| L'ANARCHISMO «TRADIZIONALE»
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È ricercando l'impossibile che l'uomo ha sempre realizzato il possibile. Coloro che si sono saggiamente limitati a ciò che appariva loro come possibile, non hanno mai avanzato di un solo passo. Michail Bakunin
Esiste un mondo di Anarchia che poco ha da spartirsi con quanto sostenuto dagli autori presi in esame fino ad ora. Qui segue una analisi generica rimediata in rete di quelle che sono le alternative 'ufficiali' più in vista, sostanzialmente poco inerenti con i propositi di Barabba Liberation Front, ma altrettanto costruttive ai fini di una decente conoscenza della materia.
Che cos'è l'anarchia
William Godwin
Pierre Joseph Proudhon
Michail Bakunin
Petr Kropotkin
Errico Malatesta
Camillo Berneri
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Che cos'è l'anarchia
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| Anarchia: questo termine è uno dei più usati ed abusati.
Nel senso comune esso è sinonimo di ingovernabilità, caos, disordine, confusione, mancanza di organizzazione.
In realtà Anarchia deriva dal greco, Archia significa governo, ma anche gerarchia, dominio.
Anarchia è quindi la negazione della gerarchia e del dominio. Attenzione, non di questa o quella forma del dominio, ma del dominio in quanto tale. Questa è la differenza fondamentale rispetto ad altre teorie con cui l'anarchia condivide le origini illuministe quali il liberalismo o il marxismo i quali si propongono il superamento di un solo tipo di dominio, quello dello stato assolutista (o totalitario) il primo, quello della dominazione di classe basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione il secondo.
Se per molti è chiaro quello contro cui gli anarchici combattono, a pochi è chiaro con cosa gli anarchici vogliano sostituire lo stato e l'attuale ordinamento sociale.
È difatti evidente che l'opposizione e la negazione del potere in ogni ambito non può precludere ad una semplice riforma sociale, e tantomeno ad una nuova forma di governo, o non solo a questo, ma ad una rivoluzione in tutti gli ambiti della società e in tutti gli ambiti che riguardano la persona umana.
Vi sono varie correnti di pensiero nell'anarchismo, sia dal punto di vista filosofico, che dal punto di vista delle proposte sul come dovrebbe essere la futura società anarchica.
Tutte sono concordi nel voler sostituire l'attuale sistema basato sulla divisione in classi della società e sul prevalere dello stato nei confronti del cittadino, con un sistema volontario basato sul libero accordo, su contratti liberamente sottoscritti, su un sistema di scambio egualitario e (ma non sempre) sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione.
Lo stato verrebbe sostituito quindi da libere federazioni di comuni, e le attività economiche e sociali verrebbero autogestite dai lavoratori stessi.
In sostanza l'anarchia corrisponde ad un governo organizzato dal basso verso l'alto, senza cariche istituzionali stabili (rotazione degli incarichi), e basato sulla massima libertà per l'individuo.
La differenza con le concezioni ultrademocratiche (tipo quelle del filosofo francese Jean Jacques Rousseau) è che in queste concezioni la sovranità è del popolo, mentre secondo la concezione anarchica la sovranità rimane all'individuo, che deve mantenere la propria autonomia morale e la propria indipendenza di giudizio.
Chiarito che l'Anarchia è una filosofia propositiva, e non di mera critica distruttiva, è necessario smentire però un altro luogo comune, ovvero quello che vuole l'anarchismo un movimento minoritario, artistico, creativo, comunque poco seguito dalle masse popolari, e che non ha mai avuto alcuna applicazione pratica, insomma una utopia irrealizzabile destinata a pochi stravaganti sognatori.
È vero che molti artisti, pittori, musicisti, poeti si sono dichiarati anarchici, in alcuni casi sono stati militanti anarchici, il che è ovviamente tutt'altro che un male, ma anarchici ci sono in tutti gli strati sociali, e soprattutto tra i lavoratori manuali, dove i sindacati di ispirazione anarchica hanno raccolto spesso un ampio seguito, soprattutto nei paesi di lingua neolatina. In Spagna il sindacato CNT aveva raggiunto i 2 milioni di iscritti, e in Italia l'Unione Sindacale nazionale il mezzo milione di aderenti.
In quanto alle applicazioni pratiche in Spagna durante la guerra civile (1936-1939) intere regioni erano governate attraverso l'autogestione operaia e la democrazia diretta, anche se questo esperimento fu soffocato dalla tenaglia rappresentata dalla repressione stalinista da un lato e dalla pressione militare fascista dall'altro. Quello fu sicuramente il più grande esperimento di rivoluzione sociale mai avutosi nella storia, dove si sfiorò la realizzazione di una società anarchica. Ma anche in Ucraina tra il 1918 e il 1921 si sviluppò un ampio movimento di guerriglia ispirato alla pratica libertaria ed autogestionaria (machnovisna) che dovette vedersela con le armate bianche zariste e quelle rosse bolsceviche.
In Messico la guerriglia Zapatista era influenzata dalle teorie dei fratelli Magon, due liberali che erano approdati all'anarchismo e si basava su assemblee popolari e federalismo. In Europa vi furono poi tragiche e grandiose ribellioni come la Comune di Parigi (1871) e quella meno famosa di Kronstadt (1921).
Tantissime sono state le comuni autogestite e le comunità "utopiche" che nel corso del novecento hanno creato nuove forme di socialità, dai Kibbutz israeliani, alla comune di Cristiania, tuttora esistente a Copenaghen, alle esperienze di municipalismo di base ispirate all'idea del teorico americano Murray Bookchin, presenti anche in Italia.
Attualmente nell'esperienza neo-zapatista delle popolazioni indigene del Chiapas si possono rilevare importanti caratteristiche anarchiche, quali un sistema di democrazia diretta, l'unanimità nel processo decisionale, il rifiuto del potere quale fine dell'azione politica, il rifiuto di militarizzare la lotta, la rotazione degli incarichi.
Al di là dei pregiudizi e dei luoghi comuni, l'anarchia vive... |
william godwin
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| Opera principale di William Godwin (1756-1836) è An Enquiry Concerning Political Justice and its Influence on General Virtue and Happiness.
Il fulcro del pensiero Godwiniano è prettamente illuminista e si fonda su due principî: il primo è rappresentato dall'importanza del giudizio etico ed individuale, il secondo è "utilitarista" nel senso del principio di raggiungere la maggiore utilità sociale, identificabile con la felicità del maggior numero possibile di persone.
Godwin individua nella Ragione la base di tutto e nell'ignoranza il nemico principale da abbattere. La ragione è la luce che illumina il cammino umano e che deve essere seguita. Conseguenza di questa impostazione è l'importanza data al convincimento ed all'idea che la società possa cambiare, sebbene in un modo molto graduale e lento, mano a mano che la mente degli uomini si apre alla ragione.
Ragione e Governo
Il Governo si basa invece sulla forza e non sulla ragione ed il convincimento, ed è per questo che esso, nato per prevenire gli abusi e le ingiustizie, ha finito con l'incorporarle e perpetuarle. La logica del governo è quindi diventato la violenza, che viene esercitata, sia all'interno che all'esterno attraverso la guerra ed il militarismo. Le teorie alla base dell'esistenza dello Stato vengono da Godwin confutate. Sia quella del diritto divino, sia quella della forza. Anche la teoria contrattualista viene smontata da Godwin mettendone in luce incongruenze e debolezze. In particolare però tutte queste teorie sono per Godwin da rifiutare in quanto non tengono conto del diritto alla libera indagine del cittadino: "Perché dovrei promettere che farò qualunque cosa che un certo potere, chiamato governo, riterrà conveniente o deciderà essere adatta per me? Vi è morale, giustizia, o buon senso in ciò (...) V'è soltanto un potere al quale posso concedere obbedienza sincera: la decisione del mio intelletto, i precetti della mia coscienza. Obbedirò ai precetti di qualsiasi altro potere con riluttanza ad avversione".
In sostanza tutte le forme di potere, comunque storicamente date o giustificate, impongono leggi che non nascono dalla libera volontà dei membri della società,e non si basano sulla ragione. Anche il miglior governo (ovvero quello democratico) si basa sulla forza dei numeri e quindi sulla demagogia.
Godwin non mette sullo stesso piano regime monarchico e regime democratico; quest'ultimo riconosce infatti pari dignità ad ogni uomo senza distinzioni per nascita o censo. Tuttavia anche la democrazia si avvale dei tipici mezzi dell'impostura politica, che consiste nel governare con artifizi e menzogne. in definitiva nel considerare gli uomini immaturi e cattivi e che non devono "essere governati dalla ragione".
La critica di Godwin è particolarmente indirizzata verso la teoria contrattualista di scuola liberale. Tale teoria è inconsistente poiché il patto sottoscritto originariamente tende ad eternizzarsi, facendo sì che le generazioni successive debbano seguire volontà precendenti, anche con condizioni mutate. E anche qualora i cittadini fossero realmente chiamati a rinnovare il patto rmarrebbe comunque il fatto che "patti e promesse non costituiscono il fondamento della morale".
In sostanza la società è costretta a rimanere ferma per rispettare questi patti mentre il principio di un consorzio civile dovrebbe essere quello di basarsi il meno possibile su un principio di permanenza.
La critica radicale al principio d'autorità porta Godwin all'idea opposta: l'autogoverno ovvero il principio secondo cui "ciascuno è abbastanza saggio da governarsi da solo". Infatti "nessun criterio soddisfacente può porre un uomo, o un gruppo di uomini, al comando di tutti gli altri". Se "il Governo è un espediente istituito per la sicurezza degli individui" allora è "ragionevole che ciascuno debba partecipare e contribuire alla propria sicurezza".
L'istituzione governativa deve soltanto limitare il male, dal momento che l'uomo è ancora imperfetto, anche se fondamentalmente non maligno. il carattere dell'uomo non è dato dalla natura ma dalla società. Il perfezionamento della società, la creazione di una società di liberi e uguali elimineranno gradualmente le cause del delitto rendendo superflue le istituzioni repressive.
Etica e partecipazione
La società anarchica preconizzata da Godwin si fonda sull'assenza di ogni forma coercitiva perché fondamentalmente motivata dall'etica. Ma poiché il completo annullamento del governo può avvenire solo con la maturazione di un'alta coscienza civile si deve cercare un sistema sociale basato sulla partecipazione popolare.
Godwin teorizza la democrazia diretta, il decentramento ed il federalismo. Tale schema è per Godwin più o meno applicabile in tutti i paesi dal momento che tutti abbiamo le stesse facoltà ed esigenze. La ragione è la cosa comune a tutti, e questo ci unisce, perciò l'amore patrio è ingannevole, perché vuol dire separare arbitrariamente gli uomini e porre gli interessi degli uni contro gli interessi degli altri. "Un uomo saggio non mancherà di abbracciare la causa della libertà e della giustizia e sarà sempre pronta a battersi in loro difesa, dovunque essi esistano, dovunque egli possa meglio contribuire alla diffusione di questi principi e all'effettiva felicità del genere umano, la sarà la sua patria".
Per Godwin la politica divide, mentre la Ragione, ovvero l'esposizione logica e razionale, la ricerca della verità, ciò che potremmo anche chiamare scienza, unisce.
Godwin si basa su uno degli archetipi del pensiero anarchico: la contrapposizione tra società e governo; infatti "società e governo sono differenti in sé e hanno origini diverse. la società è prodotta dai nostri bisogni, il governo dalla nostra protervia, la società è una benedizione, il governo è solo un male necessario".
Uguaglianza, Giustizia, Felicità
L'uguaglianza secondo Godwin non si basa tanto sulla natura, che anzi ci rende diversi l'uno dall'altro, ma sulla capacità di ciascuno a riconoscere i principi della verità, cosa che lo rende ipso facto equivalente a chiunque altro. L'uguaglianza è per Godwin quindi di tipo morale.
Il valore centrale per Godwin è invece la Giustizia.
La giustizia secondo Godwin è un criterio deduttivo a cui devono rifarsi tutti i casi di ricerca morale ed è quindi la guida"nell'esame della verità politica". La giustizia è "la somma dei doveri morali e politici" ed è inalterabile nel tempo e nello spazio. non esiste una giustizia sociale o individuale ma la giustizia tout-court, così come non esiste una ragione personale ed una comunitaria: c'è la ragione in quanto tale. Se gli uomini errano nell'applicare la giustizia è dovuto alla loro imperfetta conoscenza della stessa.
In Godwin vi è una totale coincidenza fra ragione, giustizia e felicità. La ragione è universale e questo deve portare alla universalità della giustizia la quale a sua volta conduce alla felicità individuale e collettiva...
La felicità si basa sulla premessa che "la prosperità di tutti è l'interesse di tutti", "il nostro vicino deve essere indipendente e libero" perché ciò costituisce "il nostro stesso vantaggio che vale reciprocamente per lui".
Il concetto di uguaglianza si basa, in Godwin, sulla negazione del diritto, infatti nessuno ha il diritto, in sé diseguale, di fare ciò che più gli piace senza tenere conto dei doveri, che derivano da ciò che è giusto.
Giustizia ed eguaglianza originano da questa concezione negativistica del diritto, chiunque non può fare qualunque cosa, perché tutti devono attenersi all'immutabile e universale ragione, la quale è unica e dunque comune a tutti gli uomini. Difatti per Godwin il singolo non è mai sciolto dalla totalità di cui fa parte. Tuttavia vale anche il contrario, per gli stessi motivi, anche la collettività deve sottoporsi ai vincoli della ragione, ovvero della giustizia. Se gli individui sono privi di diritti, non ne ha neppure la società, che possiede solo ciò che gli individui hanno in comune.
Non esiste una superiorità della ragione pubblica su quella privata perché esiste solo la ragione in quanto tale, quindi né società né comunità possono "stabilire assurdità e ingiustizie; la voce del popolo non è, come è stata a volte ridicolmente definita 'la voce della verità e di Dio' e il consenso universale non può trasformare il torto in ragione".
L'eguaglianza tra individui non porta quindi al prevalere del pubblico sul privato, poiché questa uguaglianza si basa sulla ragione, e nessuno può decidere ciò che è giusto o sbagliato per qualcun altro "nessun uomo deve usurpare il mio ambito, né io devo invadere il suo". "Devo esercitare le mie capacità per il vantaggio degli altri; ma tale azione deve essere il frutto di un'effettiva convinzione: nessuno deve costringermi con la forza".
Il problema della proprietà è visto quindi da Godwin secondo il principio del "diritto di giudizio personale". La proprietà di per sé, è solo una delle forme di estensione materiale del giudizio individuale, in effetti "il principio su cui si basa la dottrina della proprietà individuale è il sacro e inamovibile diritto di giudizio privato" Di per sé la proprietà è solo un mezzo e il problema non è la sua esistenza ma piuttosto il suo uso.
Se la proprietà è indispensabile al giudizio individuale questo comporta il dovere di concedere ad ogni uomo la proprietà stessa. Godwin non propone l'abolizione della proprietà, ma ne suggerisce l'estensione. Se ad unire gli uomini deve essere la ragione è proprio questa che ci dice che "i beni del mondo sono un patrimonio comune e un uomo può vantare lo stesso titolo di chiunque altro a ricavare ciò di cui ha bisogno".
Secondo Godwin il cambiamento nella società è causato dal cambiamento personale dovuto all'educazione. Un'azione è libera solo se scaturisce da un'opinione libera. Il cambiamento deve essere, e non può altro che essere, graduale, mentre invece le rivoluzioni sono considerate degli atti violenti e in quanto tali in contraddizione con la tipica pacatezza della ragione. Affrettare troppo i tempi può portare a risultati del tutto opposti a quelli desiderati.
Se Godwin critica la violenza dei rivoluzionari e dei Giacobini non si può nemmeno considerare non-violento, poiché la non-violenza è per lui immorale e inaccettabile quando giustifichi o aiuti la violenza altrui. Quando il danno derivante dalla mancanza di una reazione violenta è maggiore di quella prodotta dalla violenza stessa, per Godwin è legittimo il ricorso alla violenza, anche se questa rimane per lui nociva. |
pierre joseph proudhon
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Secondo Proudhon (1809-1864) esiste una difficoltà oggettiva dell'uomo e della scienza nel comprendere e spiegare la realtà poiché essa è estremamente complessa. Qualsiasi tipo di risposta che voglia essere definitiva o risolutiva non può che finire nel fallimento teorico o nell'arbitrio, scientifico e poi politico. La dialettica Hegeliana viene quindi rifiutata dal momento che la tesi e l'antitesi che si risolvono in una sintesi superiore sono viste come un viatico verso una volontà di potere assoluto. "Hegel conduce, con Hobbes, all'assolutismo governativo, all'onnipotenza dello Stato, alla subalternità dell'individuo".
Esistono invece le antinomie, cose che sono in opposizione tra loro nella realtà. Nel campo delle idee queste si chiamano contra-dictions ovvero controdiscorsi. Per Proudhon bisogna riconoscere la logica binaria delle contraddizioni, le quali non si risolvono e non si annullano tra di loro, bisogna quindi ricercare l'equilibrio dei contrari senza far sparire le contraddizioni, linfa vitale della società e della libertà.
Coerentemente con tale impostazione filosofica Proudhon auspica un sistema sociale che sia "uno stato di uguaglianza sociale che non sia né comunismo, né frazionamento, ma libertà nell'ordine e indipendenza nell'unità". Un sistema che escluda qualsiasi forma di assolutismo.
Il pluralismo è quindi la base della concezione anarchica di Proudhon, ovvero la consapevolezza che ogni idea di conoscenza integrale come di risoluzione definitiva sono destinate ad essere fallimentari sul piano scientifico e totalitarie nel campo politico.
Alla base della sociologia proudhoniana sta l'analisi del lavoro come azione collettiva con la quale si produce richezza sociale. Se il lavoro sociale sta alla base della società questa è un essere collettivo reale, dotato di due attributi fondamentali, la Ragione collettiva e la Forza collettiva.
In sostanza la società è qualcosa di più che la semplice somma delle unità individuali che la compongono. L'uguaglianza e la giustizia non sono un dovere essere ma un fatto oggettivo, insito nella società, seppur compresso da una organizzazione gerarchica e sfruttatrice.
La Forza collettiva è quella che nasce dall'unione degli sforzi individuali, gli uomini vivendo in società ricevono più di quello che danno proprio perché l'unione produce una forza collettiva superiore ai singoli individui.
La Ragione collettiva si basa sull'idea di una associazione paritaria fra individui, dal momento che questa permette una migilore socialità e comunanza di interessi rispetto a quella fra non uguali.
Lo sfruttamento economico avviene attraverso l'appropriazione indebita della forza collettiva.
"Il capitalista, si dice, ha pagato la giornata degli operai: per essere esatti, bisogna dire che ha pagato ogni giorno una giornata quanti operai hanno impiegato, il che non è affatto la stessa cosa. Perché questa forza immensa che risulta dall'unione e dall'armonia dei lavoratori, dalla convergenza e dalla simultaneità dei loro sforzi, egli non l'ha pagata per niente. Duecento granatieri hanno alzato sulla sua base in qualche ora l'obelisco di Luxor; si pensa che un solo uomo in 200 giorni, ne sarebbe venuto a capo? tuttavia, per il conto del capitalista, la somma dei salari sarebbe stata la stessa".
È dall'appropriazione da parte di un singolo di ciò che è frutto di uno sforzo collettivo che si genera il plusvalore.
L'appropriazione del plusvalore da parte dell'imprenditore avviene poiché egli paga al lavoratore un salario (valore di scambio) che serve alla riproduzione del lavoratore stesso mentre si appropria del lavoro sociale (valore d'uso) ovvero dal prodotto generato dall'applicazione della forza collettiva.
Proprietà e possesso
Proudhon definisce la differenza tra proprietà e possesso. la proprietà non consiste nella possibilità di fare uso di un bene e di esserne responsabile, ma nel fatto che la proprietà diventi creatrice di reddito, fonte di facile ed esclusivo guadagno.
Il possesso è invece l'uso socialmente responsabile di un bene al fine di trarne un frutto corrispondente al lavoro fornito. Nel possesso non vi è diritto assoluto di proprietà né trasformazione del bene in capitale parassitario.
La proprietà è definibile invece come il diritto di usare il lavoro altrui e di abusarne "in una parola il dispotismo".
Terra, strumenti, macchine hanno valore solo con il lavoro, la separazione di questi da quello crea lo sfruttamento e la separazione in classi della società.
Questa distinzione fra proprietà e possesso, fra abuso parassitario e sfruttatore dei beni, e uso responsabile e autosufficiente dei mezzi della produzione, serve a definire la soluzione del problema proprietario. La domanda che si pone Proudhon è: la proprietà intesa come possesso è eliminabile? La risposta è NO. Per questo Proudhon rifiuta come inconsistente e pericoloso il progetto comunista di abolizione della proprietà e la sua sostituzione con la proprietà collettiva, poiché la proprietà tout-court non è eliminabile, in quanto il possesso ovvero la produzione sociale esisterà anche in una società comunista. Vi sarà quindi qualcuno (classe o stato, o individuo) che controllerà tale produzione e se ne approprierà, mascherato dall'ideologia comunista.
Il progetto comunista è pericoloso poiché la realizzazione di tale progetto vorrà dire l'attribuzione della proprietà allo Stato, quindi vuol dire creare un monopolio di Stato dei mezzi di produzione. Questo comporterà un sistema di controllo totale sull'individuo e la collettività. In tale sistema "la vita, il talento, tutte le facoltà dell'uomo sono proprietà dello Stato, che ha il diritto di farne per l'interesse generale, l'uso che gli piace".
In altre parole il progetto comunista è utopistico perché non risolve il problema della diseguaglianza sociale, e pericoloso poichégenererà un sistema più autoritario del presente capitalistico.
La critica di Proudhon è indirizzata al comunismo utopistico, ma si applica altrettanto bene a quello "scientifico".
L'analisi proudhoniana della forza lavoro si applica, a differenza di quella marxiana, non solo alla società capitalista, ma è un paradigma valido come spiegazione generale dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo. L'abolizione marxista del lavoro come merce non significa l'abolizone dello struttamento tout-court percgé il alvoratore continua ad essere dispossessato dei mezzi di produzione e anzi, il valore del suo lavoro viene dato non dal mercato ma dallo Stato.
L'unica soluzione al problema, di per sè irrisolvibile, della proprietà è dato dall'universalizzazione della stessa intesa come pssesso generalizzato fondato sul lavoro. Nel campo politico le cose si svolgono in modo del tutto simile, così come il capitale si appropria della forza collettiva e del plusvalore da questi prodotta, così lo stato si impossessa della potenza sociale generata dalla società. Lo Stato è quindi l'alienazione di tale forza, e corrisponde alla alienazione delle facoltà politiche della società. Esso ha tutto l'interesse a mantenere la società nella diseguaglianza, perché solo questa garantisce allo Stato la propria sopravvivenza e necessità.
Lo Stato
Lo Stato si fonda su una religione della forza e una vera e propria mistica della "Ragion di Stato", quindi in definitiva su una dimensione mistica e religiosa.
Proudhon identifica con esattezza una tendenza storica dello Stato e dei suoi apparati burocratico amministrativi, ad espandersi e ad inglobare tutto, imbrigliando e limitando le autonomie " a dispetto dei principi che attribuiscono la sovranità alla nazione, sovrano è il potere, che pretende di agire e farsi rispettare come tale, che nella sua qualità di sovrano rilutta all'esame, al controllo, al resoconto, alla discussione" .
Questa tendenza viene fatta risalire da Proudhon alla rivoluzione francese del 1789. C'è quindi continuità storica fra Stato Assoluto e Stato Rappresentativo. Il Politico è inevitabilmente alienazione e sottomissione. La democrazia rappresentativa ed il suffragio universale sono anch'esse forme di tale alienazione, e risultano quindi in una grande illusione mistificatoria.
Le assemblee elettive non rappresentano affatto il volere di tutti, e neanche possono, quindi la democrazia non raggiunge il fine di restituire al popolo la propria sovranità, ma semplicemente costituisce un nuovo potere più forte e più solido poiché basato su un'illusorio consenso popolare.
Vi è separazione fra società economica e società politica, fra la lotta dei lavoratori e la falsa rappresentazione degli interessi che si ritrova nelle strutture parlamentari ed amministrative. Da questa constatazione nasce l'idea riassunta nel mmotto che sarà della Prima Internazionale "L'emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi o non sarà".
La Rivoluzione
In una celebre lettera a Marx Proudhon afferma "Forse conservate ancora l'opinione che al presente nessuna riforma sia possibile senza un coup de main, senza quello che una volta era chiamato rivoluzione e in realtà non è altro che una scossa. Quest'opinione, che io capisco, scuso e sono disposto a discutere, avendola condivisa anch'io per molto tempo, i miei studi più recenti me l'hanno fatta abbandonare completamente(...) perché questo preteso mezzo non sarebbe che un'arbitrio, in breve una contraddizione. Quanto a me, imposto il problema in questo modo:far rientrare nella società, con una combinazione economica, le ricchezze che sono uscite dalla società con un'altra combinazione economica. In altre parole, volgere in economia politica la teori della proprietà contro la proprietà, in modo da far nascere ciò che voi, socialisti tedeschi, chiamate comunità, e che io mi limiterei a chiamare libertà, uguaglianza".
La critica proudhoniana alla rivoluzione non è tanto di matrice 'riformista" quanto deriva dalla convinzione che l'importante sia l'aspetto economico più che quello politico, come già detto illusorio nella pratica democratico-rappresentativo, pericoloso nell'idea di dittatura rivoluzionaria. Ciò nonsignifica che Proudhon non sia rivoluzionario ma il suo essere rivoluzionario è sempre all'interno della dialettica della complementarietà quindi fusione e coesistenza complementare di rivoluzione e conservazione.
"Le rivoluzioni sono le successive manifestazioni della Giustizia nell'umanità. È per questo che ogni rivoluzione ha il suo punto di partenza in una rivoluzione precedente. Dunque chi dice rivoluzione dice necessariamente progresso e, per ciò stesso, conservazione. Ne segue che la rivoluzione è in permanenza nella storia, e che propriamente parlando, non ci sono state diverse rivoluzioni, ma non c'è che una sola, stessa e perpetua rivoluzione".
Il progresso non può però essere identificato nel semplice svolgersi della storia ma nel realizzarsi della giustizia e della libertà. : è il grado di giustizia che si realizza l'indice del progresso. non vi è inevitabilità del processo storico di liberazione ma l'esplicarsi della libera volontà di giustizia ed uguaglianza.
Il concetto di rivoluzione anarchica per Proudhon si estrinseca come lotta per il sovvertimento e distruzione dell'assoluto in una duplice azione rivoluzionaria. Da un lato bisogna favorire il mutamento storico e accelerare il cambiamento nella società, dall'altro correggere, nel caso, questo mutamento, perché non pigli la forma di un nuovo assoluto.
Secondo Proudhon la classe sociale più rivoluzionaria è quella costituita dalle classi operaie (il plurale indica l'estensione a tutte le classi sfruttate) purché queste raggiungono la capacità politica necessaria, ovvero elaborino da se stesse le proprie idee e il proprio programma, senza farsi influenzare o manipolare da altre classi.
Il programma politico di Proudhon definisce per la prima volta il programma anarchico di una società senza Stato e senza classi.
Alla società gerarchica divisa in lavoratori manuali e intellettuali Proudhon oppone la società economica autogestita da produttori autonomi ed eguali, alla concezione statale gerarchica quella di una comunità di liberi dove "ognuno ha garanzia di conseguire gli stessi diritti purché sottostia agli stessi doveri".Proudhon propone quindi una rivoluzione economica che sostituisca il sistema capitalistico basato sulla proprietà con un sistema socialista autogestito basato sul possesso. Il modo di funzionamento di questa non può altro che essere policentrico e federalista. La via è quella di una rivoluzione economica che renda del tutto superfluo il potere politico sostituendo il governo con "l'organizzazione industriale", le leggi con i contratti, i poteri politici con le forze economiche, lo Stato con la Federazione.
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michail bakunin
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| Gli scritti di Michail Bakunin (1814-1876) sono innumerevoli ma quasi nessuno è completato, l'unica opera organica portata a termine è "Stato e Anarchia" (1873). Altri scritti sono "Dio e lo Stato", "La politica dell'internazionale", "L'istruzione integrale".
Bakunin è il più famoso, se non il più importante, pensatore anarchico, paradossalmente, però, il suo pensiero è asistematico. Egli infatti, è stato soprattutto un militante rivoluzionario, dedito all'organizzazione politica delle classi proletarie nella prima internazionale. Questo è uno dei motivi per cui molti degli scritti di Bakunin risultano incompleti o ripetitivi, dal momento che venivano abbandonati per ragioni, per così dire "pratiche", e non venivano portati a termine. In secondo luogo l'asistematicità di Bakunin è anche una posizione filosofica, dal momento che Bakunin, contrario ad ogni sistema dogmatico e pseudo-scientifico di pensiero, non poteva certo aspirare a crearne uno in proprio.
Esiste tuttavia un concetto fondante alla base del pensiero bakuniniano. Questo concetto è la libertà. La libertà è la "pietra angolare" del pensiero di Bakunin.
Difatti è attraverso il concetto di libertà che Bakunin può analizzare il concetto avverso, ovvero quello dell'autorità. La libertà è il criterio teorico e pratico utile ad interpretare e distruggere il principio informatore della società costituita: Il principio d'autorità.
Tuttavia la libertà per Bakunin non ha solo un significato epistemologico ma anche etico. La libertà è infatti il fine mai completamente raggiungibile della stessa vita umana, lo scopo di una vita che valga la pena di essere vissuta.
Il progresso umano individuale e collettivo, consiste in una continua lotta per affrancarsi dall'autorità nelle sue molteplici forme. Tutto lo sforzo teorico di Bakunin consiste nell'analisi dell'aspetto storico e quindi variabile dello sfruttamento e del dominio dell'uomo sull'uomo, attraverso questa analisi è possibile decifrare la causa strutturale che determina la riproduzione di ogni forma storica di dominio, ovvero quello dell'autorità.
Questo tipo di analisi porta Bakunin a vedere i nessi che intercorrono fra il monopolio del sapere, la divisione gerarchica del lavoro, le classi sociali e lo Stato.
La divisione gerarchica del lavoro
Questa consiste essenzialmente nella divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. L'analisi della divisione gerarchica del lavoro permette di identificare le costanti diseguaglianze che si ripresentano nella storia umana, pur variando le forme di queste a seconda dell'epoca. Il metodo bakuniniano individua un metodo per l'analisi non solo di questa o quella forma storica di sfruttamento ma un modello più generale di analisi. Da questo punto di vista è quindi facile comprendere come lo sfruttamento capitalistico-borghese sia una forma storica del dominio, derivante appunto dalla divisione del lavoro basata sul diritto di proprietà, ma non è l'unica né necessariamente l'ultima.
Bakunin riprende quindi l'analisi sociologica di Proudhon della società autoritaria come organizzazione gerarchica del lavoro dove le funzioni sociali, produttive e politiche, sono ordinate secondo un ordine crescente di importanza. Capitale e forza lavoro sono una espressione storica variabile di una costante divisione gerarchica fra lavoro intellettuale di direzione gerarchica da un lato e pura forza manuale assoggettata al dominio dall'altro. Le classi vengono quindi definite sulla base del rapporto di dominazione-dipendenza che deriva dalla gerarchia.
Governanti/governati, dirigenti/esecutori, capi/sudditi, queste le dicotomie create dalle differenti conoscenze scientifiche, sociali, culturali, politiche.
L'istruzione integrale
In particolare Bakunin dedica attenzione al sapere quale fonte primaria di privilegio, al punto di affermare che anche nella vagheggiata società socialista "chi sa di più dominerà naturalmente chi sa di meno, e quand'anche inizialmente non esistesse fra classi che queste sola differenza di istruzione ed educazione, questa differenza produrrebbe in poco tempo tutte le altre".
Coerentemente con tale analisi l'abolizione delle classi non può che derivare dalla abolizione della divisione gerarchica del lavoro e dalla socializzazione del sapere. Da qui l'importanza data da Bakunin all'istruzione integrale per tutti, all'unione del sapere con il lavoro manuale.Non solo ma per Bakunin non avrebbe senso una rivoluzione che lasciasse le cose inalterate, che lasciasse i contadini continuare a fare i contadini, gli operai gli operai, eccetera...
Per realizzare l'uguaglianza è necessario che, una volta abbattuto il capitalismo e lo Stato, tutti lavorino manualmente e siano istruiti, ovvero "non vi siano più né operai, né scienziati, ma solo uomini". L'integrazione fra lavoro manuale ed istruzione (istruzione integrale) è la via principale ed indispensabile per una società realmente priva di classi.
In una siffatta società "L'ordine e la progressione gerarchica non esistono, di modo che chi ieri comandava oggi può essere subalterno. Con questo sistema, praticamente il potere non esiste più. Nessuno si eleva sopra gli altri o, se lo fa, è soltanto per ricadere dopo un istante, come onde del mare, tornando ancora al sano livello dell'uguaglianza." Bakunin identifica anche quale sarà la obiezione teorica all'ideale egualitario ed anarchico. Tale obiezione è da ricercarsi quelle teorie meritocratiche come il darwinismo sociale che fanno risalire le differenze sociali a differenze naturali. Se infatti le cause della diseguaglianza non sono dovute a cause sociali ma alla "natura", non sono modificabili. Questo tipo di pensiero è per Bakunin "l'ultimo rifugio della volontà di potenza".
La nuova classe
L'analisi delle differenze di classe come risultante delle differenze di accesso al sapere fanno presagire quella che sarà la classe che, attraverso il monopolio della scienza e del sapere, affiancherà e poi sostituirà la classe borghese: la classe tecno-burocratica. A questo proposito è fondamentale l'analisi bakuniniana della Scienza e della sua divinizzazione. Questa, che inizialmente era al servizio dell'uomo e serviva a questi per liberarsi dell'oscurantismo religioso e delle superstizioni, ha preso il sopravvento ed è assurto a ruolo di astrazione. Si è cioé divinizzato e si è quindi rovesciato il rapporto tra uomo e scienza,. La scienza non è più al servizio dell'uomo ma questi è al servizio di quella. Invece la scienza rimane per Bakunin un'astrazione, può servire a constatare e riconoscere o spiegare la vita ma non può sostituirla né prevederla. La divinizzazione della scienza la rende una sorta di religione laica, l'equivalente laico della religione così come l'equivalente laico della chiesa è lo Stato.
La scienza è però perfino più pericolosa della religione in quanto, in virtù della sua anonimità ed universalità, si propone al tempo stesso come obiettiva e democratica.. Bakunin può così prevedere, con toni profetici, ma esattezza scientifica quali saranno le caratteristiche della "nuova classe" in ascesa verso il potere. Questa fonderà la sua forza sulla proprietà dei mezzi di produzione intellettuale cioé sulle conoscenze tecniche e scientifiche ed amministrative necessarie al funzionamento dei grandi agglomerati industriali e politico-amministrativi.
La "proprietà intellettuale" è il capitale specifico di questa nuova aristocrazia, e la meritocrazia la sua giustificazione ideologica.
Il socialismo autoritario, statalista e scientifico, rappresenta quindi per Bakunin l'ideologia ed il programma di questa classe intellettuale piccolo-borghese. Infatti il socialismo statalista abroga solo la proprietà dei mezzi di produzione, lasciando però inalterata la divisione gerarchica del lavoro, anzi rafforzandola attraverso il monopolio della proprietà intellettuale giustificata dalla "scienza".
"Queste parole "socialisti scientifici", "socialismo scientifico" che si incontrano costantemente nelle opere e nei discorsi dei lassalliani e dei marxiani provano di per se stesse che il cosiddetto Stato Popolare non sarà nient'altro che il governo dispotico sulla massa del popolo da parte di una aristocrazia nuova e molto ristretta di veri o pseudo scienziati".
Il programma di statalizzazione della economia è vista da Bakunin, riprendendo Proudhon, come l'anticamera di un sistema totalitario e di un nuovo dominio di classe . Infatti secondo l'anarchico russo, nel corso della storia "lo Stato è sempre stato patrimonio di alcune classi privilegiate: il clero,l'aristocrazia, la borghesia. E alla fine, quando tutte le classi si sono esaurite, lo stato diventa patrimonio della burocrazia e cade, o se volete s'innalza, alla posizione di una macchina" . Comunque, per la propria autoconservazione è "necessario che ci siano classi privilegiate" . Per questa ragione è quindi necessario che l'abolizione delle classi coincida con l'abolizione dello Stato.
È chiaro che da quanto detto finora che il programma del marxismo, del "comunismo scientifico" sia per bakunin l'esatto opposto di una strategia rivoluzionaria volta all'abolizione effettiva delle classi. Infatti il comunismo marxiano divide in due tempi la rivoluzione: la presa del potere e l'estinzione dello Stato, susseguente alla scomparsa delle classi. Divide in due anche la forza rivoluzionaria, divisa fra un partito guidato da un'elite di socialisti scienziati e la massa, e si fonda sulla divisione gerarchica del lavoro, sia quello politico che quello economico.
È da ciò che Bakunin può prevedere gli esiti della rivoluzione marxista. La divisione in due tempi del processo rivoluzionario rende possibile la dilazione all'infinito del comunismo e della società senza classi. Nel frattempo la divisione gerarchica del lavoro ed il monopolio della scienza avrebbe creato una nuova classe :la burocrazia rossa. " Nello Stato Popolare di Marx(...) non ci saranno dunque classi privilegiate ma ci sarà un governo e, notate bene, un governo molto complesso. Questo governo non si accontenterà di amministrare e di governare politicamente le masse. Esso amministrerà le masse anche dal punto di vista economico concentrando nelle mani dello Stato la produzione e la ripartizione della ricchezza, la coltivazione dei suoli, la costruzione e lo sviluppo delle fabbriche, l'organizzazione e la direzione del commercio, e infine, l'applicazione del capitale alla produzione, attraverso l'unico banchiere, lo Stato. Tutto ciò richiederà un immenso patrimonio di conoscenze, e molti cervelloni che prestino la loro collaborazione al governo. Sarà il regno dell'intelligenza scientifica, il più aristocratico, dispotico, arrogante ed elitario di tutti i regimi. Ci sarà una nuova gerarchia di scienziati e di studiosi veri e finti, e il mondo si dividerà in una minoranza che comanda in nome della scienza, e in un'immensa maggioranza di ignoranti. E allora sventura per la massa degli ignoranti!".
L'Internazionalismo
L'altra critica che Bakunin muove alla concezione marxiana riguarda l'idea della lotta politica nazionale. L'obiettivo di una lotta rivolta alla conquista del solo potere all'interno dello Stato significa la fine della lotta contemporanea contro il capitalismo e contro lo stato, ovvero la fine dell'internazionalismo proletario. Infatti all'unità al di sopra degli Stati fondata sull'interesse supremo delle classi oppresse subentrerebbe il frazionamento all'interno degli Stati dovuto all'interesse particolare degli Stati medesimi.
Questa analisi è confortata da quello che succederà poi, con l'impotenza della II° internazionale (socialdemocratica) di fronte alla Prima guerra mondiale e successivamente con l'allineamento dei partiti della III° internazionale (comunista) agli interessi supremi dello Stato Bolscevico.
Per Bakunin la lotta al capitale ed allo stato non può essere altro che internazionale a prescindere quindi dallo sviluppo storico.
Lotta di Classe e Lotta Rivoluzionaria
Bisogna smentire un diffuso luogo comune secondo il quale Bakunin vedesse o auspicasse le rivoluzioni soltanto nei paesi arretrati o che identificasse soltanto nei ceti più arretrati (lumpen proletariato o contadini). È vero invece che per Bakunin la rivoluzione era possibile ovunque, anche se riteneva che i paesi più arretrati presentassero condizioni più favorevoli (cosa confermata poi dalla storia). Questo perché vedeva il lento ma inesorabile integrarsi delle élite operaie nei paesi maggiormente sviluppati, e quindi il minore ardire rivoluzionario di questi.
Bakunin parla non di lotta di classe ma di lotta popolare. In effetti per l'anarchico russo la lotta di classe è lotta per il potere.
Allo schema dicotomico marxista Borghesia-Proletariato Bakunin contrappone uno schema tripolare: la massa degli sfruttati, una classe dominante, ed una classe in ascesa verso il potere. Quest'ultima è una classe sfruttata e sfruttatrice allo stesso tempo e lotta contro la classe dominante per prenderne il posto; il termine lotta di classe indica quindi delle classi omogenee in lotta per il potere.
Al contrario, la lotta rivoluzionaria, che Bakunin definisce "lotta popolare" è fatta da una massa gli sfruttati, non definibili come classe in quanto massa eterogenea e disorganizzata, che ha come unico scopo la lotta per la propria liberazione. Questo tipo di lotta è sempre stato strumentalizzato dalla classe in ascesa per prendere il potere.
Per Bakunin la rivoluzione è una lotta di tutte le masse sfruttate per l'abolizione contemporanea di tutte le forme di potere. Questa è l'unica possibilità per impedire il continuo alternarsi di classi dominanti. Non si può creare le condizioni dell'uguaglianza senza creare quelle della libertà contemporaneamente. Non si possono abolire le classi senza abolire lo Stato, abolire lo Stato senza abolire la chiesa, abolire la chiesa senza abolire ogni principio d'autorità. La logica dell'autorità si può spezzare solo opponendole la logica della libertà.
In Bakunin si sommano le istanze liberali a quelle del socialismo. "La libertà senza il socialismo è privilegio ed ingiustizia, il socialismo senza libertà è schiavitù e brutalità". |
petr kropotkin
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| L'opera teorica di Kropotkin (1842-1921) è assai vasta, e nei lunghi anni di esilio londinese sviluppa una ricerca multidisciplinare di carattere storico, geografico, zoologico e biologico che anticipa alcuni temi del movimento ecologista attuale. Tra i suoi lavori ricordiamo 'Parole di un ribelle", "La conquista del pane", "Campi fabbriche officine", "Il mutuo appoggio","La scienza moderna e l'Anarchia", e l'incompiuto "L'etica".
Lo sforzo teorico di Kropotkin è rivolto essenzialmente verso uno scopo. Dare dignità di scienza all'anarchia. Per comprendere il senso di questo sforzo è necessario considerare il periodo storico nel quale si trova ad operare il "principe dell'anarchia". È il periodo del massimo sviluppo delle teorie positiviste e scientiste. Le tesi più in voga nel periodo sono essenzialmente due: nel campo scientifico-naturalistico la teoria dell'evoluzionismo darwiniano, con la sua affermazione della inevitabile vittoria del più adatto e del più forte sul più debole. In campo socialista l'affermarsi del socialismo scientifico e in particolare del metodo dialettico e del determinismo economico. In apparenza diversi ed opposti, questi due sistemi si basano su una concezione comune: l'idea della lotta come costante dell'esistenza, sia biologica che sociale, ed il prevalere del più forte, sia esso individuo, animale o classe, come sbocco inevitabile di questa lotta.
Kropotkin lancia la sua sfida intellettuale: dimostrare che l'anarchismo è in perfetta sintonia con lo sviluppo e i metodi della scienza, che esso ha basi scientifiche indiscutibili e, soprattutto dimostrare che la vita umana ed animale è prevalentemente basata sulla cooperazione e la solidarietà, piuttosto che sulla lotta.
Evoluzionismo, positivismo, determinismo scientifico e creatività popolare sono le armi teoriche usate da Kropotkin per dimostrare il perfetto incontrarsi di anarchia e scienza.In sostanza il tentativo di Kropotkin è quello di giustificare la libertà e l'uguaglianza attraverso una spiegazione di tipo naturalistico.
Per Kropotkin "L'Anarchia è il risultato inevitabile del movimento intellettuale nelle scienze naturali, movimento che cominciò verso la fine del XVIII secolo". Il movimento intellettuale nato dall'Illuminismo e dall'enciclopedismo, a causa della sua radicale critica al principio d'autorità, non poteva che sfociare in una concezione anarchica della vita. Il carattere rivoluzionario di questo movimento è dovuto alla sua valenza naturalistica, ovvero al suo riportare i problemi alla propria origine fisico-naturale, operando un disincanto verso tutta la cultura religiosa e metafisica precedente"(gli enciclopedisti) fecero un tentativo di fondare il sapere generalizzato - la filosofia del sapere e della vita- con un metodo strettamente scientifico, respingendo quindi tutte le costruzioni metafisiche dei filosofi precedenti e spiegando tutti i fenomeni con l'azione delle medesime forze fisiche, che erano state per essi sufficienti a spiegare l'origine e l'evoluzione del globo terrestre".
Questo indirizzo materialistico ha strappato una volta per tutte i veli mistici e pseudo scientifici che avevano coperto la realtà. Questo metodo si è esteso dallo studio degli astri a quello della chimica, giungendo alfine allo studio delle forme politiche, giuridiche ed economiche della società umana. Quindi la scienza ha una valenza atea, rivoluzionaria e demistificante, perché è grazie alla scienza che è possibile "leggere il libro della natura, compresa ciò che ciò che tratta dell'umanità, senza ricorrere all'idea di un creatore, di una "forza vitale" mistica, o di un'anima immortale, e senza consultare la trilogia di Hegel, né nascondere la nostra ignoranza sotto non importa quale simbolo metafisico".
L'anarchismo è per Kropotkin lo sbocco logico ed inevitabile di tale impostazione. Esso deve rimanere saldamente agganciato alla cultura razionalista ed all'illuminismo, di più, al metodo induttivo che è per Kropotkin, la base metodologica dell'anarchismo. Ma Kropotkin va più in là affermando "l'anarchia è una concezione dell'universo, basato sulla intepretazione meccanica dei fenomeni, che abbraccia tutta la natura, non esclusa la vita della società. Il suo metodo è quello delle scienze naturali; e, secondo questo metodo, ogni conclusione scientifica deve essere verificata. La sua tendenza è di fondare una filosofia sintetica, che si estenda a tutti i fatti della natura, compresa la vita delle società umane e i loro problemi economici, politici e morali".
Come si desume da queste righe per Kropotkin non solo si può assegnare alla scienza una funzione di segno progressista e libertario, ma anche assegnare all'anarchismo il compito di spiegare scientificamente la natura ed il mondo delle relazioni umane, siano esse economiche o politiche o sociali. Vi è insomma più che un parallelismo tra scienza ed anarchia, una vera e propria identificazione.
Secondo Kropotkin a partire dalla rivoluzione copernicana, ogni scoperta scientifica conferma che la struttura dell'universo non ha un centro specifico di forza o direzione della forza "il centro, l'origine della forza, trasferito una volta dalla terra al sole, si trova ora sparpagliato, disseminato: è dappertutto ed in nessun luogo". L'universo è quindi costituzionalmente non gerarchico, ma si basa sull'armonia.
Tale costituzione non gerarchica è confermata dalla scienza in tutti i campi, da quello biologico a quello dei rapporti umani.
Non esistono leggi naturali prestabilite, ma l'armonia della natura è il risultato fortuito e temporaneo di un processo. Di incontri e scontri all'interno della struttura materiale non esistono leggi ma bensì fenomeni. Così come l'armonia della natura è data dall'equilibrio temporaneo e spontaneo, senza che nessuna legge o forza esterna precostituita la determini, così la società umana si regge sull'armonia spontanea, e non può che sfociare nell'Anarchia, poiché anche la società umana tende a respingere le forme cristallizzate.
Evoluzione e Rivoluzione
Kropotkin è convinto che l'evoluzione sia la grande costante della storia umana, e che il mutuo appoggio, la giustizia e la morale siano una conseguenza inevitabile dello sviluppo storico. Tuttavia, nel momento in cui Kropotkin afferma che l'anarchia derivi dall'evoluzione incessante, ribadisce la necessità del salto rivoluzionario. Un salto che concilia l'evoluzionismo scientifico con la classica teoria anarchica del volontarismo. "Il nostro dovere è di cogliere prima di tutto, con l'analisi della società, le tendenze che sono proprie di un dato momento della sua evoluzione e di metterle in risalto. In seguito, di mettere in pratica queste tendenze nei nostri rapporti (...) infine, da oggi, ma soprattutto durante il periodo rivoluzionario, di demolire le istituzioni, come anche i pregiudizi che ostacolano lo sviluppo di queste tendenze".
Nella concezione di Kropotkin convivono quindi due orientamenti contrastanti. Da un lato la concezione che mutuo appoggio, giustizia,libertà siano una necessità organica ed una risultante inevitabile dell'evoluzione, dall'altro la necessità della rottura rivoluzionaria rispetto ad un presente che è evidentemente, l'opposto del supposto carattere progressivo dell'evoluzione umana e storica.
La rivoluzione viene giustificata come accelerazione del processo evolutivo.
Socialità e Morale
Dall'impianto naturalistico di Kropotkin deriva la convinzione che la socialità non sia una scelta dei soggetti sociali, ma una necessità della specie, motivata dall'istinto di sopravvivenza, che porta al ritrovarsi in collettività, ed a formare la società, l'associazione fra individui che man mano che si sviluppa l'evoluzione progressiva "diviene sempre più cosciente"; l'associazione "è osservata per i benefici del mutuo appoggio, o per i piaceri che esso procura(...) la varietà stessa degli aspetti che assume la vita in società è una conseguenza, e per noi una prova di più, della sua generalità".
Se la socialità deriva da un'istinto innato e dalla necessità, da cosa deriva la morale? Per l'anarchico russo la morale deriva anch'esso dall'istinto di conservazione della specie, gli esseri umani agiscono moralmente, quindi, nella misura in cui cooperano al bene comune. La dimensione soggettiva risiede totalmente nella intenzione etica di questa azione morale.
Secondo Kropotkin anche le leggi e lo Stato nascono da questo bisogno innato di socialità e di bene comune. La legge presenta sempre due aspetti: da un lato è espressione degli usi e consuetudini necessarie al vivere comune, dall'altro è l'abile strumentalizzazione dei fini sociali al servizio e a vantaggio delle classi dirigenti.
"Tutte le leggi (...) si distinguono dai costumi, stabiliti dall'uso, i quali rappresentano i principi di moralità esistenti in una data società in un dato periodo. La legge conferma questi costumi, li cristallizza, ma nello stesso tempo ne approfitta per introdurre, generalmente dissimulandola, qualche nuova istituzione nell'interesse della minoranza e degli uomini d'arme". Per Kropotkin tutte le garanzie necessarie alla vita sociale e alla cooperazione sono state "elaborate dal genio creatore della folla anonima". Mentre le leggi si sono composte di due parti : uno utile a tutti e l'altro "che aveva per scopo di impiantare o di consolidare l'autorità nascente del signore, del soldato, del reuncolo e del prete, di rinforzare queste autorità e santificarle." Basti pensare, al giorno d'oggi,allo "stato sociale",che si è impiantato con tutto il suo carrozzone di clientelismi, sulla originaria solidarietà delle associazioni operaie di mutuo soccorso.
Da ciò si può capire come il principio di autorità sia, per Kropotkin, una funzione distorta del principio di libertà,e perciò la perdita della libertà del singolo non deriva, come sostiene la teoria del contratto sociale, da una rinuncia alla libertà individuale per acquisire quella sociale, ma dalla imposizione di un modello innaturalmente gerarchico, sopra una funzione sociale di per sé non gerarchica.
Il comunismo anarchico
Questa concezione dell'innata socialità dell'uomo, e della natura progressiva ed evolutiva della storia umana portano Kropotkin ad abbracciare il comunismo quale forma economica della futura società anarchica. E, contrariamente ad altri anarco-comunisti, che ammettono altri sistemi o sottosistemi economici all'interno di un quadro pluralista, per Kropotkin il comunismo è l'unico sistema privo di contraddizioni sociali racchiusa nel principio "da ognuno secondo le sue forze, ad ognuno secondo i suoi bisogni". Questa formula abolisce la schiavitù del salario e la dipendenza dal bisogno.
Il comunismo anarchico è il "comunismo senza governo, quello degli uomini liberi, è la sintesi dei 2 scopi ai quali mira l'umanità attraverso i tempi: la libertà economica e la libertà politica". Il comunismo è il completamento dell'anarchia, ovvero l'uguaglianza che completa la libertà. La giustificazione del comunismo è trovata da Kropotkin nella sua perfetta rispondenza alle leggi dell'evoluzione naturale . Comunismo e mutuo appoggio sono due definizioni della stessa realtà: la logica della vita che preserva se stessa, il principio di sopravvivenza alla sua massima espressione.
Come già Bakunin prima di lui, Kropotkin si propone di abolire la differenza tra lavoro manuale e lavoro intellettuale ma anche tra città e campagna.
Il tipo di organizzazione sociale anarchica si deve basare sui bisogni pratici,e non su quesiti astratti. Questa si deve sviluppare partendo "dalla libera intesa per territori, funzioni e professioni di tutti gli interessati".
Quindi "comuni indipendenti per gli aggruppamenti territoriali, vaste federazioni di mestieri per gli aggruppamenti di funzioni sociali -gli uni allacciati agli altri per aiutarsi a vicenda nel soddisfare i bisogni della società- e aggruppamenti di affinità personali, varianti all'infinito, di una durata o effimeri, creati a seconda dei bisogni del momento per tutti gli scopi possibili. Queste tre specie di raggruppamenti formerebbero come una rete tra loro e giungerebbero a permettere la soddisfazione di tutti i bisogni: il consumo, la produzione, lo scambio; le comunicazioni, le misure sanitarie, l'educazione; la protezione reciproca contro le aggressioni, il mutuo appoggio, la difesa del territorio; la soddisfazione, infine, dei bisogni scientifici, artistici e letterari".
In sostanza si tratta di una pianificazione, ma che non ha niente a che vedere con la pianificazione autoritaria, in quanto nasce dal basso e dalle esigenze pratiche.L'idea è quella di una società che si autoregola basandosi sull'equilibrio spontaneo. L'ottimismo eccessivo e lo scientismo di Kropotkin non assumono mai il carattere della totalità, poiché basati sul metodo deduttivo e sperimentale, fondato sulla verifica continua quale garanzia contro le tentazioni totalitarie.
Alcune delle impostazioni di base di Kropotkin, e in particolar modo l'ottimistica idea che la società vada spontaneamente evolvendosi verso la libertà e l'uguaglianza, appaiono superate, tuttavia è vero che sotto altri aspetti l'opera di Kropotkin serbi ancora motivi rilevanti di interesse. Se è vero che l'identificazione fra scienza ed anarchia ed il determinismo che da ciò deriva risulta contraddittorio con l'ideologia libertaria, è altresì vero che lo stesso Kropotkin lo supera sostenendo la necessaria coerenza tra mezzi e fini e dia a questa rilevanza metodologica, e cioè scientifica. Il rapporto coerente tra mezzi e fini ci dice che questi possono essere raggiunti solo attraverso l'adeguamento dei mezzi alla natura dei fini.
Non solo, ma i fini non sono dati, ma posti ovvero è la prassi rivoluzionaria, l'azione cosciente dell'uomo che determina i fini, che sono quindi la meta di un'azione cosciente e volontaria. Per ciò " (...) la questione che l'anarchia si propone di risolvere potrebbe concretarsi come segue: quali forme sociali assicurano più efficacemente, in determinate società per amplificazione, nella umanità in generale, una maggior somma di benessere e, per conseguenza, una fonte più copiosa di vitalità?".
La scienza pone quindi delle domande, mentre l'anarchia cerca di dare delle risposte.Mentre l'economia classica e marxista si basa su una prospettiva "oggettiva" dove la libertà di scelta non esiste, l'anarchismo Kropotkiniano si basa su una prospettiva rivoluzionaria, dove l'emergere del sociale e della volontà crea i propri fini e la propria azione, operando una scelta.
È universalizzando la pratica e la metodologia della scienza che si può arrivare, attraverso sperimentazioni ed errori, alla libertà ed all'uguaglianza, all'utopia attraverso la scienza. |
errico malatesta
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| Errico Malatesta (1853-1932) è stato uno dei maggiori organizzatori ma anche pensatori rivoluzionari, benché la sua vita avventurosa (per vivere ha fatto di tutto, compreso l'elettricista o aggiustare biciclette) non gli abbia permesso di dedicarsi con assiduità alla ricerca intellettuale. Tuttavia la sua produzione, distribuita in moltissimi opuscoli e giornali, rimane notevole.
L'approccio di Malatesta è radicalmente diverso rispetto a quello degli altri pensatori anarchici che l'hanno preceduto. Infatti, per molti di questi, l'anarchia ha una base oggettiva, vuoi nella Ragione(Godwin), vuoi nelle leggi della società e dell'economia (Proudhon), vuoi nella natura e nell'evoluzione (Kropotkin).
Per Malatesta viceversa, non esiste un dato oggettivo da cui si può ricavare il futuro, quindi l'anarchia non può essere il frutto di un qualcosa che è al di fuori della volontà e del sentimento umano, ma nasce da questi "l'anarchia è un'aspirazione umana, che non è fondata sopra nessuna vera o supposta necessità naturale, e che potrà realizzarsi secondo la volontà umana" questa aspirazione umana va oltre ogni valenza razionale o teoretica perché deriva da "un sentimento, che è la molla motrice di tutti i sinceri riformatori sociali, e senza il quale il nostro anarchismo sarebbe una menzogna o un non senso. Questo sentimento è l'amore per gli uomini, è il fatto di soffrire per le sofferenze altrui".
Da qui il concetto che il progresso e la libertà sono il frutto non di leggi immanenti, ma di lotta e di conquista faticosi "la libertà non si conquista e non si conserva se non attraverso lotte faticose e sacrifizi crudeli"; " Tutta la vita specificatamente umana è lotta contro la natura esteriore, ed ogni progresso è adattamento, è superamento di una legge naturale(...)Il concetto della libertà per tutti, che implica necessariamente il precetto che la libertà dell'uno è limitato dalla eguale libertà dell'altro è concetto umano: è conquista, è vittoria, forse la più importante di tutte, dell'umanità contro la natura".
Al di là di questa dicotomia fra natura e cultura, del tutto discutibile, dal momento che non è ancora non è dimostrato quanto della società umana sia cultura e quanto sia natura e come questi piani interagiscano, quello che importa rilevare è la distinzione malatestiana fra giudici di fatto e giudizi di valore. Questo è in linea con le più recenti acquisizioni del pensiero epistemologico che distingue fra scienze normative e scienze descrittive, le scienze normative appartengono alla sfera dei valori, del dovere o voler essere, mentre le seconde appartengono alla sfera dei fatti, dell'essere.
Non si possono dedurre valori dalle descrizioni e dalle previsioni. In sostanza, e qui viene marcata tutta la distanza fra la concezione malatestiana e quella kropotkiniana, la libertà, l'uguaglianza, la solidarietà e tutti i valori dell'anarchia non sono idee giustificate da fatti scientifici e naturalistici, ma categorie che trovano in se stesse, e nella volontà umana, la possibilità di futura realizzazione. Quindi"l'anarchismo nella sua genesi, nelle sue aspirazioni, nei suoi metodi di lotta non ha nessun legame necessario con qualsiasi sistema filosofico".
Anarchismo e Anarchia
È con Malatesta che l'anarchismo si differenzia da qualsiasi altra dottrina socialista e diviene puro anarchismo. La distinzione fra giudizi di fatto, e giudizi di valore porta Malatesta a distinguere fra anarchismo e anarchia. Il primo deve scendere a compromesso con la storia, adattandosi a tutti i giudizi di fatto ovvero le contingenze storiche che la storia produce, mentre la seconda si mantiene intatta, perché deriva da un giudizio di valore, appunto l'aspirazione umana alla uguaglianza ed alla libertà.
"L'anarchia è l'ideale che potrebbe anche non realizzarsi mai, così come non si raggiunge mai la linea dell'orizzonte che si allontana di tanto quanto uno avanza verso di esso, l'anarchismo è metodo di vita e di lotta e deve essere, dagli anarchici, praticato oggi e sempre, nei limiti delle possibilità variabili secondo i tempi e le circostanze".
Quindi le deduzioni sui fatti servono per contestualizzare l'azione anarchica, per la tattica si può dire, ma non costituiscono giustificazione dell'anarchia, che rappresenta il fine e il valore, l'ideale immutabile, in quanto posto al di là e al di fuori delle contingenze storiche. Questa distinzione fra le contingenze storiche e i valori ultimi ci fa capire la posizione critica di Malatesta sul sindacalismo e sull'anarco-sindacalismo, ovvero quella corrente dell'anarchismo che vedeva nel sindacato e nei suoi metodi la base per la rivoluzione e per la riorganizzazione della futura società. Per Malatesta le organizzazioni sindacali sono una presenza importante e viva nel movimento storico per l'emancipazione umana, tuttavia il movimento operaio"non può essere per se stesso un movimento rivoluzionario"(..) "il sindacato operaio è per sua natura riformista e non già rivoluzionario".
Per Malatesta vi è quindi distinzione fra lotta economica e politica, la prima va appoggiata ma tenendo ben presente che "...la questione sociale è questione essenzialmente politica, e che la lotta che noi combattiamo è propriamente lotta politica (perché) gli anarchici vedono nell'autorità, cioè nel dominio violento degli uni sugli altri, e nello Stato, cioè nell'organizzazione coattiva della società, il nemico primo da abbattere".
La distinzione fra mezzi empirici e finalità ideali, ovvero fra anarchismo e anarchia fa sì che Malatesta aderisca ad una concezione pluralista dal punto di vista economico. Pur preferendo il comunismo, e considerandolo il più naturale e logico completamento dell'anarchia, ritiene che questi abbia senso solo se volontario " ché se dovesse essere imposto sarebbe la più esosa tirannia che la mente umana possa concepire. E il comunismo volontario è un'ironia se non si ha il diritto di vivere in un altro regime, collettivista, mutualistico, individualistico e come si vuole, a condizione sempre che non opprima e non si sfrutti nessuno".
Quindi l'approccio economico non può essere altro che empirico e pluralista, essendo questi una articolazione tecnica del principio informatore dell'anarchismo, che rimane il libero accordo. "Nessun sistema può essere vitale e liberare realmente l'umanità dall'atavico servaggio, se non è il frutto di una libera evoluzione".
L'anarchismo può quindi esprimersi in più tendenze, queste rappresentano dei giudizi di fatto ovvero delle sperimentazioni pratiche volte alla realizzazione del "valore" finale, l'anarchia.
L'importanza dell'approccio malatestiano ci è confermato da alcune riflessioni sul rapporto tra movimento e ideale anarchico e movimento operaio e masse popolari. Il declino della classe operaia e della sua centralità non inficia la prassi e la teoria anarchica, poiché questo rappresenta un fatto, che si può riconoscere (giudizio di fatto) e accettare, senza che questo intacchi il giudizio di valore.
Si può quindi dire che dentro a situazioni reali, di per sé contestuali e irripetibili, l'agire anarchico deve portare i propri valori immutabili, adattando però l'analisi e la strategia. Il problema rimane quello di raggiungere più persone possibili e di far divenire l'anarchia un ideale il più ampiamente condiviso. Si tratta perciò non di indottrinare la popolazione (metodo autoritario) ma di adattare l 'ideologia specifica al modo di sentire di questa popolazione. Si tratta di trovare dei punti in comune con la logica ed il sentire popolare al fine di esplicitare la valenza libertaria sottintesa a questa logica e a questo sentire. L'anarchismo può così diventare un universale sentire umano senza perdere il suo carattere rivoluzionario.
Da qui l'importanza e la preminenza della propaganda e della forma che questa propaganda deve assumere. Se l'anarchia è un ideale la cui realizzazione non dipende da fatti inevitabili, ma dall'agire rivoluzionario delle masse, allora è evidente che per Malatesta la più grande forza della storia sia la volontà umana. D'altro canto non è raggiungibile la libertà se non perché la si vuole.
Rivoluzione e Volontà
Ovviamente Malatesta non è così ingenuo da pensare che basti la sola volontà. Esistono delle condizioni oggettive che condizionano, facilitano o complicano l'azione umana, tuttavia se "l'uomo non può essere e non può fare ciò che vuole, perché è determinato, costretto, oltre che dalla bruta natura esteriore, anche dall'azione di tutti gli altri uomini ( ...) bisogna tendere a ciò che si vuole, facendo quel che si può".
Gli anarchici devono avere piena coscienza del fatto che la loro azione incontrerà degli inevitabili limiti dovuti alla complessità della società e dei fattori in gioco.
Ma per Malatesta la rivoluzione non corrisponde alla realizzazione dell'anarchia, ma è il momento in cui si apre la strada alla più ampia sperimentazione sociale: "l'Anarchia non si fa per forza; volerlo sarebbe la più balorda delle contraddizioni" ma "Quello che potremo e dovremo difendere anche con la forza, è il nostro diritto alla libertà completa di organizzazione autonoma ed alla sperimentazione dei metodi nostri. Il resto verrà con il progressivo estendersi delle nostre idee in mezzo alle masse".
L'azione rivoluzionaria si divide quindi in due fasi: la distruzione dell'attuale società statalista e capitalista, prima di tutto, la sperimentazione di nuove e varie forme sociali, basate sul libero accordo in seconda istanza. La società futura si realizzerà nella misura in cui la cultura fondata sul principio di libertà sostituirà la vecchia cultura autoritaria. Il gradualismo è quindi il corollario di questa concezione. "Noi dobbiamo dunque combattere l'autorità ed il privilegio, ma profittare di tutti i benefizi della civiltà, e nulla distruggere di quanto soddisfi, sia pur malamente ad un bisogno umano, se non quando abbiamo qualche cosa di meglio da sostituirvi. Tutto è graduale nella storia (...) l'Anarchia non può venire che a poco a poco (per cui anche) l'anarchismo deve essere necessariamente gradualista".
Possiamo dire, in conclusione, che la concezione di Malatesta dell'anarchia e della società è profondamente illuminista, basata però su un altrettanto marcato realismo. La sua visione dei mali sociali è molto semplice ma molto esplicativa "La più gran parte dei mali che affligge gli uomini dipende dalla cattiva organizzazione sociale e gli uomini, volendo e sapendo, la possono distruggere" infatti "l'origine prima dei mali che han travagliato e travagliano l'umanità (...) è il fatto che gli uomini non hanno compreso che l'accordo e la cooperazione fraterna sarebbero stati il mezzo migliore per assicurare a tutti il massimo bene possibile". |
camillo berneri
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| L'opera teorica di Camillo Berneri (1897-1937), rimasta ovviamente incompiuta a causa della sua prematura scomparsa (muore assassinato dai comunisti il 5 maggio del 1937 a seguito del tragico scontro tra antifascisti scoppiato a Barcellona), è disseminata in centinaia di scritti pubblicati sulle varie riviste e giornali su cui scriveva.
Egli prosegue sulla strada tracciata da Malatesta, ovvero cerca di sviluppare il metodo malatestiano, basato sulla separazione tra giudizi di fatto e giudizi di valore, nel tentativo di trovare nuove vie che rendano quindi l'azione anarchica più aderente alla realtà dei fatti, e quindi più concreta, senza però cambiarne la finalità ultima.
L'anarchismo di Berneri può definirsi come un anarchismo antidogmatico, revisionista ed eclettico. Esso è frutto anche di una contingenza storica particolare, ovvero l'esaurirsi dell'anarchismo nato nel 1872, stretto tra il sorgere dei fascismi e dei nazionalismi da un lato, e il nascere del movimento comunista internazionale, sorto sulla scia della vittoriosa rivoluzione d'ottobre, della quale non si conoscono ancora contraddizioni ed orrori, e che così tanto fascino esercitava sulle masse proletarie, stremate dalla guerra e dalla miseria crescente.
Berneri si trova a riflettere, nel periodo che va dall'affermarsi del fascismo in Italia alla guerra civile spagnola, sulle cause della crisi dell'anarchismo, della quale intuisce la portata storica. L'antidogmatismo di Berneri era confliggente con il dogmatismo nel quale tendeva a rinchiudersi l'anarchismo d'allora. Per esempio mosse delle critiche al tradizionale ateismo anarchico, sostenendo invece una posizione agnostica.
Polemizzò duramente con le concezioni ultra-individualistiche e antiorganizzatrici che avevano spaccato il movimento anarchico impedendone il radicamento sociale. Ugualmente Berneri criticava le teorie economiche rigidamente comuniste e collettiviste optando per una posizione di eclettismo. Anche qui si può notare il lascito malatestiano, in particolare per quanto riguarda la distinzione tra i giudizi di fatto e i valori. Questa distinzione si traduce in una distinzione tra dimensione economica e dimensione politica: la dimensione politica si basa comunque su un giudizio di valore, la dimensione economica su un giudizio di fatto. Tale approccio porta Berneri a scrivere "Sul terreno economico gli anarchici sono possibilisti (..) sul terreno politico (...) sono intransigenti al 100%". L'anarchismo può essere, di volta in volta, mutualista, collettivista, comunista, liberista, (o combinazione di queste dottrine) mentre non può che rimanere rigida nel campo politico, ovvero nella negazione dell'autorità. Conciliare realismo ed idealismo è quindi quello che il revisionismo di Berneri si pone come obiettivo.
All'antidogmatismo di Berneri nel campo economico e filosofico, corrisponde un antidogmatismo anche in campo polittico. Berneri critica l'astensionismo anarchico, che si era tramutato da strumento tattico e mezzo di agitazione, in un periodo in cui peraltro la gran parte della popolazione era priva del diritto di voto, ad un vero e proprio dogma, una specie di elemento di costume di cui il movimento anarchico si serviva per mantenere integra la sua fragile identità.
Come si può notare, la gran parte dei dubbi e dei nodi che Berneri ha affrontato sono ancora oggi attuali, purtroppo Berneri non ha potuto portare a termine le sue riflessioni data la sua prematura scomparsa. I dubbi di Berneri sono i dubbi dell'anarchismo stesso, quando questi inizia a comprendere i propri limiti e le ragioni della propria sconfitta.
Berneri nella Guerra civile spagnola
Il tentativo di Berneri di conciliare realismo ed idealismo caratterizzano anche l'attività militante svolta in Spagna prima del suo assassinio.
Berneri si trova a denunciare la mancanza di una chiara strategia politica degli anarchici spagnoli, oscillanti tra un intransigentismo di principio, impossibile per la presenza di altre forze rivoluzionarie, e per le condizioni particolari in cui si dibatte la rivoluzione - e un arrendevole atteggiamento compromissorio. Il primo caratterizzava la base, il secondo invece era appannaggio dei vertici, dei leader carismatici di C.N.T e della F.A.I., che ad eccezione di Buenaventura Durruti e pochi altri, accettarono la ricostituzione del governo centrale e periferico dello Stato, finendo persino per ricoprire cariche istituzionali .Essi giustificavano questo fatto affermando che la rivoluzione sociale doveva essere subordinata alla lotta antifranchista e che la realizzazione del programma comunista anarchico, definito nel congresso della CNT (Saragozza 1936) avrebbe comportato l'instaurazione di una "dittatura anarchica".
Per Berneri, viceversa, guerra e rivoluzione dovevano procedere congiunte, perché la sconfitta dell'uno avrebbe determinato, come logico corollario, la sconfitta dell'altro. Il popolo spagnolo, infatti, era insorto non solo contro Franco, ma anche per un mondo nuovo, più libero e più giusto.
I fatti dettero ragione a Berneri. Lo scontro tra anarchici e sinistra antistalinista da un lato e comunisti e partiti borghesi dall'altro, determinato anche dalla politica compromissoria della CNT fece precipitare la situazione. Lo smantellamento progressivo di tutte le conquiste rivoluzionarie, il compromesso con i partiti e gli Stati borghesi (Francia e Inghilterra) la sempre più evidente interferenza sovietica, il delinearsi sempre più chiaro e netto di una sorta di dittatura bolscevica portarono alla disillusione fra le file degli autentici rivoluzionari . Migliaia di anarchici abbandonarono indignati il paese, lo sconforto si tramutò in disfatta. In Spagna si vide il "fascismo rosso" - come lo definì Elio Vittorini - al lavoro e questo fascismo rosso portò alla vittoria il fascismo vero. Berneri, preoccupato di questa involuzione autoritaria, denunciò, dalle colonne di "Guerra di classe", le manovre controrivoluzionarie dei comunisti e il tradimento dei leader sindacali. Per questo venne ucciso senza pietà.
Con la morte di Berneri e la sconfitta della rivoluzione libertaria in Spagna si chiude definitivamente una fase storica dell'anarchismo. La repressione da parte dei regimi totalitari e la seconda guerra mondiale ridurrano il movimento anarchico a poco più di un movimento residuale. Ma gli anni 60 e la nuova contestazione antiautoritaria del '68 porteranno nuova linfa al movimento anarchico e l'ideale libertario sarà nuovamente di attualità. |