove - potranno far sanguinare il cuore troppo sensibile dei moderni umanisti che pullulano in grande abbondanza fra i sovversivi, ed i romantici sognatori di una fulgida umanità redenta e perfetta, danzante in un regno fatato di generale e collettiva felicità musicata dal magico flauto della pace perenne e della fratellanza universale. Ma chi insegue fantasmi si allontana dal vero, e poi si sappia che il primo ad essere arso fra le fiamme del mio corrodente pensiero fu l'intimo essere mio, il vero me stesso! Ora fra il rogo ardente delle mie Idee anch'io son diventato di fiamma; e scotto, brucio, corrodo...
A me devono accostarsi soltanto coloro che gioiscono contemplando ardenti vulcani che lanciano verso le stelle le lave sinistre esplodenti dal loro seno di fuoco per poscia lasciarle cadere nel Nulla o fra la Morta Città degli uomini imbelli, dei miei fratelli carogne, per farli fuggire con fuga frenetica fuori dei loro muffiti tuguri tappezzati di rancidi e vecchi ideali. Io mi dichiaro in guerra aperta, palese e nascosta, contro la Società: contro ogni Società! Io penso, io so, che fin che ci saranno degli uomini ci sarà una società, poiché questa putrida civiltà con le sue industrie ed il suo progresso meccanico ci ha ormai portati ad un punto dove non è neppure più possibile tornare indietro fino all'invidiabile età delle caverne e delle spose divine che allevavano e difendevano i nati dal loro libero ed istintivo amore come bionde e feline Leonesse abitanti maestose foreste profumate, verdi e selvagge; ma pure so e penso con altrettanta certezza che ogni forma di società - ed appunto perché società - vorrà, per il suo bene, l'individuo umiliato. Anche il comunismo che - a quanto ci raccontano i suoi teorizzatori - è la forma di Società più umanamente perfetta, non potrà riconoscere in me che uno dei suoi membri più o meno attivo, più o meno stimato... Io per il comunismo potrò valere per quanto sarò di me stesso, di intimamente mio, di Unico e perciò incomprensibile alla collettività. Ma ciò che è in me di più incomprensibile, di più misterioso ed enigmatico per la collettività è appunto il mio tesoro più prezioso, il mio bene più caro poiché è la mia intimità più profonda la quale io solo posso giustificare ed amare poiché solo io la comprendo.
Basterebbe ad esempio ch'io dicessi al comunismo: "l'eletto esiste per non far nulla" come dice Oscar Wilde, per vedermi scacciare come un lebbroso siberiano dalla cena sacra dei nuovi Dei!
Eppure uno che avesse l'imperioso bisogno di vivere la propria vita nell'atmosfera altamente e sublimemente intellettuale e spirituale del Pensiero e della contemplazione, non potrebbe dar nulla di materialmente e moralmente utile e buono alla comunità, perché ciò che potrebbe dare sarebbe incomprensibile, e per ciò nocivo ed inaccettabile, poiché egli non potrebbe dare che una strana dottrina propugnante la gioia di vivere nell'ozio contemplativo. Ma in una società comunista - come e peggio in qualsiasi altra forma di società - una tale dottrina potrebbe far opera di corruzione fra la falange di coloro che devono produrre per il mantenimento e l'equilibrio collettivo e sociale. No! Ogni forma di società è il prodotto delle maggioranze. Per i grandi Geni o per i grandi delinquenti non vi è posto fra la mediocrità trionfante che domina e comanda.

6.
Qualcuno mi obietterà che in quest’Alba vermiglia, in questa grandiosa vigilia d'armi e di guerra ove già risuonano fragorosamente le note vibranti e fatidiche del gran crepuscolo dei vecchi Dei, mentre all'orizzonte già sorgono i raggi biondi e dorati d'un ridente avvenire, non è Bene partorire alla luce del sole certi intimi e delittuosi pensieri... È una vecchia quanto stupida storia!
Ho ventinove anni, sono quindici anni che milito nel campo libertario e vivo anarchicamente, e mi si è sempre detto le stesse, le stessissime cose:
"Per amore della concordia... ".
"Per amore della propaganda... ".
"Per la prossima Rivoluzione Sociale e redentrice...".
Per... ma a che pro continuare!
Basta! Non posso più tacere!
"Se io tenessi rinchiuso nel mio cassetto un manoscritto ancora inedito, il manoscritto d'un'opera bellissima che a leggersi desse brividi di voluttà sconosciute e scoprisse mondi ignorati; se io fossi certo che gli uomini su queste pagine impallidissero di spavento, e poi errassero lentamente per le vie deserte cogli occhi ferocemente dilatati nel vuoto e poi cercassero cinicamente la morte quando la pazzia non corresse loro incontro colle sue risate sinistre come lo scrosciare dei venti, e il suo lugubre stamburare di dita invisibili sui loro cervelli devastati; se io fossi certo che le donne sorridessero oscenamente e colle sottane rialzate si sdraiassero sull'orlo dei marciapiedi in attesa d'un maschio qualsiasi, e i maschi si gettassero di schianto su loro per straziarne coi denti la vulva e la gola; se le folle ubriache e affamate rincorressero a colpi di coltello pochi uomini fuggenti e tra essere ed essere ci fosse un morto a perpetuarne l'odio profondo; se dalla terra dovesse sparire per sempre la pace d'un ora, la calma dello spirito, l'amore, la lealtà, l'amicizia, e al loro posto dovessero per sempre regnare la turbolenza, l'irrequietezza, l'odio, la menzogna, l'inimicizia, la pazzia, la tenebra, la morte; se tutto questo dovesse farlo un libro bellissimo scritto da me ancora inedito e rinchiuso nel mio cassetto io lo pubblicherei quel libro e non avrei pace finché non fosse pubblicato".
Così Persio Falchi scriveva sulla "Forca" parecchi anni orsono per esprimere il suo concetto sulla Libertà dell'Arte, così io oggi ripeto sull'Iconoclasta! per esprimere il mio concetto sulla Libertà del Pensiero.
È un mio assoluto ed imperioso bisogno quello di lanciare fra la tenebra la luce turbinosa e sinistra dei miei pensieri e il sogghigno incredulo e beffardo delle mie idee sanguinanti che, orgogliose e superbe di mostrare le loro rigogliose e spregiudicate nudità, se ne vogliono andare libere per il mondo alla ricerca di virili amplessi. Nessuno può essere più rivoluzionario di quello ch'io sono, ma è appunto per questo che voglio lanciare il corrodente mercurio dei miei pensieri fra la senile impotenza degli eunuchi dell'Umano Pensiero. Non si può essere rivoluzionari a metà, né pensare a metà. Bisogna essere come Ibsen, rivoluzionari nel senso più completo e radicale della parola. E tale sento di essere io!

7.
La Storia, il Materialismo, il Monismo, il Positivismo e tutti quanti gli "ismi" di questo mondo sono ferri vecchi e rugginosi che non mi servono più e più non mi riguardano. Ho per principio la Vita, per fine la Morte. Voglio vivere intensamente la mia Vita per abbracciare tragicamente la mia Morte.
Voi aspettate la Rivoluzione! E sia! La mia è da molto tempo incominciata! Quando sarete pronti - Dio che lunghissima attesa! - non proverò disgusto a percorrere un tratto di cammino insieme con voi!
Ma quando vi fermerete io continuerò la mia marcia folle e trionfale verso la grande e sublime conquista del Nulla!
Ogni Società che voi costruirete avrà i suoi margini e sui margini di ogni Società si aggireranno i vagabondi eroici e scapigliati, dai pensieri vergini e selvaggi che solo sanno vivere preparando sempre nuove e formidabili esplosioni ribelli!
Io sarò fra quelli!
E dopo di me, come prima di me, ci saranno sempre di quelli che diranno agli uomini: "Rivolgetevi dunque a voi stessi, piuttosto che ai vostri dei o ai vostri idoli: scoprite in voi ciò che è di nascosto: traetelo alla luce: rivelatevi!".
Poiché ogni uomo che frugando la sua intimità estrae ciò che vi è di misteriosamente nascosto è un'ombra che oscura ogni forma di Società vivente sotto i raggi del Sole!
Ogni Società trema quando l'aristocrazia sprezzante dei Vagabondi, degli Unici, degli Inaccessibili, dei dominatori dell'ideale, e dei Conquistatori del Nulla, spregiudicatamente si avanza. Orsù, dunque, o Iconoclasti, avanti!
"Già il ciclo gravido di presentimenti si oscura e tace!"

POLEMICA
(risposte apparse su Iconoclasta! in relazione al precedente intervento di Renzo Novatore)

Caro "Iconoclasta"
Nell'articolo di Renzo Novatore "il mio individualismo" ci sono delle affermazioni che meriterebbero di essere combattute.
Confesso anzitutto una cosa: terminata la lettura dell'articolo mi sono chiesto quale ne fosse lo spirito, e l'ho ricercato tra le pennellate alla Carrà e le parolone difficili ed ho concluso che... "bisogna essere come Ibsen (o come Renzo Novatore) rivoluzionari nel senso più completo della parola, per giungere a tali altezze di stile e penetrare in tali profondità di pensiero".
La Storia, il Materialismo, il Monismo, il Positivismo sono, a detta di R. N., dei ferri vecchi e rugginosi, che non gli servono più a nulla e più non lo riguardano. Beato lui che non ha più nulla da imparare! Per conto mio credo di aver fatto bene a studiare quel tanto che mi permette di non dichiarare di aspirare a "tornare indietro, fino all'invidiabile età delle caverne" affermazione codesta che fa a pugni con le nozioni più elementari di quel ferro vecchio e rugginoso che è l'antropologia.
Non è per fare uno sfogo polemico contro Renzo Novatore che sono venuto sull'argomento ma perché penso sia l'ora di finirla con questo ritorno alla natura, con questa esaltazione della vita primitiva che mostra quanto sia poco solida la cultura di quei giovani che, invece di limitarsi a scrivere articoli proporzionati al loro bagaglio intellettuale, pretendono salire in cattedra e rigettare, con enfasi, quel po' di Stirner, o di Nietzsche, o di Rousseau, masticato faticosamente e mal digerito, e si atteggiano a superuomini mentre, con meno boria e più buon senso, potrebbero arrivare ad essere... Uomini. E veniamo allo stato di natura, così caro a tanti compagni!
L'età preistorica non può rappresentare l'età della libertà e della felicità. L'antropologia moderna, per opera di Darwin, di Wallace, di Haechel e di altri scienziati, ci ha rivelata la vita dell'uomo primitivo sì che oggi è ridicolo di parlare di un'esistenza paradisiaca riferendosi all'uomo delle caverne. E questa non è una scoperta molto recente. Già il Vico nella Scienza Nuova (Lib.II) ci aveva mostrato gli uomini primitivi selvaggi abitatori di caverne in lotta terribile con la natura circostante. Lasciamo dunque ai poeti, Virgilio nel I lib. delle Georgiche, (Ovidio nel I lib. Delle Metamorfosi, ecc. ecc.) l'esaltazione della vita primitiva quale età dell'oro e non cadiamo continuamente nell'errore di far discendere l'umanità da un primitivo paradiso terrestre se non si vuole che tale pretesa antiscientifica faccia sì che l'età dell'oro da dogma cristiano diventi dogma anarchico. Bakunin (Oeuvres, voi.I) scrisse "G. G. Rousseau ebbe il torto di ricercare la libertà al principio della storia"; "la libertà individuale non è punto, secondo lui, una creazione ed un prodotto storico". Quanto a Rousseau chi conosce le sue opere sa che egli pose nei suoi giusti limiti l'esaltazione dello stato di natura.
Perdona, caro Iconoclasta!, queste note critiche, ma credi che sono suggerite dall'amore per la causa nostra, superiore ad ogni simpatia personale od amicizia.
tuo Camillo da Lodi

Caro "Iconoclasta!"
dammi, ti prego, un po' del tuo spazio.
Io, comunista anarchico, sento il bisogno di dire, modestamente e sinceramente, quello che penso de l'individualismo e degli individualisti. Questo bisogno è diventato prepotente, specie dopo la lettura de l'articolo di Renzo Novatore "il mio individualismo iconoclasta", dove l'autore si compiace trattare con termini sì poco lusinghieri, noi, poveri comunisti. Sarò forse un po' crudo...ma non farò che seguire il tuo sistema.
D'altra parte ti darò il destro di rispondermi con altrettanta cruda sincerità. La forma non conta. L'importante per me, è di sapere il perché de l'atteggiamento altezzoso e strafottente di quasi tutti gli anarchici individualisti verso i comunisti. L'importante è di conoscere i meriti e le qualità superiori che gl'individualisti hanno per ritenere i comunisti esseri inferiori rispetto a loro.
Io considero individualista soltanto quell'uomo che ha saputo mettersi al di sopra, o al di fuori, o al di sotto del livello comune a la collettività umana.
L'individualista deve avere il dono de l'originalità assoluta. L'uomo, per considerarsi individualista, deve riuscire, da solo, a scavare un solco profondo e vasto su la uniforme e brulla massa umana; deve saper segnare indelebilmente la impronta de la propria individualità su un'intera epoca; deve saper portare lo scompiglio ne la organizzazione di un'intera società; deve saper terrorizzare, o estasiare, o divertire, o inebetire un intero popolo.
E questo, soltanto con la forza e con la originalità del proprio pensiero, e con l'audacia di proprie gesta.
In altre parole: l'individualista deve essere o un genio o un eroe, oppure genio ed eroe insieme. Tutti coloro che non sono capaci, da soli, a convulsionare, a elettrizzare, a sconvolgere il gregge umano, per me non sono individualisti. Sono de gli imitatori quando non sono de i parodisti.
Più precisamente: sono de i gran bravi e diligenti ragazzi; intelligenti, e, molto, troppo studiosi. Sono bizzarri, scettici, amorali, beffardi menefreghisti, cinici, crudeli, stoici, nichilisti... così, per posa, per differenziarsi un po' da gli altri uomini...e specialmente quando scrivono e quando conversano.
Eppoi è la moda! E, tanto per cambiare, bisogna pur seguirla! Vi pare niente la soddisfazione di sentirsi dare del matto, del nevrastenico, de l'originale, de l'eccentrico, del "oh, che tipo"?...Non t'incazzare, caro Iconoclasta! È così!
Ma proprio sul serio tu credi individualisti coloro che per illustrare il "loro individualismo" devono ricorrere a novemiladuecentosettantatrè citazioni di altrettanti autori più o meno celebri, più o meno trapassati...
Ma via! Non scherziamo!
Renzo Novatore, che chiama eunuchi i socialisti (tutti?) e - bontà sua - anemici i comunisti (tutti?), per dimostrare che lui è individualista estremo, che è Unico indiscutibile, ha bisogno di citare scritti di Ibsen, Wilde, Nietzsche, Verlaine, Mallarmé...
Ed ancora:
"Giovanni Papini scrive... "
"Diamo la parola a Stirner... "
"Poiché Aristotele disse... "
"Così Persio Falchi scriveva... "
... Ha voluto persine prendersi la fatica di estrarre da le macerie di non pochi secoli, non solo Aristotele, ma anche quel brav'uomo di Protagora... Oh, povero Protagora...
Sì, caro Novatore, è proprio vero che le tue idee (tue?) fanno "scoppiare il cuore troppo sensibile de i moderni umanisti che pullulano in grande abbondanza (bello quel grande abbondanza!) fra i sovversivi".
Sì, e non solo fanno loro insanguinare il cuore, ma mettono a dura prova anche il loro sensibile olfatto, perché le tue idee sono tanto vecchie che puzzano maledettamente di muffa ammuffita.
Si può essere individualista senza conoscere le opere e neppure i nomi di Nietzsche, Stirner, ecc.
Si può essere analfabeta ed individualista.
Io sono per la rivoluzione perché odio e voglio abbattere questa società che mi opprime, sino a soffocarmi, con le sue leggi e con la sua ineguaglianza economica; e sono comunista perché ritengo il comunismo una de le organizzazioni economiche migliori per arrivare al massimo de la libertà individuale raggiungibile.
Non sono pel comunismo fine a se stesso. E credo che tutti gli anarchici comunisti siano del mio parere, checché ne pensi R. Novatore.
Se riuscissi a convincermi che anche senza una società, cioè senza organizzazione economica, si potrebbe vivere libera-mente la propria vita, sarei antisocietariano, sarei contro il comunismo.
Ma Novatore stesso deve confessare "che fin che ci saranno degli uomini ci sarà una società"; e siccome su questo punto sono perfettamente d'accordo con lui, io cerco di abbattere questa società, ne la quale mi si toglie anche la libertà del respiro, per costruirne un'altra ch'io ritengo la migliore.
Non potendo io da solo mettermi sotto i piedi la società odierna, cerco di riuscirvi unendomi ad altri che la pensano come la penso io.
Credo di essere stato chiaro.
Meritano forse gli sberleffi de gli individualisti queste nostre teorie?
Cosa volete... È colpa mia se la natura non mi ha dato il genio fulgidissimo e strafottentemente simpatico di Oscar Wilde? È colpa mia se non mi ha dato il carattere ferreo ed i nervi di acciaio de l'epicamente eroico Bonnot?
Ma io li comprendo questi Unici, e li ammiro e li invidio; e giungo anche a dar loro il diritto di disprezzare tutto il genere umano, di deriderlo, di calpestarlo, poiché essi, ritenendosi ed essendo in realtà superiori, Unici, si sono imposti a la collettività con la propria forza, senza ricorrere assolutamente al pensiero ed a l'opera di altri. Ma io mi ribello a le ironie, a le isolenze, a gli insulti - che molte volte non hanno nemmeno il pregio de la originalità - che ci vengono sistematicamente lanciati da certi uomini che la pretendono a Unici, sol perché hanno letto e digerito più o meno felicemente gli scritti de i grandi e veri individualisti.
E protesto.
Volete avere questo diritto; volete avere questo gusto; volete soddisfare questa vostra ambizione? Ebbene, fate qualche cosa di vostro; osate; osate e create, create, create... E finitela di tentare di soffocarci con paradossi che ci ricordano l'età de la pietra, con sentenze che ormai hanno imparato a memoria anche i Niam-Niam; finitela con gli insulti e con quelle arie di capiscioni; finitela col sistema antiquato e antipatico di citazioni di opere de i grandi ingegni, sistema che degrada e distrugge la vostra personalità; e mandateli una volta a farsi friggere tutti questi signori Ibsen, Wilde, Confucio, Budda, Cristo, Stirner, Maometto, Aristotele, Isaia... i quali, al postutto, non si sono mai dichiarati anarchici, non hanno dimostrato di esserlo, e non lo erano.
Volete essere veramente gli aristocratici del pensiero, volete essere veramente iconoclasti? Ebbene, abbiate intanto il coraggio di infrangere tutti codesti vostri idoli (Sì, vostri Idoli!) e di disperderne a sante pedate i rottami.
E se vi riesce, diventate idoli eletti, unici a la vostra volta.
Mario Senigalliesi

PER TROVARE LA FINE
(risposta di Renzo Novatore, apparsa sempre su Iconoclasta!, a chi aveva criticato il suo intervento)

Forse mi sbaglierò, ma mi sembra che il mio scritto comparso sul numero due di codesta rivista col titolo: "II mio individualismo iconoclasta" abbia un po' troppo montato i nervi e fatto perdere un po' troppo la calma e la serenità dei miei contraddittori. Io credo, e lo credo sinceramente, che se loro avessero avuto un pochino più di razionale dominio sulla loro comune impulsività non sarebbero scesi ad un linguaggio così poco rispettoso e scorretto nel contraddirmi. Non è per questo però ch'io possa sentirmi amareggiato verso di loro. No. Io sono certo che innanzi alla mia tersa serenità vorranno e sapranno pur loro - ribattendo - essere tersi e sereni, poiché sono profondamente convinto che ogni anarchico, degno di questo nome, debba volontariamente riconoscere che non è colle parole insulse, venali e triviali, che si possa dimostrare od affermare, combattere o distruggere, il rigoglioso contenuto d'un audace principio d'una tragica idea, ma bensì con l'esprimere gagliardamente delle idee ben sentite e dei pensieri ben ponderati. E Atsalconoci (altro anarchico che polemizzò in questo frangente con Novatore. n.d.c.) deve pur persuadersi per il primo che non è colle sue deboli e piagnucolose preghiere - in verità non so quanto sinceramente espresse - ed i suoi ingenui (?) e contraddittori richiami - (senza perdermi a raccogliere quella sua imprudente e ridicola affermazione che dice che i "colti" (come lui?) fanno il risolino ironico innanzi alle mie idee, e le altre cento puerilità bambinesche che compongono l'articolo suo) - che si possa confutare, combattere o distruggere un'idea scritta col sangue del cuore e col fuoco dell'anima come quella da me audacemente e coraggiosamente lanciata; poiché io invito tutte le persone "colte" ed intelligenti a rileggere il mio ed il suo scritto per convincersi della verità semplicissima di questo mio asserto.
La sua critica non è mossa alle mie idee ma bensì alla forma letteraria di cui io mi servo per esprimerle.
Ed io a tutto ciò non rispondo poiché "lo stile è l'uomo" ed io non posso rinnegarmi per gli occhi belli di Lui! Dunque, mio caro Atsalconoci, bisogna che tu - per questa volta almeno - abbia la santa pazienza di non vederti preso in considerazione.
Quanto a te, o mio caro Camillo da Lodi alias Camillo Berneri, ti dirò sinceramente che, dietro altri tuoi scritti ch'io già conoscevo, mi sarei inteso in diritto di pretendere qualche cosa di più. Ma come, un giovane della tua intelligenza e della tua cultura deve lasciarsi vincere dalla collera fino al punto di lanciare contro i compagni dell'altra riva delle insulsaggini come questa ad esempio: "...con meno boria e più buon senso potrebbero arrivare ad essere...uomini". Ah! no, caro Camillo, perdonami se te lo dico, ma non è così che si polemizza coi compagni dell'altra sponda o che si fa onore alla propria intelligenza. Va bene che tu confessi che terminata la lettura dell'articolo ti sei chiesto quale ne fosse lo spirito, e che dopo averlo ricercato fra le pennellate alla Carrà e le parolone difficili hai concluso ecc. ecc. Ma allora se non ne hai trovato lo spirito come mai, di grazia, ti è saltato il ticchio della contraddizione?
L'unico spunto polemico che tu hai trovato è stato quello di affermare che è "ora di finirla con questo ritorno alla natura così caro a tanti compagni ecc. ecc.". E questo perché io in un frapparentesi gonfio di amaro sarcasmo e colmo di mordace ironia contro questa putrida e nefanda civiltà democratica giudaico-cristiana dell'epoca nostra grottesca e ripugnante rimpiangevo la vergine e selvaggia età delle caverne. Non è qui ove intendo soffermarmi poiché ben altre cose, forse più importanti, avrò da dire. Ti dirò soltanto che alla lotta brutale così tragicamente impari che si svolge sul teatro della vita fra l'uomo solo e puro e la vigliaccheria umana coalizzata nella morale, organizzata nella battaglia, resa forte dalla legge trionfante per il passivo consenso dell'imbecillità collettiva, io preferirei la lotta che il primitivo selvaggio combatteva corpo a corpo coll'altro selvaggio fra il profumo e le fronde delle leggendarie foreste.
E se leggendo il mio scritto il tuo occhio intelligente avesse avuto la forza di restare sereno avresti potuto scorgere in questo rimpianto tutta la nobile purezza e il delicato sentimento che dilaga ed invade tutta quest'anima mia tormentata e ferita.
Ma tu hai scambiato il grido eroico e sublime d'indomito vagabondo cercante disperatamente la dionisiaca Libertà vera per un bestiale grugnito animalesco. E sia! Forse non è tua la colpa. Vi sono tante cose che l'erudizione, la cultura e l'intelligenza sono insufficienti a comprendere.
Per comprendere certi stati d'animo necessita soltanto una speciale ed originale sensibilità...
E vengo a te, caro Senigalliesi.
E a te dirò molte cose di più perché malgrado ch'io consideri Camillo da Lodi più competente di te in questa tenzone - (e di ciò credo non te ne sentirai offeso affatto) - tu mi dai motivi di discussione. Tu che sai di essere stato un po' "troppo crudo" con me forse ti meraviglierai di sentirti trattare con tanta cavalleria e di trovarmi così sereno. Che vuoi? io voglio guardare - ed ho la piena convinzione di riuscirci - di portare il dibattito sulle più alte vette del pensiero ove il piccolo e volgare pettegolo intessuto di personalismi non possa allignare mai. Io vivo, penso, parlo e scrivo solo per trovare la fine. E la fine io credo che la si trovi solo in alto! Vedi? tu dici: "L'importante per me, è di sapere il perché de l'atteggiamento altezzoso e strafottente di quasi tutti gli anarchici individualisti verso i comunisti". Ed aggiungi: "L'importante è di conoscere i meriti e le qualità superiori che gl'individualisti hanno per ritenere i comunisti esseri inferiori rispetto a loro". Ecco, prima di tutto incomincerò col farti notare che tu hai posta un po' troppo maliziosamente la questione.
Perché vedi, se tu mi parlassi di Individualismo e di Comunismo io potrei seguirti, ma se tu mi parli di Individualisti e di Comunisti io non voglio e non posso seguirti. E tu sei abbastanza colto ed intelligente per comprenderlo senza ch'io ti spieghi il perché. Sì, tu sei abbastanza intelligente per comprendere che mentre io potrei dimostrarti e mostrarti le superiori qualità di un individualista e le inferiori qualità d'un comunista, tu potresti allo stesso tempo e colla stessa facilità prendere due altri modelli e dimostrarmi il contrario. Ma ciò facendo fra tutti e due non si riuscirebbe a togliere il tradizionale ragno dal buco. Poiché come ti ho detto, a me sarebbe facile dimostrarti che un comunista di mia conoscenza è un matricolato birbante od un perfetto imbecille mentre per te sarebbe altrettanto facile dimostrarmi che un individualista da te conosciuto è la stessa cosa del comunista che conosco io.
Ma ciò facendo, tu lo comprendi, non si farebbe che del basso e volgare personalismo indegno di noi uomini emancipati. Nella nostra questione l'importante è di vedere quali sono le Idee che più valgono e non gli uomini che queste idee professano. Io non dubito della tua coerenza comunista ma non ti permetto di dubitare del mio individualismo. O meglio io non posso impedirti di dubitare perché il dubbio è una tua proprietà ma ho la facoltà e la potenza di non prendere il tuo dubbio in considerazione. Ma tu dici ancora: "Io considero individualista soltanto quell'uomo che ha saputo mettersi al di sopra, o al di fuori o al di sotto - (vedi quanto sei, non dico cattivo, ma insinuante in questo "al di sotto"?) - del livello comune alla collettività". E qui hai mille ragioni ed io sono perfettamente d'accordo con te. Con la differenza che non so che cosa ci sia che possa autorizzarti di dire a me certe cose. Credi tu dunque sul serio che io sia un "posatore"? Credi forse sul serio a quello che hai scritto al mio e all'altrui riguardo? Credi sul serio che gli individualisti scrivano e parlino così per il gusto senile di sentirsi chiamare pazzi, nevrastenici, menefreghisti, stoici e nichilisti, così per differenziarsi dagli altri uomini? No: tu non puoi crederci. Se così fosse io getterei via la penna per non risponderti più. Poiché io credo che non solo io della corrente individualista ma anche tu della corrente comunista avrai saputo metterti - nel limite delle tue forze - fuori del livello comune alla collettività perché a mio modo di vedere non si può essere anarchici - non importa di quale tendenza - così per modo di dire: così per darsi una posa... Ma lasciamo dunque quest'argomento, che tu stesso riconoscerai molto scabroso e veniamo alle idee.
Alle idee? No. Tu mi intralci ancora il cammino. Tu sei ancora qua a dirmi: "L'individualista deve avere il dono della originalità assoluta". E qui potrei dirti che il breve rilievo fatto dal compagno Gòzzoli mi avrebbe dispensato dal risponderti, ma all'altra tua troppo azzardata e poco ponderata affermazione che dice: "L'uomo per considerarsi individualista deve riuscire da solo a scavare un solco profondo ecc. ecc. per istupidire, inebetire, terrorizzare, estasiare, divertire, ecc. ecc. tutto un popolo intero", mi vien voglia di aggiungere qualche cosa anch'io. Perché l'individualismo concepito da te è quello del buon vecchio padre di Gesù che crea il tutto dal nulla e quello di Napoleone che apre un solco nel mondo e domina con imperio l'Europa. Ma l'individualismo che concepisco e che pratico io non è imperialistico ma anarchico, o mio caro Senigalliesi.
Individualista è colui che attraverso le tempeste furenti della vita ed i turbinosi uragani del pensiero ha saputo sacrilega-mente svincolarsi dai vischiosi tentacoli di ogni dogmatico fantasma che l'umana superstizione ha partorito per poscia consacrarlo e far soggiacere sotto le sue zampe fangose la vera personalità sempre Unica in origine come nello sviluppo e nel fine. E quando l'Uomo è giunto all'eroica conquista della propria anima ed alla totale liberazione spirituale del proprio Io sente la gioia della Libertà e canta l'invulnerabilità dei suoi tesori e la signoria di se stesso perché nessun dio potrà più vincerlo né farlo inginocchiare. Lo so, il Senigalliesi mi obbietterà che l'uomo solo potrà, tìsicamente, essere vinto e schiacciato crudelmente nella battaglia impari; ma sta appunto qui il baratro magnificamente orrendo che pieno di fascino arcano e di tragica verità attrae la speciale psicologia individualista che vibra e palpita in un canto eroico di fede negatrice mirante alla tragica fatalità del Nulla e ritrova nel crimine l'affermazione selvaggia della propria libertà e della propria vita.
Colui che nella folle ricerca della verità ha trovato se stesso non si preoccupa più e più non si conturba innanzi alle leggi ed ai costumi del mondo esteriore che lo circonda. Il passato e l'avvenire non esistono più che come coreografiche rappresentazioni sulle quali sfilano i suoi ricordi ed i suoi sogni perché solo nel presente trova il teatro della sua fede nichilista e della sua origine iconoclastica. E quando il mondo esteriore abusando della sua forza mostruosa vuole costringerlo alla rinnegazione di se stesso egli risponde stoicamente "NO!" senza occuparsi se i suoi fratelli carogne rispondano pecorilmente "Sì"!".
Poiché l'Individualista anarchico come lo intendo io non ha nulla da attendere. Né la rivoluzione sociale né il comunismo. Egli è già anarchico e come tale sente e vive la vita. Io mi ricordo – per citare un fatto pubblicamente fra i mille che non posso citare - che quando parecchi anni orsono il bieco militarismo italiano imperava terroristicamente affermando la sua triviale e perversa volontà sanguinaria sopra tutto un popolo idiota, pecorile e pezzente, che soffriva, piangeva ed ubbidiva senza un fremito forte d'audace rivolta io fui fra quelli che dissero "NO!" sfidando superbamente l'idiota Cadorna che stava emanando i suoi criminosi decreti di sterminio e di morte nonché l'idiota plebaglia che subiva ed applaudiva la guerra. E se la verde e profumata foresta strinse fra le sue fiorite braccia un BANDITO la fetida caserma e le abominate trincee non chiusero nelle loro bocche di fango il soldato. Mi sentivo già anarchico e non potevo attendere né la rivoluzione collettiva per ribellarmi, né il comunismo per ottenere la mia Libertà.
E credi, caro Senigalliesi, che quando alle volte attraversavo le sterminate e verdi praterie della mia regione ospitale e guardavo - in primavera - tutta quella festa meravigliosa di fiori che si stendeva come un'amante ridente e profumata, lungo le sponde silenti dei fiumi solitari non sapevo concepire perché degli altri uomini potessero cercarmi con tanta incosciente e brutale ostinazione per darmi la morte. "Perché - mi domandavo - un fascio di queste rose fresche e selvatiche non dovrebbe bastare a disarmare l'incosciente collera di questi che vogliono uccidermi? Perché innanzi a tanta musica, a tanta poesia ed a tanta bellezza ogni nato di donna non dovrebbe abbracciare il suo simile fraternamente commosso?". E sotto questo tragico e disperato incubo il mio giovane capo si abbassava cupo e pensoso cercando - ma invano - una precisa risposta a questo eterno "Perché?". Ed allora il mio ribelle e vagabondo pensiero galoppava vertiginosamente verso le desolate foreste bibliche ove ebbe origine l'umana fratellanza di Caino e di Abele e amaramente pensavo che i cinque quinti dell'umanità non è altro che un avanzo osceno di barbarie, un assieme di fango e di vigliaccheria, di ipocrisia e di menzogna la cui sublimazione è stata, è e sarà assolutamente impossibile. E siccome sentivo echeggiare sul Trentino il rombo scrosciante del cannone omicida, pensavo che da Caino in poi solo il più forte ha ragione. E allora la mia mano, la mia mano di poeta e d'amante gettava nel torrente limpido del fiume le purpuree rose, come si gettano sul rogo della realtà i resti d'un sogno svanito, e correva al calcio freddo e lucente della mia Browning fedele. La vita è guerra. I più forti hanno ragione, ed io sono deciso a conservare e difendere la divina libertà del mio IO tragicamente. Peggio per i deboli, per i servi e gli schiavi che altro non possono fare che sacrificare la loro impotente personalità in olocausto a dei biechi fantasmi, non importa se questi, invece di continuare a chiamarsi Dio, si chiamano Patria o Umanità, Avvenire o Ideale. E quando per affermare queste idee o queste cose si citano altri scrittori ed altri uomini che in parte hanno pensato le stesse cose, od hanno operato alla stesse maniera non si commette proprio nulla di strano, o mio caro Senigalliesi. Insegnami tu, se sei capace, un uomo, sia pure di quelli a cui pure tu concedi il diritto - (a che potrebbe servirmi un diritto che un altro mi nega o mi concede dal momento ch'io posseggo la forza sufficiente di farne senza di questo diritto esteriore? Se Senigalliesi mi concede il diritto di essere anche quello che non posso essere io non potrò mai esserlo lo stesso; se il Senigalliesi mi nega di essere quello che posso essere io lo sarò lo stesso) - di essere Unici, che per avvalorare o chiarire la loro tesi non abbiano citato.
Tu dici che le mie idee sono talmente vecchie che puzzano di muffa ammuffita, e qui - a parte la valorizzazione più o meno insinuante, più o meno serena - hai santamente ragione, poiché le mie idee sono nate assieme al primo vagito dell'umano dolore ed al primo desiderio dell'umana felicità. Vale a dire che sono principiate con l'universo e finiranno con l'universo. Le mie idee sono eterne. Ripeto: sono eterne come è eterno il dolore, come è eterno il desiderio della felicità.
E sono appunto assolute inquantoché sono eterne.
Ma credo che queste cose non abbiano bisogno di altra dimostrazione perché tu possa comprenderle.
Però, vedi, poiché tu dici - e fino ad un certo punto, se non nel lato estetico almeno nel lato etico, hai ragione - che la forma non conta, ciò che ha fatto male a te nel mio scritto in questione forse più che altro è proprio stata la forma...
E che mi convince di tutto ciò è quel tuo furore verbale che si scatena impulsivamente laddove affermo essere degli eunuchi gli uomini del socialismo e degli anemici gli uomini del comunismo, perché tu, tentando di confutare queste mie affermazioni, apri due minuscole parentesi per domandarmi: tutti? E siccome io, quando dicevo gli eunuchi del socialismo e gli anemici del comunismo, non intendevo dire dei castrati sessuali i primi né anemici i secondi nel senso di anemia di sangue ch'è preludio di tisi polmonare, ma bensì eunuchi ed anemici del pensiero, rispondo. Sì, tutti!
E spiegherò il perché.
Perché per me anarchico individualista sono degli impotenti tutti coloro che hanno una mèta da raggiungere ed un altare su cui sacrificarsi. E se tu non hai bisogno ch'io mi dilunghi a dimostrarti che il socialismo è il sogno di chi ha sete di comandare e di dominare sia pure in modo diverso da quello del prete e della borghesia, avrai certamente bisogno ch'io ti spieghi, sia pur brevemente, il perché non sono comunista. Ed il perché è questo: che mentre il Comunismo, per giungere alla sua realizzazione, richiede a me individuo anche il sacrificio supremo, egli non intende affatto sacrificarsi per la realizzazione della mia Unicità. Tu dici: "Ma Novatore stesso deve pur confessare che fino a che vi saranno degli uomini vi sarà una società".
Ma è proprio qui, e qui soltanto, caro Mario, l'abisso che ci separa.
È qui che avviene l'urto irreconciliabile delle due anarchie.
Qui dove lo spirito del comunista rimane ondeggiante e sospeso fra le antinomie barcollando tra la fatale necessità del comando ed il piagnucoloso lamento dell'oppresso, mentre lo spirito dell'individualista ha scelto decisamente l'eterna ribellione. È proprio perché la Società è eterna che eterna sarà la rivolta dell'IO anarchico che non vorrà mai riconoscere leggi e costumi, morali e religioni, siano pur queste nuove. Ed è per questo che nello stesso scritto da te e dagli altri due incriminato io affermavo ch'io mi dichiaro in guerra aperta, palese o nascosta, contro la Società: contro ogni Società! Ed aggiungevo che ogni forma di Società - ed appunto perché società - vorrà, per il suo bene, l'individuo umiliato.
E continuavo: "Anche il comunismo che - a quanto ci raccontano i suoi teorizzatori - è la forma di Società più umanamente perfetta, non potrà riconoscere in me che uno dei suoi membri più o meno attivo, più o meno stimato... Io per il comunismo potrò valere per quanto sarò di me stesso, di intimamente mio, di Unico e perciò incomprensibile alla collettività. Ma ciò che è in me di più incomprensibile, di più misterioso ed enigmatico per la collettività è appunto il mio tesoro più prezioso, il mio bene più caro poiché è la mia intimità più profonda la quale io solo posso giustificare ed amare poiché solo io la comprendo". Perciò quando dicevo che ho per principio soltanto la Vita e per fine la Morte e che voglio vivere intensamente per poter morire tragicamente non lo dicevo mica, miei egregi contradditori, per fare dell'estetismo letterario come mi diceva un mio amico socialista, ma per affermare un mio principio ben pensato e ben ponderato. E sono queste mie idee del mondo e della vita che mi gonfiano l'anima di gioia e di felicità. E se ho chiamato il Materialismo, il Positivismo, la Storia, ecc. ecc. ferri vecchi e rugginosi che a più nulla mi servono e più non mi riguardano - affermazione questa che ha fatto andare sulle furie il buon Camillo da Lodi - è proprio perché svincolandomi da ogni scuola sono diventato il signore di me stesso.
Mi si diceva ad esempio: "La guerra fra le nazioni è una fatalità storica!". Ma io rispondo: che me ne importa della Storia e della sua fatalità? Io mi ribello!
Mi si dice: ma tu agendo così non sei positivista. Ma tu facendo così non sei materialista... Ma che può dunque importarmi del signor materialismo o del signor positivismo? Io sono quel che sono!
Dice Mario Senigalliesi: "Io sono per la rivoluzione perché odio questa Società che mi opprime fino a soffocarmi". E chi afferma il contrario? Ma il Senigalliesi aggiunge: "e sono comunista perché ritengo il comunismo una delle organizzazioni economiche migliori per arrivare al massimo de la libertà individuale raggiungibile".
Ora domando io: qual è la massima libertà raggiungibile?
Può l'individuo godere tutta la libertà nel comunismo?
Può l'individuo essere più libero di quello che la sua forza di volontà e la sua capacità di potenza gli concedono?
Crede Mario Senigalliesi, e con lui tutti i rivoluzionari che hanno un fine prestabilito, una mèta collettiva e sociale da raggiungere, che il problema economico sia la leva capace a risolvere tutti gli altri problemi della Vita individuale?
Se sì, sarò loro tanto riconoscente non appena me l'avranno dimostrato: ma fino a che ciò non sia avvenuto ho ragione di continuare a credere che la massima libertà dell'uomo sta soltanto, non nel comunismo, ma nella sua capacità di essere libero.
Perché, per me, Libertà nel senso attivo vuoi dire forza e possesso: nel senso negativo vuoi dire nulla, vuoto, morte. Io ho la capacità di liberarmi dalla Vita uccidendomi. Io ho la capacità di possedere la Vita vivendo.
Ma mentre nella Morte trovo la liberazione assoluta della Vita, vivendo posseggo solo la Vita relativamente. Vale a dire: io non posso possedere la Vita che in relazione alla mia capacità di potenza. Io, in ogni forma di Società, compreso il comunismo, avrò solo quel tanto di Gloria, di amicizia e di amore che saprò conquistarmi. Se io avessi bisogno di dieci giovani amanti e avessi solo la capacità di conquistarne due, nessun comunismo me le potrebbe dare. Ma se io avessi la capacità di averne cento nessun comunismo me le potrà negare. E se egli cercherà di punirmi io mi ribellerò! E nella mia rivolta sarà l'anarchismo mentre nella sua punizione sarà l'autorità!
L'Uomo, caro Senigalliesi, almeno quello sano, cerca la libertà di godere pazzamente le gioie della vita. Ma la gioia e la felicità stanno nel sapersi espandere ed affermare liberamente. Nel saper conquistare e possedere tutto ciò che fa grandi e felici. Ma il forte che ha la potenza di affermarsi nuoce sempre al più debole che questa potenza non ha. E la felicità del forte non potrà mai essere conquistata dai deboli per il semplicissimo fatto che la felicità del forte è appunto la Forza stessa.
Una donna brutta e deforme non potrà mai gioire sotto le soavi carezze d'un amante appassionato. Ella non potrà comprendere mai le infinite gioie dell'amore.
In nessuna forma di società io potrò godere dell'amicizia d'una persona a me cara se non posseggo capacità idonee a questa conquista.
Tu devi comprendere, caro Senigalliesi, che il mondo del cieco è la tenebra, che il letto del lebbroso è all'ospedale, e che un maestoso tramonto commuove un pittore o un poeta mentre lascia indifferente un qualsiasi imbecille. Nessuna società può darmi ciò che bramo. E quanto più la Società è libera più io sarò schiavo.
La vera libertà è un privilegio dei despoti che dominano e dei grandi ribelli che non sanno ubbidire. Ma gli uni e gli altri sono fuori della legge e della regola: sono fuori della mediocrità. Dunque tu lotta, o compagno Senigalliesi, contro questa schifosa e nefanda società monarchica e borghese, per restaurare la società comunista. Io lotto contro l'Ideale società per l'autonomia dell'uomo liberato. Che importa se domani tu sarai il conservatore del comunismo ed io il ribelle eterno?
Presto i marosi scavalcheranno i ponti e stroncheranno le dighe sbattendoci entrambi sulle barricate. Tu combatterai per la realizzazione d'un sogno collettivo e sociale, io troverò nella battaglia il balsamo dell'immediata libertà di violenta espansione individuale. E canteremo insieme l'epico canto degli antichi Eroi. Forse nella lotta comune potremo scorgere qualche lato nuovo di questo eterno perché della Vita.
La mia Negazione e la tua Fede si stringeranno nell'amplesso titanico della distruzione. Tu cadrai abbracciato al tuo utopistico sogno di redenzione collettiva e sociale ed io al crimine sacrilego della mia rinnegazione e della mia Libertà sanguinante.
E forse la Morte farà splendere nelle nostre spente pupille i raggi folgoreggianti ed immortali del medesimo Sole!