LA STORIA DEL VIRUS
 

In quanto presumibilmente opera di un "non addetto", questa gigantesca tesi (la famosissima Storia del Virus di Susanna Vigoni - amo credere all'esistenza di qualcuno al mondo disposto a divorarsela per intero) potrebbe rivelarsi poco attendibile su alcuni passi. Ad esempio, ho ritenuto opportuno "tagliare" un lunghissimo confronto conclusivo fra vecchi e nuovi punx: i giuovini intervistati erano stati rimediati per strada in maniera sospettabilmente sbrigativa e ciò inficiava pesantemente la validità delle conclusioni. Ma che cazzo, dico io, per chi ci avete presi? Bah. Per il resto tutto apposto, per tanti aspetti 'sta tesi può addirittura risultare illuminante, l'ho usata infatti per uno scopo preciso e responsabilizzante: definire le coordinate genealogiche del punk per come NOI oggi lo intendiamo.

P.S.: Il video del Virus (120 MB) lo potete scaricare da qui.

 

introduzione: un po' di luce sul punk
  

 

Tracciare una storia del punk e trovarne una data di nascita e morte è un'impresa molto difficile, ma ancor più difficile è trovare un unico "significato" dietro questo movimento.
Cercarlo è semplificare un discorso molto più complesso; è soffocare le numerose voci e gli individui che ne hanno fatto parte, è voler ridurre ad un semplice fenomeno da analizzare e catalogare qualcosa che per sua natura non si può inquadrare e schematizzare.
Molti pensano che il punk sia stato solo una moda, un genere musicale, un modo bizzarro di pettinarsi e vestirsi, uno stile senza alcun significato, ma non è così.
Comprendere il punk non è difficile perché mancano i significati, semmai per l'esatto contrario: perché le idee e le interpretazioni sono moltissime e molto diverse tra loro, quanto numerosi e diversi sono i giovani di tutto il mondo che si sono avvicinati al punk.
È sempre stato vissuto in modo molto soggettivo, diverso a seconda del clima politico, sociale ed economico nei luoghi in cui si è diffuso tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80.
È per questo che la parola punk comprende molte esperienze diverse, alcune anche in contrasto tra loro, accomunate da un uguale rifiuto e repulsione per la società e tutto ciò che ne fa parte, unite solo dal desiderio di essere diversi e stare fuori dal sistema.
È questo che, infatti, unisce sotto la stessa "parola" delle esperienze così diverse come il punk inglese fatto di puro nichilismo e disfattismo concentrato nello slogan "NO FUTURE" e il punk anarchico (sempre inglese) che si rifaceva al gruppo musicale CRASS, che meglio di tutti ha unito il punk all'azione politica, alla non violenza, al pacifismo, e il cui esempio è stato poi seguito anche dai punx italiani del Virus.
Apparentemente nulla sembra legare queste due esperienze.
Diversa la musica e i testi: all'insegna della rinuncia e del nichilismo i primi, politicamente impegnati e densi di significati i secondi.
Diverso lo stile di vita: per strada senza nessuna occupazione i primi, vita in comune e attivismo per i secondi.
Diverso persino il modo di vestire: molto più appariscente e caotico il look dei primi fatto di ciuffi e creste colorate, anfibi e giubbotti in pelle, impermeabili e indumenti in plastica e PVC dai colori brillanti... il tutto tenuto insieme da adesivi e spille di sicurezza, borchie e mollette da panni, molto più essenziale il look dei secondi, rigorosamente nero e semplice.
E questo è solo un esempio della diversità all'interno del punk e rende l'idea di quanto forte sia il collante che le unisce, di quanto irriverente, rivoluzionario, insurrezionale e innovativo è stato il messaggio del punk, cioè l'uscita totale dalla società e dalle logiche del mercato "giovanilistico", "una risposta ad anni di schifo, una maniera di dire NO! Quando avevamo sempre detto SÌ!" per parafrasare i CRASS. [M. Philopat, 1997, pag.77]
Solo tenendo presente la violenza e la forza di questo messaggio si può comprendere sotto la parola PUNK degli stili di vita così diversi tra loro e si può guardare al punk come ciò che realmente è stato: una nuova cultura, contro, sotto o sopra che fosse, ma comunque autonoma dalla cultura dominante.

 

alle origini: il punk inglese
  

 

L'estate del 1976 in Inghilterra fu stranamente e insolitamente calda e umida... nessun clima poteva essere più adatto per la comparsa di qualcosa di veramente strano e insolito: il punk.
È con l'apparizione dei Sex Pistols nell'estate del '76, infatti, che il punk cominciò a emergere come stile riconoscibile.
Non ci volle molto a Malcom McLaren, il loro manager, per creare i Sex Pistols: le condizioni erano perfette.
A metà degli anni '70 in Inghilterra tutti, non solo i giovani, erano disincantati.
Il conformismo, l'ufficialità soffocante, l'economia depressa, il declino dell'occidente... tutto questo aveva creato un clima irrespirabile e quindi si erano create le condizioni ideali per la nascita di qualcosa di nuovo.
La qualità della vita si stava deteriorando; le cose non erano più controllabili neanche su vasta scala.
Era in corso una recessione capitalista con livelli di disoccupazione altissimi, il governo vacillava, la moneta si svalutava, il tenore di vita scendeva, i centri urbani erano in decadenza.
Le scena era pronta per l'arrivo del punk.
Con una certa perversione la nuova generazione inglese trovò la sua identità in chi quasi non ne aveva una: Sid Vicious e compagni.
Con i capelli da elettroshock e lo sguardo da pazzo alienato, Sid sembrava il prodotto di un esperimento.
Ed era proprio questo: il frutto di ciò che era andato storto in Inghilterra.
Il punk iniziò in Inghilterra come una falsa cultura, un prodotto di moda ideato da McLaren seguendo i suoi sogni di gloria sulla scia della sua cultura che affondava le radici nel dadaismo e nel situazionismo della metà del secolo; aveva creato un'arena in cui una gioventù irruente poteva comportarsi a suo piacimento, come bambini liberi dall'imposizione adulta di menzogne e compromessi.
Nell'ambiente inglese della seconda metà degli anni '70, caratterizzato da una forte disoccupazione, dal terrorismo dell'IRA che si diffondeva da Belfast a Londra, da una crescente violenza nelle strada tra i neonazisti inglesi, gli inglesi di colore, i socialisti e la polizia, il punk divenne una vera cultura.
Se il sound punk non aveva senso musicalmente, in quanto prodotto scadente, ne aveva però socialmente: in pochi mesi il punk si consolidò come un nuovo insieme di segnali visivi e verbali, segnali che erano confusi e incomprensibili oppure rivelatori e veritieri, a seconda di chi li guardava.
I punk inglesi non solo rispondevano all'aumento della disoccupazione, al mutamento delle basi morali, alla riscoperta della miseria, alla depressione ma meglio di chiunque altro e qualunque altra cosa rappresentavano e teatralizzavano la decadenza della vecchia Inghilterra.
I punk si presentavano come dei "degenerati" e decaduti, erano i segni tangibili e visibili del decadimento inglese e lo rendevano visibile a tutto il popolo portandolo in giro ogni giorno per le strade.
Secondo la teoria di Patrice Bollon espressa nel suo libro "Elogio dell'apparenza. Gli stili di vita dai Marvilleux ai Punk", il punk era una sorta di specchio della società in cui il normale cittadino e la società vedeva riflessi i propri desideri più nascosti e ambigui, le proprie paure, il proprio squallore e la propria malattia.
"I punks di strada vogliono essere gli specchi deformanti, i più nitidi che si possano dare, della società, i soli in grado di rifletterla come essa è veramente. Con le loro smorfie, con la spettacolare "abiezione" che rappresentano essi invitano la società a riconoscere le proprie smorfie e la propria abiezione. Provocando la sua reazione e il suo giudizio, la costringono a specchiarsi in loro: a scoprire nei loro atteggiamenti un po' della sua natura più profonda, caricata certamente, ma somigliante, veritiera, "reale" proprio a causa di questa caricatura. [...] Il Male che i punks mettono in scena ed esaltano con tanta teatralità ha questo significato e questa funzione: proclamare a gran voce il "peggio" per costringere la società a guardare in faccia il Male che si annida al suo interno e che essa rifiuta di riconoscere." [ P Bollon, 1991, pagg. 157-8.]
Il normale cittadino ne era spaventato e tendeva a considerare i punk come giovani ribelli e delinquenti, una sorta di cancro della società che doveva essere isolato e represso.
Per essere più visibili i punk dovevano essere subito riconoscibili grazie a un look e un abbigliamento molto appariscente che, per le strade dell'aristocratica Inghilterra, non passava certo inosservato.
Afferma D. Hebdige nel suo libro "Sottocultura: il fascino di uno stile innaturale": "Gli oggetti scelti erano, sia intrinsecamente sia nei loro adattamenti formali, omologhi agli interessi fondamentali, agli atti, alla struttura del gruppo e all'immagine che la collettività della sottocultura aveva di se stessa. [...]
I punk certamente sembrerebbero portare avanti questa tesi. La sottocultura non esiste se non è coerente. C'era un rapporto di omologia fra gli abiti da buttare riassemblati e i capelli irti, fra il pogo e le anfetamine, gli sputi, il vomito, il formato delle fanzine, le pose rivoluzionarie e l'"inespressività", la musica spinta alla frenesia. I punk portavano abiti che erano l'equivalente nell'abbigliamento del linguaggio blasfemo e imprecavano come vestivano, con effetti calcolati, guarnendo di oscenità le note di copertina dei dischi e le pubblicazioni pubblicitarie, le interviste e le canzoni d'amore." [ D. Hebdige, 1990, pag. 128]
La logica di raccattare tutte le banalità e i rifiuti del mondo per poi assemblarli insieme e dagli un nuovo significato era alla base del punk e si notava soprattutto nell'abbigliamento.
Il risultato era un caos di colori e materiali: ciuffi colorati e giacche di pelle, tacchi a spillo e scarpe da ginnastica, anfibi e impermeabili di plastica, capelli rasati e minigonne fosforescenti, pantaloni a tubo e oggetti sadomaso, maglie strappate e gonne in PVC...il tutto tenuto insieme da adesivi e spille di sicurezza, mollette da panni e pezzi di spago.
Questo collage di indumenti e accessori era nuovo e trasformava i vecchi simboli, dandogli dei significati nuovi e originali.
I primi punk, per esempio, esibivano delle svastiche e per questo motivo furono in molti a considerarli un gruppo di neonazisti violenti. Per coloro che non avevano una chiave di lettura per il mosaico simbolico del punk, quella combinazione di capelli cortissimi, immagini forti e musica aspra puntava in una direzione ben precisa: la destra.
Ma nell'ottica punk la svastica perdeva il significato originale per diventare un mezzo per scioccare, terrorizzare e sconvolgere; era il simbolo della loro diversità, ma anche dell'orrore della condizione umana, un modo per prendere le distanze dalla normalità dei luoghi comuni e dalla retorica del passato.
Come nuova cultura il punk odiava tutto ciò che era vecchio, che era passato: le precedenti generazioni, le vecchie mode, la musica precedente.
L'autonomia del loro percorso si può comprendere dalla frase di un punk italiano: "Non abbiamo un passato politico e non ci interessa nemmeno averlo, non vogliamo rifarci a nessuna forma di protesta passata, non vogliamo rivestire le nostre ideologie con quelle di altri. Siamo nati da soli e questo, ce ne siamo accorti, dà molto fastidio."
I figli dei sessantottini si stavano ribellando contro la generazione dei propri genitori.
E visto che la precedente generazione era formata per lo più da hippie politicizzati, i punk odiavano gli hippie e la politica, almeno all'inizio.
...Semplicemente la politica non li riguardava.

Essenziale nella nuova cultura punk era il ruolo della musica.
L'esempio dei Sex Pistols fu seguito da centinaia di gruppi, in Inghilterra prima e poi anche all'estero.
L'invito da parte del punk di unirsi e suonare anche se non si aveva la minima idea di come fare, fu accolto da moltissimi giovani.
"Ecco qua tre accordi", dicevano i famosi commenti a un grafico su Sniffin' glue, la prima rivista punk inglese, "ora formate una band!".
L'imperativo punk era quello del "fai da te", il " do it yourself", non solo nell'abbigliamento o nel modo di vivere ma anche e ,soprattutto, nella musica.
Anche il mito originale del rock era sempre stato che chiunque potesse suonare, ma prima del punk questo era rimasto sempre e solo un modo di dire.
Quel chiunque non erano proprio tutti, ma chiunque sapesse già suonare uno strumento.
Ma i punk non accettarono una simile approssimazione: avrebbero reso la musica democratica e avrebbero radicalizzato ciò che fino ad allora era stato solo un mito.
Anche la musica assumeva un nuovo significato: era un mezzo per esprimere la propria critica e il proprio attacco contro le istituzioni, contro il potere, e contro il sistema.
Era un modo per esprimere la propria rabbia e non era importante se i nuovi gruppi sapessero suonare o no: la maggior parte di questi non era nata perché passasse alla radio o nei regolari canali di comunicazione.
Dopo l'irriverenza dei Sex Pistols i canali ufficiali erano stati chiusi e proibiti alla musica punk perché troppo brutale e oscena.
Così i punk si crearono i loro canali alternativi e i loro spazi di libertà.
Anche se i gruppi più conosciuti firmarono subito con grosse case discografiche (a cominciare dagli stessi Sex Pistols e poi dai Clash), questi erano solo una parte minuscola del nuovo scenario della musica punk.
Una nuova economia, basata meno sul profitto quanto sulla volontà di scioccare, accompagnata da una risposta del pubblico marginale ma intensa, cominciò a prendere forma.
Attorno a questa situazione nascono una serie di etichette discografiche indipendenti ed una nuova forma editoriale, la fanzine, una rivista dalla forma grafica rozza e scorretta, che aveva il proposito di spezzare i monopoli dell'informazione per testimoniare che esisteva un'altra informazione parallela a quella ufficiale.
Alla fine del 1976 i media ufficiali erano impermeabili al punk.
Le fanzine sfruttavano la libertà che derivava da questa esclusione: la gente che le realizzava poteva esprimere qualsiasi cosa le passasse per la testa, senza preoccuparsi di censura o scadenze.
Il risultato fu un linguaggio nuovo.
Queste riviste avevano lo scopo di fare controinformazione; all'inizio si trattava perlopiù di articoli musicali, ma assunsero via via un carattere sempre più sociale e politico.
Erano fotocopiate e distribuite non attraverso i canali ufficiali ma attraverso quelli alternativi, per esempio ai concerti o nei negozi di musica.
I nuovi gruppi incidevano dischi non tanto in vista del successo, ma per esserne parte, per dire "io sono qua" o "ti odio".
I punk che incidevano dischi nel '77 non sapevano mettere insieme due accordi ma si scagliarono contro la società.
Nei dischi punk si avverte che ciò che deve essere detto deve essere detto molto velocemente, perché l'energia e la volontà necessarie per dirlo non si possono contenere...sono violente e irrefrenabili.
La sensazione che un vero fenomeno sociale potesse essere originato da un accordo stonato produsse un cambiamento radicale nell'idea di musica: la musica era una vera arma per abbattere il conformismo e le regole sociali.
Peccato che solo pochi punk abbiano poi compreso la forza e la potenza di questo strumento e quindi la loro protesta si sia limitata solo, o quasi, ad un attacco verbale al sistema e alla società.
I più erano, infatti, profondamente convinti di essere rinchiusi in essa, come in una gabbia e di non potere fare nulla per cambiare la situazione.
Pervasi dal loro nichilismo e dal "No future" i primi punk inglesi erano convinti che nulla poteva essere cambiato; che la società e il sistema si potevano solo odiare, disprezzare, e insultare, ma tutto sarebbe rimasto comunque invariato.
Il loro schierarsi "contro" si limitava a semplice provocazione, la loro intenzione era di scioccare e infastidire la società inglese e cercavano di farlo in tutti in modi possibili: la musica, il comportamento da reietti e emarginati, il look sfacciato e irriverente.
Ma la loro protesta iniziava e finiva qui.
Sembravano incapaci di tradurre il loro rifiuto in qualcosa di concreto; il loro scopo era distruggere quello che già esisteva, sputare in faccia alle istituzioni, al potere, alla società, alle vecchie ideologie, al conformismo, alla cultura dominante.
Ma con cosa sostituirlo e come era un problema che non si ponevano dal momento che non c'era futuro.
Tale ottica è ben sintetizzata da questa asserzione del gruppo londinese dei Clash: "Possiamo affermare che non viviamo per il futuro, viviamo giorno per giorno, ora, nel presente...dovremo vedere cosa succede."[B. Zarini, 1985, pag.43]
Quasi subito si svilupparono però delle contro tendenze all'interno del punk che si schieravano nettamente contro questa visione pessimistica e passiva.
L'esempio principale, da cui poi nacquero molte esperienze a livello europeo (tra cui anche quella del "Virus" di Milano) è quello che si sviluppò attorno al gruppo londinese dei Crass. Questi tradussero il loro rifiuto e la loro critica alla società in un progetto concreto: fondarono una sorta di "comune" nell'Essex e cercarono di trasformare la loro rabbia e la loro protesta in qualcosa di attivo, unendo così la musica alla politica.
Erano un collettivo radicale anarco-pacifista, anarco-femminista e vegetariano.
L'anarchia a cui facevano riferimento non era quella cantata dai Sex Pistols in "Anarchy in the U.K." cioè come sinonimo di caotica e dirompente devianza.
Il loro era uno stile di vita che cercavano di mettere in pratica concretamente nella loro comune, una visione del mondo che scaturiva da una miscela di idealismo hippy, resistenza, energia punk e faccia tosta.
Una delle loro preoccupazioni principali, infatti, fu sempre quella di colmare il divario tra teoria e prassi, di essere coerenti fino in fondo e quindi di vivere in prima persona le proprie idee e le proprie certezze. Per questo i Crass attaccarono sempre duramente i gruppi punk che si erano venduti al sistema, quelli che si limitavano a cantare, ma che erano incapaci di vivere seguendo le proprie convinzioni.
In un'industria come quella musicale, basata sulla gerarchia, il successo, l'immagine, i concerti e i contratti miliardari, i Crass si rifiutavano di agire in questo modo.
Tra i gruppi punk di successo solo loro riuscirono veramente a mantenere un'autonomia politica e artistica.
Se il punk era un discorso sull'autenticità e sul fatto di non svendersi, il Crass devono essere considerati l'epicentro di questo discorso.
Fondarono una loro etichetta discografica, autoprodussero e autodistribuirono tutti i loro lavori musicali, curarono la grafica di copertine e testi, di solito usando materiali poco usuali.
Le loro strategie grafiche preferite consistono nel montaggio e fotomontaggio di immagini quotidiane tratte dai media e dal mondo politico, che vengono ricollocate e decontestualizzate all'interno di scene esagerate e grottesche.
I Crass avevano come ultima ragione d'esistenza quella di cambiare il mondo e simbolicamente avevano dato a questo cambiamento una data di scadenza, il 1984, prendendola dal romanzo di Orwell.
Era una sorta di conto alla rovescia e il 1984 rappresentava l'anno in cui la società voleva o doveva cambiare.
È significativo che i Crass non siano stati solo un gruppo musicale che incideva dischi punk, ma si siano impegnati in una molteplicità di attività culturali e politiche.
Alcuni membri del gruppo hanno fatto parte del movimento pacifista, hanno pubblicizzato le iniziative antinucleari e sensibilizzato verso questi temi, criticando in molte occasioni in modo violento l'attività del governo britannico.
Per questo a Westminster furono fatte interrogazioni in più di un'occasione sui dischi e le attività dei Crass, in particolare durante la loro campagna contro la guerra delle Falkland.
La loro critica aveva una serie di bersagli preferiti che si rifacevano principalmente alla situazione inglese: la chiesa, la disoccupazione, il patriarcato, i valori della famiglia, lo stato, le armi nucleari, lo sfruttamento del terzo mondo, l'ambiente, il commercio della carne.

Dal punto di vista musicale ciò che i punk odiavano di più era il rock. Nato come prodotto "democratico" dal basso, come frutto spontaneo si era ben presto trasformato in merce, un prodotto da vendere sul mercato a caro prezzo.
I cantanti rock all'inizio realizzavano un disco in tre ore...cosa accadeva adesso?
Ci volevano anni in sala di registrazione e migliaia di dollari per smussare, mixare e perfezionare ciò che per sua natura non doveva essere perfetto.
E i cantanti si erano trasformati in star miliardarie per cui la musica era diventata solo un'enorme macchina per fare soldi.
Erano diventati dei miti, degli idoli, prendendo le distanze dal pubblico.
I gruppi punk cercarono sempre (o quasi...) di non allontanarsi dal pubblico, anzi di fondersi con esso ed essere una cosa sola.
Nell'ottica punk chiunque poteva salire sul palco e dire la sua per poi scendere e confondersi nel pogo della folla.
Non c'era separazione tra i musicisti e il pubblico, visto che in qualsiasi momento i ruoli si sarebbero potuti invertire.

In quanto movimento di protesta contro la società, il punk in Inghilterra trovò naturalmente dei legami e dei punti di contatto con le comunità dei neri inglesi, che proprio in quegli anni mostravano i primi segni di ribellione.
Il loro terreno comune era la lotta contro la cultura bianca dominante e la conseguente esclusione dalla società e una reazione di violenta repressione nei loro confronti.
Secondo molti il punk è stato la versione della protesta nera da parte dei giovani inglesi della working class bianca.
Certo è che in Inghilterra, è proprio seguendo l'esempio dei neri che i punk hanno trovato la forza per far sentire la propria voce.
"Ci si aggrega poiché i neri lo fanno, sia che li si stimi , sia che li si voglia picchiare o punire. L'esistenza nell'area metropolitana inglese di culture delle minoranze etniche da stigmatizzare, in particolare modo nere, appariscenti e portatrici di una nuova diversità, rappresenta il pretesto per l'esistenza di intere espressioni subculturali tra i giovani bianchi. " [ S. Cristante, 1983, pag. 82]
D. Hebdige nel suo libro, sostiene la teoria secondo cui la musica punk deriverebbe da una fusione tra la musica glam rock inglese, e le sonorità e i ritmi del reggae.
A sostegno di questa tesi ci sono infatti molte band punk inglesi, primi tra tutti i Clash, i cui ritmi si avvicinano a quelli della musica reggae, sottolineando così una comune origine e una comune condizione di emarginazione nell'Inghilterra degli anni '70.

La sottocultura punk significò, quindi, caos ad ogni livello.
Non ci volle molto tempo perché i punk superassero i confini britannici e approdassero all'estero.
In ogni paese il punk assunse delle caratteristiche ben precise a seconda del diverso clima politico e sociale in cui si sviluppò.
In Italia i primi punk fecero la loro comparsa fin dal 1978, una "moda" importata da chi era stato a Londra ed era rimasto affascinato dalle creste colorate dei coetanei inglesi.
All'inizio fu quindi un prodotto importato, un modo bizzarro di vestire e portare i capelli, un genere musicale...qualcosa di nuovo che non si era mai visto prima.
Ben presto però il punk italiano, a contatto con le particolari condizioni economiche, politiche e sociali sul finire degli anni '70, assunse un carattere sempre più radicale e politicizzato, prendendo le distanze dal nichilismo dei punk inglesi e rifacendosi al punk anarchico crassiano.
Ci vollero solo un paio d'anni perché i punk italiani trasformassero la parola d'ordine " No future" in un progetto di vita concreto, in un nuovo modo di vedere e di vivere il punk.

 

anni '70: la crisi italiana
  

 

Le elezioni italiane del giugno del 1976 riconfermarono la Democrazia Cristiana come primo partito del paese, deludendo così il "popolo della sinistra", che si aspettava un crollo della DC, travolta dalle lotte sociali e dagli scandali.
L'unica forza rilevante della sinistra si rivela il Partito Comunista, mentre le altre formazioni più estremiste (DP e Radicali) ottengono un risultato negativo anche in questo turno elettorale.
Questo aprì la strada ad una difficile crisi politica che prevedeva, come unica soluzione, la collaborazione tra la DC e il PCI che insieme avevano raccolto più del 70% dei voti.
Il risultato finale sarà un governo monocolore democristiano guidato da Andreotti, l'uomo del centro-destra, sorretto dall'astensione di tutti gli altri partiti (tra cui il PCI).
Il voto sembra quindi premiare la soluzione del "compromesso storico" portata avanti da Berlinguer dal 1973, riprendendo il disegno politico di Togliatti.
Questa strategia politica presupponeva l'impossibilità per il PCI di formare un governo di sinistra senza suscitare spinte golpiste e vedeva come unica possibilità di governare il paese, quella di una collaborazione con il partito dei cattolici al governo.
Questa scelta del partito e la conseguente svolta verso un riformismo sempre più blando, provocò un enorme trauma nella sinistra, soprattutto nella nuova generazione.
I giovani che si riconoscevano nell'ideologia comunista o che comunque si definivano "di sinistra", si sentirono traditi dal partito che abbandonava la linea di lotta e opposizione al potere e, se non appoggiava, almeno accettava l'ennesimo governo democristiano.
L'esito deludente delle elezioni accelera il processo di crisi già in atto nei gruppi e nelle varie organizzazioni della sinistra extraparlamentare.
Queste erano nate dopo l'insurrezione del '68, vista la necessità di organizzare le varie correnti della nuova sinistra intorno a programmi e azioni concrete, per cercare di stabilire un po' di ordine nel caos delle diverse idee e tendenze dell'universo comunista.
Lotta continua, nata dall'incontro dei vari spezzoni del movimento studentesco del '68, attraversa una profonda crisi dovuta alle lacerazioni interne tra i gruppi delle femministe e quelli degli operai.
Anche il PDUP e AO (Avanguardia operaia) attraversano un periodo di fratture e scissioni che porteranno ad una nuova formazione politica, Democrazia proletaria (DP).
Di fronte al fallimento dell'ipotesi sia parlamentare che extraparlamentare, l'esplosione di soggettività nei vari movimenti produrrà un corto circuito che porterà alla crisi irreversibile della figura del "militante rivoluzionario" e dei "partitini" cui faceva riferimento.
Contemporaneamente si attuerà una profonda spaccatura tra il PCI e i giovani militanti nella sinistra e nelle varie organizzazioni extraparlamentari, fino alla totale rottura nel '77. Il '77 fu un anno chiave nella storia italiana.
È l'anno del movimento, delle occupazioni delle università, della morte delle organizzazioni extraparlamentari, degli scontri in piazza, dell'aumento delle misure repressive.
È un anno tragico e comunque fondamentale per comprendere la nascita delle culture giovanili che seguiranno e si svilupperanno in Italia negli anni '80.
È proprio in quell'anno che la profonda crisi d'identità politica dei giovani di sinistra, sommata al drammatico peggioramento delle condizioni di vita e all'aumento della disoccupazione soprattutto giovanile, provocherà un'ondata di contestazione violenta nelle principali città italiane.

 

milano: i circoli del proletariato giovanile e i primi centri sociali
  

 

A Milano, tra il '75 e il '76, consistenti strati giovanili delle estreme periferie della metropoli prendono coscienza delle loro misere condizioni di esistenza: la condizione di studenti per alcuni, di disoccupati per altri, quello di operai precari e sottopagati i più.
Questi danno vita a nuove forme di aggregazione; lasciano le panchine della periferia, per anni il loro unico posto di ritrovo dopo il lavoro o nell'attesa di trovarne uno.
Uno dei problemi fondamentali per loro è quello di "come gestire il tempo libero, prima che la noia, l'abbandono e la miseria li seppellisca." [Balestrini, Moroni, 1997, pag. 509]
Annesso è il problema degli spazi: dove incontrarsi per "fare" qualcosa e sfuggire ad un destino che pare inevitabile?
In questi anni nascono i Circoli del proletariato giovanile.
Queste sono aggregazioni di giovani, spesso provenienti dai partitini della nuova sinistra in crisi, che teorizzano la soddisfazione immediata dei propri bisogni.
I Circoli danno il via nel 1976 alla prima ondata di occupazioni di stabili (case vecchie e sfitte, fabbriche abbandonate etc), soprattutto nel centro della città.

In questi luoghi si fondano i primi centri sociali, tra cui il Leoncavallo e lo stabile di Via Correggio 18, al cui interno nascerà il Virus qualche anno più tardi.
I centri sociali sono dei luoghi di aggregazione e di ritrovo dove i giovani si possono confrontare sui loro bisogni e problemi concreti: la mancanza o la precarietà del lavoro, la diffusione sempre più massiccia delle droghe pesanti (soprattutto nei quartieri periferici), la crisi dei modelli politici, il crollo dei valori tradizionali come la famiglia, il problema della casa.
I ragazzi dei Circoli e dei centri sociali rifiutano di accettare le logiche di una società che li vorrebbe dediti al lavoro e alla famiglia; non vogliono essere dei soggetti passivi, ma pretendono di scegliere come organizzarsi la loro vita e in che modo raggiungere la loro felicità.
Si tratta perlopiù di operai precari, apprendisti, impiegati o disoccupati che provengono dalle aree periferiche della città, dove gli effetti della crisi economica e politica sono più tragici.
Sono giovani che abbandonano l'etica del lavoro e del sacrificio e richiedono, invece, il loro diritto al consumo e alla soddisfazione non solo dei bisogni primari, ma anche il diritto al lusso e al superfluo; insomma, chiedono una vita che valga la pena di essere vissuta.
Si diffondono quelli che i giovani dei Circoli chiamano gli espropri proletari, che diventeranno una costante di tutte le rivolte giovanili nelle metropoli occidentali negli anni '80.
"Molti di noi hanno rifiutato di farsi una famiglia, hanno rifiutato il ricatto dei padroni: "Se non ti sposi non hai diritto alla casa".
I proprietari di case non vogliono affittare a chi non ha le garanzie morali della famiglia.
A questo si aggiunge il costo degli affitti: noi non siamo in grado di pagare gli affitti da rapina che ci vengono imposti.
Poiché non vogliamo vivere in un mondo chiuso e individualista, dove non si pone mai in discussione il modo in cui viviamo la nostra vita privata, rifiutiamo la separazione tra vita privata e vita all'esterno. [...]
Il movimento del proletariato giovanile, nato dall'esigenza di avere luoghi di ritrovo dove discutere e organizzarsi per gestire in maniera diversa il tempo libero, ha l'esigenza di andare più avanti, di dire qualcosa sul lavoro, sulla famiglia, sugli altri. [...]
Uscire dalla crisi non significa "tirare la cinghia", ma farla finita con questo modo di vita e di lavorare.
In questi ultimi mesi abbiamo occupato case sfitte da anni, ci siamo gestiti queste occupazioni, che sono già 5 a Milano.
Vogliamo vivere in maniera diversa dalla famiglia, in maniera autonoma, non vogliamo nemmeno, però, che i rapporti comunitari all'interno delle case occupate riproducano ruoli simili a quelli della famiglia, vogliamo cominciare a vivere la nostra vita, con tutte le contraddizioni che le nostre scelte ci provocano, ma che comunque vogliamo noi".
Per questo cominciano a diffondersi le pratiche della riappropriazione delle merci nei negozi di lusso e di generi alimentari, dei veri e propri saccheggi per ottenere quello che è impossibile comprare per i prezzi troppo alti.
Durante i cortei vengono svaligiati negozi e i giovani irrompono nei supermercati e impongono la "spesa proletaria".
Non c'è più la critica feroce al consumismo, anzi c'è la piena accettazione della società dei consumi, solo che questo avviene proprio quando una tremenda crisi economica rende impossibile a questi giovani la soddisfazione dei loro desideri.
Insieme cominciano le autoriduzioni, che però non riguardano più le bollette della SIP o dell'ENEL, come agli inizi degli anni '70, ma i cinema di prima visione, i teatri e tutti gli spettacoli di intrattenimento.
I giornali e le forze politiche non possono più ignorare il fenomeno che ormai ha raggiunto proporzioni di massa e reagiscono con una netta demonizzazione del fenomeno e un invito alla criminalizzazione.
Intanto i Circoli diffondono il loro programma "Ribellarsi, è ora? Sì ":
"Siamo espropriati di tutto, piegati alla peggior schiavitù del lavoro salariato, condannati a rimanerne fuori al prezzo della più umiliante miseria materiale e disgregazione umana.
"La nostra vita viene risucchiata da 8-10 ore giornaliere di sfruttamento; il tempo libero diventa solo uno squallido ghetto, alla ricerca disperata di evasione. Siamo costretti a sentirci inutili in questa società che distrugge i rapporti sociali, i rapporti umani. Come possiamo non volere tutto? Volere essere noi padroni della nostra vita, del presente e del futuro? Volere essere noi a decidere dell'educazione del nostro corpo, dei sensi e della mente? Volere essere noi a decidere del nostro lavoro, quanto -cosa- come lavorare?
Per questo diciamo che vogliamo tutto!
Per questo diciamo che ribellarsi è ora!
Facciamo le feste perché vogliamo divertirci, stare insieme, affermare il diritto alla vita, alla felicità, a un nuovo stare insieme.
Occupiamo gli stabili perché vogliamo avere dei luoghi di incontro, di discussione, per suonare, fare teatro, inventare, per avere un luogo preciso alternativo alla vita in famiglia.
Facciamo le ronde per difendere gli apprendisti dal supersfruttamento, per impedire lo spaccio di eroina, per spazzare via i fascisti.
Facciamo autocoscienza per conoscerci meglio, affrontare collettivamente e politicamente i nostri problemi individuali e personali.
Facciamo le assemblee sull'eroina, perché vogliamo costruire insieme anche a chi si buca un'alternativa di vita e non di morte, e per spazzare via fascisti e mafiosi che spacciano per soldi. Lottiamo e scioperiamo nelle fabbriche perché vogliamo lavorare di meno e meglio, cioè con il potere in mano.
Queste sono le cose concrete che il nostro movimento sta esprimendo.
Questa è la nostra voglia di comunismo cioè pane e rose.[...]".
Questi Circoli giovanili trovano subito un supporto organizzativo in strutture politiche e culturali già consolidate come la rivista "Re Nudo" e l'organizzazione Lotta Continua.
Il limite di questa ideologia, figlia diretta della società moderna e del consumismo, appare con tutta la sua forza in occasione della festa al Parco Lambro nel Giugno del 1976, organizzata proprio da "Re Nudo".
In questa occasione le contraddizioni e le debolezze del nuovo movimento esplodono: nel capoluogo lombardo si susseguono quattro giorni di tensione e violenza esasperate, in cui appare chiaro che il nuovo movimento è un magma incontrollabile che pone al centro delle sue richieste la realizzazione dei propri bisogni e della propria soggettività.
Tanto grande è la sorpresa per il clamoroso fallimento negli stessi ambienti controculturali che su "Re Nudo" di Luglio '76 si parlerà di "morte del concetto stesso di proletariato giovanile inteso come un comportamento unitario che non univa solo in base ai bisogni, ma soprattutto in base alla pratica di vita...i nuovi incazzati parlano sempre meno di mettersi insieme per sperimentare momenti nuovi di vita comunitaria e sempre più si mettono insieme per organizzare "la banda dell'esproprio"".[ Moroni, Balestrini, 1997, pag. 127]
Si esprime fortemente la rabbia di migliaia di giovani che provengono dalla periferia urbana, dalla desolazione dei loro quartieri, dal senso di morte che li pervade, dallo squallore dell'eroina e rivendicano il diritto alla vita e alla felicità.
E ' un trauma per tutti poiché ci si trova davanti la realtà come è: solitudine, violenza, miseria materiale moltiplicata per 100.000 giovani.
Dell'evento parlerà molto anche la stampa.
Sul numero di luglio di "A/traverso" , rivista anarchica bolognese, si legge:
"Ci si rotola per 4 giorni in mezzo a un mare di rifiuti col sole opprimente e la pioggia melmosa delle notti, con gli scarafaggi nel sacco e i piatti di plastica nauseabondi.[...] si espropriano gli stand dei compagni e fra gli espropriatori c'è chi distrugge il banchetto dei gay del Cony, chi aggredisce le donne e durante la notte organizza gruppi che gridano: Uomini del Lambro, carica!! L'aggressività dell'impotenza si misura con l'impotenza di questa aggressività e tutte le tensioni si scaricano nel ghetto, dove l'esproprio è sostituito dal suo spettacolo.
Tutta la merda, la miseria, l'impotenza costruisce qui la sua ideologia, il movimento delle separazioni finisce nella separatezza degli isolamenti oppure nello scatenamento dell'aggressività". Solo i settori del movimento che fanno riferimento all'area dell'autonomia operaia cercano di trovare un modo per ricominciare proprio a partire dalla festa del parco Lambro, considerandolo come un momento di cambiamento positivo.
Sul numero del luglio 1976 della rivista milanese "Rosso", si legge infatti:
"Le occupazioni di case, le appropriazioni dei supermercati, le lotte per il salario, l'organizzazione contro lo spaccio di eroina, i movimenti di liberazione, l'esplosione del movimento femminista sono entrati come protagonisti in questa festa e hanno decretato la morte del festival pop di "Re Nudo".
Una cosa è stata chiara a tutti: che i giovani proletari vogliono fare la festa per divertirsi, ma anche per affermare i propri bisogni. E questi sono contro l'ordine della metropoli capitalistica, contro il lavoro della fabbrica del capitale, contro la repressione della cultura dei padroni.
A tutto questo i giovani proletari vogliono fare la festa.
La tensione a uscire dal parco Lambro, visto ormai come un ghetto, e a portare la festa nella città, contro la città, è la conquista di questo festival.
L'indicazione venuta da molti compagni nel festival di tornare a portare nei quartieri i contenuti espressi nell'espropriazione e nell'assemblea è un programma di lavoro politico e di continuità. È la consapevolezza della necessità di riunificare in forma di lotte e di organizzare i bisogni espressi dal proletariato giovanile al Lambro con le lotte degli operai contro il lavoro, con le lotte dei disoccupati per il salario, con l'attacco dei carcerati allo stato repressivo, con il rifiuto dell'oppressione maschilista da parte delle donne.
Torniamo nei quartieri e nelle fabbriche perché il fiore di rivolta sbocciato al Lambro si moltiplichi in cento fiori di organizzazioni, in mille episodi di riappropriazione, in solide basi di contropotere, in capacità di organizzare per il prossimo anno una grande festa, la nostra festa contro la metropoli".

Il movimento torna a farsi sentire a Milano a dicembre, con l'accesa contestazione alla prima della Scala.
In pieno regime di sacrifici e crisi economica, il fatto che la ricca borghesia milanese si conceda il lusso di pagare centomila lire per uno spettacolo, appare ai giovani dei Circoli come una vera e propria provocazione.
La notte del 7 dicembre sarà una notte di vera guerriglia urbana in cui si scatenerà un'ondata di dura repressione attuata dalla polizia milanese.
Dichiarerà una giovane dei Circoli sul numero di febbraio 1977 di Re Nudo:
"Si, sono violenta e la violenza che c'è stata per la Scala è la rabbia che si esprime a Quarto Oggiaro. A Quarto Oggiaro le persone sono ridotte a doversi fare un buco di eroina per sopravvivere, perché non ci sono spazi nei quartieri, non ci sono spazi nella città, non c'è spazio per il lavoro, non c'è spazio per niente. La prima espressione è un'espressione di rabbia, quindi di violenza. Il semaforo di un incrocio non è importante però personalmente io lo spacco perché ho una rabbia che non riesco a indirizzare".
Cinquemila tra poliziotti e carabinieri assediano la zona circostante piazza della Scala, dando vita ad una vera caccia all'uomo per le vie del centro.
La nottata si concluderà con 250 fermati, 30 arrestati, 21 feriti.
Appare nelle strade milanesi quella che verrà definita in seguito "l'area dell'autonomia sociale", un magma nel quale convivono istinti ribellistici, una disponibilità alla violenza anche estrema con un netto rifiuto dell'organizzazione politica e in alcuni casi dell'idea stessa di politica.
Da questo momento in poi l'atteggiamento delle istituzioni, della polizia, del servizio d'ordine e dei media nei confronti del movimento sarà sempre di repressione incontrollata.
Questa della Scala sarà anche l'ultima sfida violenta del movimento dei circoli a Milano: nel 1977 l'iniziativa di movimento passerà a Roma e Bologna.

 

il movimento del '77: uno strano movimento di strani studenti
  

 

Il 1977 si apre con grande fermento soprattutto negli ambienti universitari dopo la proposta di legge del ministro democristiano Malfatti.
Questa prevedeva un aumento delle tasse universitarie, l'introduzione di due livelli di laurea, la suddivisione dei docenti in due ruoli distinti (ordinari e associati), un maggior controllo sui piani di studio, l'abolizione degli appelli mensili e il raggruppamento degli esami in due sessioni (estiva e autunnale).
L'occupazione degli atenei in molte città italiane, prime fra tutte Roma e Bologna, è immediata.
Subito si nota che le forze mobilitate non sono quelle classiche delle occupazioni universitarie; non si tratta di semplici studenti, ma per lo più di studenti - lavoratori, precari, marginali.
Si legge sul Corriere della Sera del 19 febbraio:
"Sulle mura del recinto ha scritto: "Non è il '68, è il '77, non abbiamo passato né futuro, la storia ci uccide". All'arrivo del PCI e della CGIL si rivolta: "Via, via la nuova polizia". Anche se non è un sottoproletario, è un emarginato semi - intellettuale dinanzi al collasso di quella conoscenza, che ha per materia prima la materia grigia. S'avanza uno strano studente."
Anche le scritte che compaiono nelle università, i fogli e le riviste mostrano subito i caratteri di novità di questo movimento che si allontana sia dal linguaggio e dai codici del vecchio movimento operaio sia da quelli dei precedenti movimenti studenteschi.
Si utilizza il nonsense, un uso del linguaggio più ironico, creativo e pungente che colpisce il bersaglio in modo sarcastico e graffiante.
Recita un tatzebao affisso nell'università romana:
"Baroni, padroni, pompieri, aspiranti dirigenti / topi di sezione, oscuri burocrati, gente con la linea in tasca /Forse tra qualche giorno ce ne andremo / e proverete a dimenticare / tornando con: bacheche, circolari / processo democratico, giornali / registri, libri mastri, orpelli / specchietti, proposte in positivo / ma azioni costruttive, delegati e mozioni / (ma non rompete i coglioni) / Direte: era un fuoco di paglia / un'oscura marmaglia / senza proposizioni / (ma non rompete i coglioni) Ma tutto questo non è stato invano / noi non dimentichiamo.../ Per il vostro potere fondato sulla merda / per il vostro squallore odioso, sporco e brutto / Pagherete caro, pagherete tutto!"
Gli studenti che occupano sono per lo più non frequentanti legati in maniera marginale e saltuaria al mercato del lavoro e si caratterizzano per una situazione di precarietà in ogni ambito della loro vita.
"La precarietà si estende, infatti, all'intero arco della vita di queste masse giovanili. L'uso che si è fatto e si fa dell'iscrizione a scuola come espediente per essere mantenuti dalla famiglia, l'iscrizione all'università per rinviare il servizio militare,; la media dei voti all'esame per ottenere e conservare il pre - salario; il lavoro nei mesi di maggio e giugno per poter fare le vacanze, l'occupazione di un a casa o la coabitazione per sottrarsi alla vita familiare. Sono, tutti, altrettanti elementi di una condizione di precarietà che è, in qualche modo, anche scelta esistenziale e, per alcuni settori, rottura delle certezze, volontà di "destabilizzazione personale", per altri un modo di vita che, imposto dai rapporti sociali complessivi, consiste tuttavia un livello minimo di sussistenza e una qualche autonomia di comportamenti".[G. Lerner, L. Manconi, M. Sinibaldi; 1978; pag. 54-55]
All'inizio il PCI e il sindacato provano a controllare e strumentalizzare questo movimento, ma il loro tentativo fallisce miseramente e la spaccatura tra le due parti si fa sempre più profonda. Il partito e le organizzazioni di sinistra assumono sempre più un atteggiamento ostile verso tutte le loro iniziative, fino a una chiara condanna, senza però arrivare a comprenderne le vere ragioni.
Nelle cronache dell' "Unità" di quei tempi emerge chiaramente questa intolleranza: gli occupanti vengono definiti come "provocatori", "poche decine", "cosiddetto movimento". Emblematico a riguardo è il trafiletto con il quale, nella cronaca di Roma, "l'Unità" del 6 febbraio dà la notizia dell'occupazione dell'intera città universitaria.
"Un'occupazione dell'ateneo è stata indetta ieri dal sedicente "comitato di lotta contro la restaurazione dell'università". La decisione è stata presa al termine di un'assemblea profondamente divisa...Sulla scelta di occupare l'ateneo, i gruppi sono ripiegati - e questo dà il segno della debolezza dell'agitazione - dopo che nell'assemblea, segnata da forti spaccature, erano stati isolati appelli più estremisti ad "assaltare la città"...Mentre andiamo in macchina i cancelli sono chiusi: dentro gli occupanti si contano in due o tre decine."
La critica si fa sempre più aspra e violenta fino alla rottura definitiva nel febbraio del '77, con la cacciata di Lama, il segretario della CGIL, dalla università romana.
Dopo l'occupazione della università la reazione del PCI e del sindacato è quella di cercare di prendere in mano l'organizzazione e la gestione dell'intero movimento.
Organizzano un comizio di Lama all'interno dell'ateneo, ma la reazione degli studenti occupanti è durissima e porterà a un violento scontro fisico tra i giovani e il servizio d'ordine organizzato dal partito.
L'incompatibilità tra l'ideologia del movimento e quella del partito è ormai evidente e ogni tentativo di dialogo sarà inutile; le due parti diverranno degli attori contrapposti negli eventi che caratterizzeranno la vita politica nazionale di quell'anno.
I giovani non si riconoscono più nell'ideologia di "sinistra" dei loro padri, non sono più disposti a fare sacrifici e aspettare: vogliono tutto e subito e non esitano ad usare ogni mezzo, anche violento, per ottenerlo.
Nel corso dell'anno i loro mezzi diventeranno sempre più duri dando vita a un susseguirsi di fatti di sangue in tutta la penisola.
Con le giornate di marzo il fossato scavatosi nel febbraio viene riempito, non solo metaforicamente, da una insormontabile barricata.
Durante una riunione di Comunione e liberazione nell'ateneo bolognese si presentano cinque studenti appartenenti al movimento, che vengono cacciati in malo modo dal servizio d'ordine.
Il movimento si mobilita e così pure la macchina repressiva. L'assassinio di Francesco Lorusso, 25 anni, militante di Lotta continua ad opera di un carabiniere provoca una risposta durissima da parte del movimento.

La notizia della morte di un compagno si diffonde rapidamente in tutto il paese dai microfoni di Radio Alice, la prima e più radicale radio libera di Bologna.
La zona vicino all'università viene assediata, si elevano delle barricate mentre un gruppetto distrugge la libreria di Comunione e liberazione, Terra promessa.
Nelle giornate successive la protesta e la rabbia scoppia in tutte le città italiane con estrema violenza, a cui la polizia e la magistratura risponde con altrettanta violenza.
In Aprile a Roma durante uno scontro armato in piazza, dopo il tentativo di riproporre il progetto di riforma Malfatti, rimane ucciso un giovane agente, Settimio Passamonti.
Sull'asfalto, vicino alla chiazza di sangue dell'agente, qualcuno nella notte scriverà: "Qui c'era un caramba, il compagno Lorusso è vendicato!".
Il ministro dell'Interno, Francesco Cossiga, vieta ogni manifestazione pubblica e dichiara: " Sia chiaro che d'ora in avanti a chi attaccherà lo stato con le armi, lo Stato risponderà nello stesso modo".
Non ci vorrà molto tempo perché ciò avvenga.
IL 12 maggio a Roma durante la manifestazione non autorizzata organizzata dal Partito radicale, perde la vita una giovane femminista Giorgiana Masi, uccisa da un agente in borghese, vestito da "autonomo" e infiltrato tra la folla di manifestanti.
La scia di sangue non è ancora finita; due giorni dopo a Milano verrà ucciso un agente, Antonio Custrà.
Man mano che cresce l'uso delle armi e della forza, i gruppi extraparlamentari di sinistra entrano in una profonda crisi, fino a scomparire dalla scena politica.
L'escalation di violenza incontrollata e incontrollabile risulterà catastrofica anche per lo stesso movimento.
Dopo le drammatiche vicende di aprile - maggio il movimento, infatti, sembra ripiegarsi su se stesso, lacerato dalle diversità interne e dalle spaccature proprio riguardo all'uso irrazionale e incontrollato della violenza degli ultimi episodi.
Il movimento sembra tornare in settembre a Bologna, in occasione del convegno del Movimento sulla repressione.
Il movimento con le sue proposte e la sua vitalità sembra tornato...ma è solo una breve e intensa fiammata.
Di nuovo a Roma il 30 settembre un giovane di Lotta continua, Walter Rossi, viene ucciso dai fascisti.
Tutto riprecipita di nuovo nel clima di agitazione e terrore della primavera passata e così sarà per i mesi successivi: scontri, manifestazioni, dure repressioni, chiusure e divieti.
Ormai il movimento non esiste più: lunghi mesi di violenze e repressioni lo hanno indebolito; esso scompare, si ritrae, rifluisce in mille rivoluzioni, in mille percorsi di liberazione e di angoscia.
Il 16 marzo 1978, con il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta ad opera delle BR, sarà la fine decisiva per il movimento.
Il tentativo di riprendersi e dichiarare la propria estraneità dall'atto con lo slogan "Né con lo Stato, né con le BR", sarà inutile; in quel momento drammatico per chi vuole agire politicamente non ci sarà alcuno spazio.
O con lo Stato o con le BR sarà la tragica realtà.
Con il movimento del '77 si chiude definitivamente un epoca storica e politica e se ne apre un'altra.
Finisce l'epoca della fiducia nel partito e nell'agire politico e si apre una profonda crisi soprattutto nelle giovani generazioni che hanno assistito al fallimento dei vecchi strumenti politici nel risolvere la crisi in atto, al fallimento clamoroso dell'idea di rivoluzione comunista, l'incapacità della classe politica di risolvere i problemi.
Quindi, per molti militanti del movimento; l'unica via d'uscita sarà l'esodo dalla politica.

Nel corso degli anni '70 due tendenze opposte avevano dato forma alle cosiddette "culture giovanili".
Da una parte vi era la tendenza a guardare con fiducia e ottimismo al futuro e agli sviluppi in campo economico e tecnologico; dall'altro vi era la tendenza "controculturale" che rifiutava l'omologazione e la privazione di libertà, che inevitabilmente si accompagnava alla crescita della società moderna dei consumi.
Queste due tendenze erano entrambe il frutto diretto dell'etica del benessere e dello sviluppo capitalistico, erano le due facce della stessa medaglia.
Ma negli anni '70, e in particolare proprio nel 1977, il quadro politico e sociale del paese muta: la crisi violenta rompe ogni fiducia nel futuro e l'orizzonte non appare più rassicurante.
È inevitabile che la tendenza che prende il sopravvento è proprio quella "controculturale", la speranza dei movimenti rivoluzionari lascia il posto ad una cupa disperazione e ad una sfiducia nella modernità negli sviluppi tecnologici.
"I giovani che vengono sulla scena dopo il '77 sono, in effetti, ben diversi da quelli che li avevano preceduti: essi sono gli spettatori del crollo dei miti sociali del moderno. La crisi di prospettiva della società moderna appare loro come il venir meno di ogni possibilità di futuro.
Il punk è in questo senso la lucida consapevolezza di un mutamento epocale". [Nanni, Balestrini, Moroni; 1997; pag.629].
In Italia alla speranza e alla violenza dei primi mesi del '77 si sostituisce un acuto pessimismo, terreno fertile per lo sviluppo del movimento punk.
Le nuove generazioni, soprattutto quelle che provengono dalle realtà di marginalità e miseria della periferia, sono quelle che sentono la crisi in modo più drammatico.
Abbandonano ogni fiducia nel futuro , si spingono verso un rigido rifiuto per tutto ciò che è "società", mutano il loro atteggiamento nei confronti del lavoro, della politica, della famiglia, dello stile di vita.
Non bisogna attendersi nulla dal futuro perché non c'è futuro per i valori umani, per la solidarietà, per la libertà e per il piacere di vivere.
Le forme culturali improntate sul collettivismo e sull'egualitarismo, tipiche degli anni '60-'70, lasciano spazio a forme dominate dall'individualismo negli anni '80.
Dopo il '77 questo scenario già desolante diviene ancora più tragico con l'inasprirsi della Guerra Fredda e l'aumento vertiginoso della disoccupazione in tutto l'occidente, causato dagli sviluppi in campo tecnologico che dimezzano la richiesta di mano d'opera.
In questo clima già drammatico fa la sua comparsa massiccia sul mercato della droga l'eroina, soprattutto nelle zone periferiche delle grandi città, da sempre le più dimenticate e abbandonate a se stesse.
Negli anni '80, per molti giovani il buco sarà l'unica soluzione per sfuggire ad un presente di miseria e disperazione, incapaci di vedere un'altra via d'uscita dallo squallore della quotidianità.

 

la dura vita dei primi punk a milano
  

 

"A Milano nel 1979 l'aria era grigia - pesante come cemento armato - di colpo tutto sembrava invecchiato, i costumi, gli eskimo, le clark e le lunghe gonne a fiori; il linguaggio- compagni e compagne, assemblea e cortei- la musica...
Chi aveva dai 18 anni in giù e la potente voglia di cambiare il mondo poteva scendere in strada direttamente dall'ultimo piano di un megagrattacielo I.A.C.P. di Gratosoglio...il tonfo non l'avrebbe sentito nessuno."
Questo il clima che si respira in città, secondo il racconto di uno dei primi, giovani punk.
Il clima a Milano in quegli anni era molto teso: le sedi politiche extraparlamentari chiudevano, o, più facilmente, venivano chiuse con la forza; una parte dei giovani legati ai circoli del proletariato giovanile, protagonisti degli anni precedenti, veniva travolta dal ciclo dell'eroina e una parte cospicua dei quadri militanti operai e sociali si dava alla clandestinità e impugnava le armi.
Da parte dello stato veniva messa in moto una violenta macchina repressiva, legittimata dall'intero sistema dei partiti.
Per la componente ribelle della generazione emergente, gli spazi di agibilità e movimento sono quasi impossibili: i compagni non li capiscono e il tessuto sociale li osserva con sospetto, diffidenza e rifiuto.
Per loro la pratica punk diventa il "riconoscersi tra uguali", la possibilità di unirsi e combattere insieme contro il tentativo di omologazione del sistema.
Alla fine degli anni '70, a Milano, i punk non hanno vita facile: sono ancora pochissimi e non hanno rapporti tra di loro perché mancano i luoghi dove incontrarsi in città.
Molti si limitano a "trasformarsi" in punk nel fine settimana per avere un look diverso e originale, ma tra questi c'è già qualcuno per cui il punk non è una semplice moda, ma rappresenterà una vera e propria scelta di vita.
La maggior parte di loro proviene dalla periferia: Baggio, Quarto Oggiaro, Corsico, Rozzano, etc...tutti luoghi ormai invivibili a causa del dilagare dell'eroina e della delinquenza.
Nella parte sud della città si formano le prime aggregazioni forti e complesse: a Ronchetto, a Trezzano sul Naviglio, nel quartiere Barona.
Da quelle parti c'è anche l'Onnicomprensivo di Corsico, un'orrenda "fabbrica scolastica", che produce prototipi umani destinati ai lavori tecnici non qualificati, mentre tutto il ciclo produttivo della città richiede manodopera specializzata e saperi in continua mutazione.
Per questo la stragrande maggioranza dei giovani riceve una formazione professionale che difficilmente servirà loro per inserirsi nel mercato del lavoro.
I punk però sentono il bisogno di abbandonare le periferie, le panchine e i muretti; vogliono creare mondi separati.
Nelle cantine della zone sud proliferano decine di gruppi musicali, tra questi Wretched, che saranno fondamentali nell'esperienza del Virus.
La musica diventa un progetto e uno strumento per comunicare, l'unico mezzo per opporsi e combattere una società ostile.
Le periferie e gli hinterland sono esausti e depotenziati, dimenticati dalle amministrazioni comunali; sopravvivono a fatica pochi luoghi di resistenza accerchiati dall'eroina e dal ciclo di criminalità.
Per molti punk la migrazione verso il centro della città, oltre che per incontrare "simili" e "farsi vedere" dal resto della cittadinanza, è, quindi, una vera e propria necessità: la necessità di lasciare un ambiente marcio e non cadere nella noia e nell'abbandono.
I punk sentono come irrinunciabile il bisogno di radicamento in zone socialmente più dense di opportunità, incroci, visibilità.
Nell'esperienza punk confluiscono sia una parte degli "sconfitti" dei circoli del proletariato giovanile, sia coloro tra i più giovani che sentono il bisogno profondo di un'azione collettiva, separata e fortemente riconoscibile dai segni, dai modi e dallo stile.
Certo è che la comparsa di questi nuovi "soggetti" nel cuore di Milano non passa inosservato, né per le altre aggregazioni giovanili già presenti, né per i "normali" cittadini.
I primi luoghi di ritrovo sono situati in pieno centro della città, rigorosamente per strada: la fiera di Senigallia e Via Torino, una delle vie più "visibili" del centro.
Qui si incontrano con i "fioruccini", chiamati così perché si ritrovano davanti al negozio del noto stilista.
Sono giovani che passano il loro tempo tra la discoteca e il divertimento, completamente disinteressati ad ogni discorso politico.
I primi punk si avvicinano a loro perché sono gli unici in città vestiti "strani", ma subito emergono differenze enormi e la convivenza tra i due gruppi si fa sempre più difficile.
Anche con i giovani "di sinistra", quelli che sono rimasti dopo il crollo del '77, il rapporto non è facile.
Ai loro occhi i "compagni" sono ancora troppo politicizzati e legati ai vecchi schemi; mentre da questi i punk vengono spesso visti come "fascisti", per i loro vestiti neri, il look aggressivo e qualche svastica sulle magliette strappate.
Queste le parole di un giovane punk:
"..le vie del centro sono il nostro palcoscenico naturale- abbiamo i riflettori puntati- nel nostro atteggiamento c'è qualcosa di nuovo- i nostri vestiti sono autocostruiti e ispirati vagamente alle foto che abbiamo visto sui giornali o alla TV- giubbini di pelle nera con la borchie e le scritte sulla schiena- capelli saponati- anfibi militari italiani- jeans neri attillati strappati- t-shirt bucate e rattoppate con le spille da balia...
Non riusciamo più a socializzare con i discotecari- così abbiamo tagliato tutti i ponti con il passato- sono troppo noiosi- già parlare di Donna Summer è difficile figuriamoci di Johnny Rotten o dei Generation X- vanno a lavorare e alla sera si riversano qua- provano a fare i John Travolta di periferia ma non fanno niente per cambiare la loro vita- finiranno peggio dei regolari...Coi compagni ogni rapporto è pressoché impossibile- al sabato se non ci sono gli scontri con la madama se la prendono con noi- nel migliore dei casi ci sfottono- "conciati come siete vi fate riconoscere subito e vi blindano in un secondo"- nel peggiore dei casi ci prendono per fascisti e allora c'è solo da scappare [...] " [M. Philopat, 1997, pag.14- 15]
Anche la stampa si occupa di loro, soffermandosi però sempre sui caratteri più superficiali e folcloristici, tralasciando completamente le motivazioni reali della nascita di questo movimento. Vengono visti da tutti come dei perdigiorno, senza nessun ideale che si limitano a girare minacciando la quiete cittadina.
"Una volta c'erano gli hippies, belli con quei loro fiori nei capelli, l'aria un po' triste per la noia e il fumo, ma mai violenta. C'erano i Rockers, i Teddy Boys. Con l'aria violenta si, ma tutto sommato di una violenza costruttiva, diretta a distruggere una società che a loro non andava, spinti dall'entusiasmo per qualcosa che non era ancora definito, ma si cominciava a respirare nell'aria. La contestazione. E sono arrivati i ragazzi degli eskimo e dei caschi. Ci sono ancora oggi. Tirano molotov e ogni tanto anche sparano. Metodi che possiamo non condividere, ma che sono causati da un profondo, reale malessere. Le facce di questi nostrani punk esprimono invece noia. La noia di ritrovarsi in qualche discoteca o davanti a qualche bar [...]."
Per i media, i punk, paragonati ai gruppi giovanili preesistenti, sono solo un gruppetto di giovani annoiati che imita i veri punk inglesi, un fenomeno provinciale e importato.
Questa immagine negativa e questi luoghi comuni resteranno sempre fortemente radicati nei cittadini milanesi, per cui i punk rimarranno sempre dei disturbatori marci e sporchi, dei consumatori di droghe e alcool e saranno, quindi, incapaci di cogliere, invece, la diversità di un'esperienza come quella del Virus.

Contemporaneamente alla comparsa dei primi punk a Milano, nascono anche qui le prime punkzine, delle "riviste" dalla grafica nuova e rivoluzionaria che parlano soprattutto di musica, ma anche di società, cultura e politica, riferiti all'ambiente controculturale.
I vocaboli fanzine e punkzine troppe volte usati come sinonimi, esprimono invece due realtà molto diverse.
Il termine "fanzine" nasce dalla fusione dei due termini inglesi "fan" (=appassionato, tifoso, seguace) e "magazine" (=rivista) e quindi rappresenta qualcosa di vago e non ben precisato.
Queste riviste si rifanno comunque al soggetto in termini di divismo e di ammirazione, appunto il fan.
La punkzine invece fa riferimento chiaramente all'area culturale punk di cui si fa portavoce dei bisogni, delle idee, degli interessi.
Un elemento chiave della punkzine è quello della self- communication, cioè l'auto appagamento, la crescita personale, la nascita di un dialogo con se stesso, che porta l'individuo a interessarsi di una serie di problemi e fatti sociali di cui prima non si era mai occupato.
Di solito le punkzine sono prodotte da un gruppo molto ristretto di persone, o addirittura da una sola persona che si occupa di scrivere gli articoli, fare e trascrivere le interviste, fare le fotografie e i disegni, stampare e fotocopiare la rivista, assemblare le copie, distribuirle e venderle.
La punkzine distrugge i preesistenti moduli di comunicazione artistici e politici; distrugge il giornale politico spacciato per controculturale perché è realmente portatore di informazione dal basso e stravolge i precedenti modelli canonici di impaginazione.
La punkzine è caos espressivo, creatività libertaria senza compromessi e mediazioni politiche.
Nell'ottobre del '77 esce in 1000 copie "DUDU", foglio di agitazione dadaista, che prende il nome dalla fusione di DADA+PUNK, ancora infarcita di demenzialità dotta, fusi dalla disperazione, dalla rabbia.
Nel gennaio del '78 cambia nome e diventa "POGO", dal famoso ballo punk.
Non cambia solo il nome, ma anche la grafica e i contenuti che si avvicinano sempre più all'universo punk.
È il primo esempio di rivista con uno stile radicalmente nuovo e gli argomenti trattati sono influenzati dal movimento del '77 e dai Circoli giovanili.
Ma c'è molto spazio per la musica ed è proprio questo a interessare maggiormente i punk.
"Pogo", infatti, è la prima rivista in Italia a pubblicare integralmente in Italiano i testi delle canzoni dei Sex Pistols, dei Clash, delle Slits.

L'aspetto stilistico si rifà alla grafica dei Sex Pistols, ideata da Jemie Reid: l'uso continuo del collage, gli interventi grafici infantili.
Gli articoli spaziano dalla musica, interviste a gruppi musicali punk italiani e stranieri, ai problemi pratici che deve affrontare un giovane che si avvicina alla pratica punk: come "assemblare" un vero e proprio vestito punk senza spendere molto, come formare una band e naturalmente tutta la pratica dell'imperativo del "fai da te", il "do it yourself". (D. I Y.)
Di "Pogo" usciranno solo tre numeri.
Il segnale che il punk a Milano sta cambiando arriva anche dalla creazione in città di una nuova rivista nel febbraio del 1979, "Xerox", questa volta interamente stampata con la fotocopiatrice (il cui uso si diffonde proprio in quegli anni), in puro stile "fai da te".
Lo stile grafico è più essenziale e originale; i contenuti sono molto più pungenti e critici; si parla meno di musica, ma si dà ampio spazio alla trattazione dei problemi legati alla condizione dei punk italiani.
Si sottolinea che il punk italiano ha una propria identità, diversa dal modello inglese.
Il punk inglese è considerato come un atteggiamento nichilista e disfattista che affonda le sue radici nelle pessime condizioni di vita dei giovani che appartengono alla working class britannica; il punk italiano invece non è legato tanto ad un fenomeno di classe sociale, quanto ad una condizione esistenziale giovanile legata al particolare contesto socio- politico del paese.
Il punk italiano è molto più politicizzato e irriverente in quanto non si limita alla semplice provocazione ma è una radicale scelta di vita alternativa.
Nel primo numero, in un'editoriale firmato da Rosso Veleno si legge: "La PROVOCAZIONE è ben altra cosa, non il costume del sabato o la discoteca- ghetto. È l'ATTITUDINE, come vivi da quando apri gli occhi la mattina a quando li richiudi la notte.
Non è un'etichetta che compri né da Seditionaries di Vivienne Westwood né da Carù, unico negozio di dischi punk.
..e allora chi continua a parlare di punk e perché?! Chi ne parla è un estraneo, altrimenti avrebbe vergogna a usare una parola inventata da altri per inscatolare/soffocare/definire chi questa cosa se la vive e basta, qualsiasi nome abbia. "
Ma una vera e propria fanzine politica italiana uscirà solo nel 1981, a Bologna, intitolata "Attack".
La pubblicazione doveva servire a informare e rendere noto ciò che il monopolio della stampa cerca di nascondere.
L'editoriale dichiara:
"Dunque questa punkzine serve proprio ad informare, a rendere noto ciò che il monopolio della stampa borghese, infarinandoci di SOLO MUSICA cerca di nascondere, e ciò che l'editoriale di sinistra, dopo averci per anni accusati di fascismo o atteggiamenti nazi, e ora resasi conto del colossale abbaglio, cerca di propinarci in modo aleatorio, esterno e tendenzioso sul punk.
Perciò questa punkzine come informazione in primo luogo e come lotta alla misinterpretazione del punk, perché nessuno meglio di noi può dire ciò che noi siamo".
Fu un'uscita importantissima, nonostante la difficoltà di lettura dovuta alla grafica disordinata, e venne letta e consultata da molti, portando alla formazione di molti collettivi punk, soprattutto nella provincia bolognese, prima di allora isolata.
Con Attack si apre un nuovo periodo in cui nasceranno molte altre punkzine proprio perché i tempi sono ormai maturi ed è giunto il momento di parlare direttamente, "da punks a punks", come si legge su "kill your pet puppy", una importantissima punkzine inglese.
Tra le più famose punkzine italiane che nasceranno in seguito le più famose sono: T. V. O. R. (Teste Vuote Ossa Rotte) che tratta principalmente della scena hard core italiana e americana; Anti Utopia che sarà la punkzine del collettivo che gestirà il Virus a Milano che è soprattutto un giornale politico e sociale; PUNKamINazione, che più che una vera e propria punkzine sarà un bollettino di coordinamento tra le varie realtà punk italiane e quindi sarà molto importante per i collegamenti su tutto il territorio italiano.

Intanto a Milano i punk da Via Torino si spostano poco più in là, in Piazza S. Giorgio, di fronte al negozio di dischi New Kary, il primo negozio milanese a vendere i dischi dei Sex Pistols e dei Clash.
La prima vera occasione, però, per i punk milanesi di incontrarsi e incontrare altri punk italiani è il 23 novembre del '79 al Palalido, in occasione di "Rock e Metropoli", un grande concerto organizzato da Gianni Mucciaccia, il leader di un gruppo di rock demenziale che proveniva dagli ambienti di Autonomia Operaia, a quel tempo legato al centro sociale Santa Marta.
In quest'occasione i punk sono solo poche decine, ma sarà importante perché permetterà di entrare in contatto tra loro e di avvicinarsi per la prima volta a un centro sociale, appunto il Santa Marta, poco lontano dal New Kary.
Questa esperienza sarà fondamentale per alcuni punk milanesi perché offrirà loro la possibilità non solo di avere un posto di ritrovo , ma soprattutto di entrare in contatto con un nuovo modello di vita autogestita.
I punti di incontro precedenti, perlopiù all'aperto, non erano altro che luoghi di aggregazione dove trascorrere il tempo, soprattutto durante il fine settimana, ma non permettevano certo di trascorrerlo in modo diverso.
Il Santa Marta diventerà subito un punto di riferimento soprattutto per i primi gruppi musicali punk che nascono in questo periodo; diventerà il luogo dove ritrovarsi per provare, per ascoltare musica e per incontrare gente con cui condividere interessi e stili di vita.
La convivenza tra i vecchi occupanti del centro provenienti da i vecchi ambienti di sinistra e i nuovi punk sarà breve e non certo facile; i nuovi frequentatori sono diversi, non solo per il look, ma anche per lo stile di vita e per interessi.
In occasione delle elezioni cittadine, nella primavera del 1980, Mucciaccia si presenta con una lista politica, la "Lista Rok", con l'obiettivo di entrare nel consiglio comunale.
Anche la stampa nazionale si occupa di questa "insolita" lista elettorale.
"Il partito si rivolge soprattutto a quel 15- 20 per cento di elettori che a Milano, alle "politiche" del 1979, si sono astenuti o hanno votato scheda bianca. Gran parte di quei "non voti" provenivano dai giovani nati dalle ceneri del Movimento del '77 che rifiutano la politica tradizionale e il gioco dei partiti."
"Il loro verbo è rivolto alla "gioventù elettrica alienata che proviene dagli ambienti sotterranei, ai margini della città"; basta con i partiti e con i gruppi, basta con la politica tradizionale, facciamoci sentire con il rock."
Il loro programma si rivolge soprattutto ai giovani milanesi che si trovano in una città che si occupa di tutto meno che di loro, lasciandoli da soli, senza dei luoghi concreti in cui ritrovarsi.
Infatti il problema più urgente da affrontare a Milano per loro è proprio quello degli spazi; la necessità di dare ai giovani milanesi degli spazi da gestire dove ritrovarsi e dove i nuovi gruppi musicali possano esprimersi, impedendo che finiscano per essere travolti dalla noia e dalla droga.
Una delle loro proposte, infatti, è quella delle "sale prova comunali", per tutte quelle centinaia di gruppi che vorrebbero suonare ma non possono per mancanza di spazi e di soldi.
Primo Moroni, legato al movimento anarchico e fondatore della storica libreria Calusca è un aperto sostenitore di questa iniziativa.
"In realtà", afferma, "gli ultimi otto mesi per i giovani dell'hinterland, sospesi tra il rifiuto della politica e la ricerca di nuove forme di aggregazione, sono stati introversi e difficili. Da una parte le bande teppistiche, la violenza della droga e del finto misticismo, dall'altra il reclutamento del partito armato. La recente esplosione delle bande rock rappresenta il tentativo di sfuggire a questa forbice, di sviluppare una forma di aggregazione diversa. Potrebbe essere l'alternativa provocatoria e demenziale da contrapporre alla demenzialità della politica che la regione e il comune svolgono per i giovani".
La lista sarà un vero e proprio fallimento e dopo la figuraccia politica tutto si sciolse.
Il centro sociale Santa Marta viene venduto al comune; Muciaccia entra nei salotti socialisti della Milano- bene e ai punk non resta che tornare in strada.

Il passaggio per il Santa Marta è breve, ma comunque fondamentale per alcuni punk milanesi perché fa nascere in loro la speranza e il desiderio di possedere degli spazi di vita da autogestire.
Senza un luogo fisso i punk tornano a frequentare e incontrarsi nel centro della città: la fiera di Senigallia, il parco Sempione, il bar Magenta, il pub Concordia.
Subito ricominciano gli scontri e sale la tensione con gli altri gruppi cittadini e contemporaneamente riprende la dura repressione da parte della polizia e delle forze dell'ordine.
Gli scontri più violenti si hanno tra punk e ska, una nuova moda importata dall'Inghilterra caratterizzata da un abbigliamento in stile anni '70: capelli corti e ben pettinati, cravattina al collo, abito nero, giacca, scarpe lucide e cappello a falde.
Ciò che accomuna i due gruppi è la passione per la musica, anche se molto diversa; la musica ska è una musica giamaicana con un ritmo veloce ma molto allegro e ballabile.
Il ritrovo degli ska milanesi è in una discoteca di Foro Bonaparte," La luna", poco distante dai ritrovi punk.
Tra le vie del centro le risse e i pestaggi tra i due gruppi sono all'ordine del giorno.
Gli scontri tra le due "bande" , così come con altri gruppi presenti in città come i mods, sono dovuti soprattutto ad un problema di spazi e al clima di noia e rabbia che si respira in città, oltre che alle profonde diversità tra di loro.

Anche la stampa si riscatena in una campagna moralizzatrice contro i punk che, confrontati agli altri gruppi in città, vengono sempre dipinti come dei violenti, dei provocatori senza ideali.
Si legge:
"Parlare con uno ska non presenta particolari difficoltà, basta chiedere e quello risponde. Tutt'altra musica quando si cerca di avvicinare uno dei punk nostrani che vivono (qualcuno dice infestano) a Milano. [...]
Violenti?
"Si", dice Raffaella, punk da oltre un anno, una delle poche che non si è limitata a una frase lanciata là.
Basta vedere come si muovono, gli atteggiamenti che prendono e il loro "sacrosanto" gusto di distruzione, per rendersi conto di quanto lo siano. Ma quale tipo di violenza?
"Fine a se stessa, senza secondi fini...che gusto c'è a impadronirsi di un immondezzaio?
Non avete ideali?
"NO" ci risponde uno già anzianotto, ma siamo sicuri che avrebbe anche potuto rispondere in modo alternativo. Tanto...".
Per la prima volta i punk rispondono all'aggressione dei giornali con un volantino datato novembre 1980, intitolato " LA RABBIA".
È il primo documento di autoconsapevolezza politica dei punk milanesi, che per la prima volta fanno sentire la loro voce, denunciando il vuoto e la noia stagnante, la mancanza di luoghi dove andare, il clima di apatia che si respira in città.
È anche la prima volta che si riconoscono come un soggetto collettivo e fanno riferimento all'ambiente anarchico milanese.
Infatti, il volantino è firmato "punks anarchici" e come luogo di incontro viene riportato l'indirizzo di Viale Monza 255, sede anarchica del capoluogo lombardo.
Da ora in poi i punk milanesi si firmeranno sempre in questo modo, dandosi una chiara identità politica.
Fondamentale per l'avvicinamento agli ambienti anarchici sarà anche l'incontro di alcuni punk con il bassista del gruppo londinese dei Crass, Pete Wright, a Milano.
Nell'intervista a Radio Popolare spiega:
"Noi Crass siamo un gruppo di quasi 20 persone. Ci sono dai cinquantenni ai dodicenni, passando per tutte le età. Per noi è stato più facile, le condizioni materiali sono molto differenti in Inghilterra, ma non escluderei la possibilità di creare anche qui a Milano una situazione simile.
È importante lavorare su un progetto ampio con soggetti che provengono anche dalle generazioni passate.
Il mondo che ci circonda ci vuole dividere, producendo etichette, mode e altre stronzate del genere...
Sono passati ormai 5 anni; il testo di una nostra canzone sostiene che il punk è stata la risposta ad anni di schifo, una maniera di dire no quando avevamo sempre detto sì.
Da lì si è ripartiti con tutta la carica di provocazione e negazione possibile che ne è seguita, ma adesso è venuto il momento di ricostruire. È certo affascinante la distruzione di ogni cosa, di ogni simbolo della nostra oppressione, ma il progetto non lo si costruisce solo sbattendo la testa contro un muro, prima è meglio cercare un amico e un martello".
Questa intervista aprì gli occhi di molti punk all'ascolto, proponendo una visione del punk "attiva": non come distruzione e autodistruzione, ma come progetto e impegno per la creazione di una realtà alternativa.

Dopo il volantino dall'unione di alcuni punk e anarchici, esce la rivista "Nero", foglio anarchico milanese.
Si trattava, almeno al primo numero, di una pubblicazione ancora molto legata agli schemi politici degli anni '70.
In seguito cambierà, diventando una punkzine.
Era, comunque, una risposta al tentativo di commercializzazione del punk.
" Il vento iniziale è del '77, con la sua carica d'ironia e satira unite alla volontà di autovalorizzare la diversità, l'individuo, l'emarginazione. Senz'altro sono tutte un insieme di proposte valide che da un lato hanno dato uno scossone al sistema, ma dall'altro hanno offerto il fianco e operazioni commerciali di mercificazione, soprattutto nel campo musicale.
Nel fenomeno punk esistono spazi e persone realmente impegnati nel sociale, operanti un tentativo di sintesi tra musica e impegno politico; dove non c'è posto per il qualunquismo, per il perbenismo, per le istituzioni, né per il ribellismo irrazionale."
La sede della redazione è situata proprio nell'area di Via Correggio 18, occupata già dal 1975.
Nella stessa area sorge il Vidicon, uno dei locali più "alla moda" della città, aperto in accordo con il preesistente collettivo di gestione del centro sociale.
Pur essendo l'iniziativa dello spazio Vidicon piuttosto modaiola, finisce con l'esercitare un certo fascino anche sui punk che si trovano a frequentare la casa occupata.
Per i punk, sempre in cerca di spazi in città, diventa in poco tempo il loro punto di riferimento e il loro luogo di incontro, soprattutto nei week-end.
"L'esperienza del Vidicon ha inizio nel maggio del 1980 a opera di un gruppo di giovani di età media intorno ai 25 anni, perlopiù ex- studenti dell'Accademia di Belle Arti di Milano, desiderosi di prestare la loro esperienza teorica per cercare di allargare la pratica della socializzazione attraverso la produzione artistica...
Fondamentale per questa esperienza è stata la scelta del luogo: una vecchia fabbrica di alimenti abbandonata, situata nel cortile di una casa occupata di Via Correggio 18 a Milano. [...]
Dopo un periodo di ristrutturazione, durato cinque mesi, e operato dagli stessi gestori, il Vidicon si presentava come il locale più all'avanguardia di Milano.
Lo spazio era composto da due ampie stanze tappezzate interamente di piastrelle bianche e luci al neon, che conferivano un aspetto di particolare freddezza a tutto l'ambiente, completamente vuoto e non arredato, a parte la presenza di una serie di monitor e di pochissimi posti a sedere in antitesi alle solite discoteche.
Nella stanza più ampia era situato un palco molto basso e non separato, che permetteva un contatto più caldo e meno formale tra gli eventuali musicisti e il pubblico.
Infine in una stanza più piccola si proiettava e si vedevano (sempre rimanendo in piedi), i filmini di autori perlopiù sconosciuti.
Ma la carica vitale veniva portata dal pubblico stesso, che diventava una sorta di arredamento vivente, uno spettacolo nello spettacolo."
Nel locale si svolgono varie iniziative culturali, come mostre, presentazioni di libri o film, dibattiti; ma sono soprattutto i concerti ad attirare i punk.
Si dà, infatti, largo spazio a quei gruppi musicali fuori dal circuito commerciale e dal mercato, che altrimenti non potrebbero suonare per mancanza di risorse economiche, favorendo soprattutto le nuove sonorità.
I frequentatori del locale sono molto diversi tra loro e provengono da tutti i ceti sociali; i punk si mischiano, quindi con un universo variegato di comportamenti e stili da vita.
Ma soprattutto sarà fondamentale il rapporto che si instaurerà con i "compagni", i vecchi occupanti dello stabile.
Questa volta il rapporto tra le due parti è discreto e permetterà un avvicinamento di molti punk al movimento delle occupazioni milanesi.
L'esperienza del Vidicon durerà solo un paio di anni; alla fine del 1981, a causa di problemi, soprattutto finanziari, insormontabili per i gestori, che erano perlopiù di estrazione proletaria, si rende necessaria la chiusura del locale.
Al suo posto nascerà, ad opera di un centinaio di punk, il Virus, il primo centro sociale d'Italia per punk, anzi, per "punx", come si faranno chiamare d'ora in avanti.
La scelta di cambiare il nome e sostituire una "x" alla "k" finale, nasce da una forte esigenza di differenziarsi da altre pratiche consimili presenti anche in città, ma meno radicali e meno politicizzate.
A Milano, infatti, il numero dei punk in quegli anni cresce, ma per molti si tratta solo di un fenomeno di moda legato alla musica.
Nascono in città i locali per i "punk dalla domenica", per sfruttare l'interesse dei giovani verso quel genere di musica si organizzano concerti usando i grandi nomi del punk per guadagnare soldi, attirando così un pubblico sempre più vasto.
È proprio in questo momento che i punx anarchici, cominceranno la loro campagna contro ogni tentativo di commercializzare il punk e di trasformarlo in un fenomeno di "moda", un puro fatto di stile.
Si organizzano dei volantinaggi davanti ai locali come l'Odissea 2001 o lo Studio 54, in occasione di concerti come quello storico dei Clash o quello di Adam & the Ants.
In questa ultima occasione sul volantino, distribuito davanti al Rolling stone, si legge:
"Rifiutiamo la logica che ci vuole oggetti passivi di fronte allo spettacolo. Creiamo musica nata dal basso, nata dalle nostre reali esigenze: reale divertimento contro il loro fittizio gioco, non accettiamo intermediari..."
Ancor più significativo è il testo del volantino distribuito in occasione del concerto gratuito dei Clash, in Piazza Maggiore a Bologna nell'estate dell'80.
"Kids, il sistema continua a darci merda da mangiare- respirare- ascoltare così come ci passa questi fottutamente inoffensivi Clash e cerca di convincerci che il punk è morto; non possiamo permettere che si impossessi delle nostre cose per poi svuotarle e restituircele innocue. Dobbiamo usare ogni mezzo a nostra disposizione per evitare che ci studino, facciano tesi su di noi, cerchino di interpretarci- svelarci- spiegare chi si siamo cosa facciamo cosa vogliamo. Dobbiamo strappare il punk dalle pagine dell'espresso o della Repubblica, ed evitare che venga recensito ed interpretato come genere musicale per estirpargli ogni potenzialità eversiva.
Per impedire che fottuti buchi di culo in giacca e cravatta come peppe videtti graziano origa manuel insolera spaccino montagne di cazzate sul punk, dobbiamo essere noi stessi a parlare, sputare, gridare, scoprire il culo a pop ster ciao 2001 rolling stone e a tutti i loro fottutissimi intrighi. Se siamo incazzati è perché abbiamo le palle rotte di come stanno andando le cose, e non vogliamo che critici ex politicanti- impiegati di banca incravattati- eroinomani e poseurs ci vengano a raccontare della pochezza tecnica di Crass, Wall o SLF e delle progressive raffinate melodie dei fottuti Contorsions e di quello stronzo di James Change e/o della merdosissima star nina hagen.
La nostra incazzatura e la nostra rabbia con due accordi non viene solo dalla musica perciò non lasciamoci inghiottire la testa e le palle di disco sperimentale e di spettacolo se viviamo in un mondo di violenza- rapine- eroina- proiezioni subliminali e di induzione di massa.
PUNK È LOTTA CONTRO TUTTE QUESTE COSE. Per questo motivo qui a Bologna stiamo preparando una fanzine a distribuzione nazionale che parli delle situazioni nelle quali ci stiamo muovendo.
Una PUNKZINE quindi (e non un bollettino per rincoglioniti fans di damned sex pistols clash o ramones) che si occupi in modo particolare di quello che succede in Italia, delle nostre bands dei nostri bisogni delle nostre incazzature dei nostri desideri e dei nostri obiettivi".

I punx anarchici che si impegneranno nel progetto del Virus, non rappresentano comunque tutta l'esperienza punk milanese, ma solo una parte.
Molti punk rimangono fuori dal discorso politico, rifiutando ogni avvicinamento all'area dei centri sociali e dell'attivismo.
Restando per strada, incapaci di credere in una realtà e un futuro diversi sono molti quelli che cadono nel circolo dell'eroina portando all'estremo il nichilismo autodistruttivo del "No future".

 

virus: espansione di azioni, immagini e rumori
  

 

I punx cominciano a frequentare l'area di Via Correggio ai tempi del Vidicon, mischiandosi con i vecchi occupanti dello stabile e gettando le basi per quella che sarà una non sempre facile convivenza.
Lo stabile di Via Correggio si trovava in un'area di un migliaio di metri quadri di proprietà degli eredi Mantovani che, proprio in quel periodo, avevano spostato la fabbrica della Mellin fuori Milano.
Questo trasferimento seguiva il progetto di una ristrutturazione della città, che prevedeva una Milano quasi priva della funzionalità produttiva e residenziale e uno sviluppo massiccio del settore terziario.
L'occupazione viene promossa dal locale Comitato di Quartiere, nato dall'incontro dei gruppi studenteschi e poststudenteschi e una generica gente di quartiere.
Alcuni nuclei familiari, soggetto principale delle occupazioni di quel periodo, occupano l'edificio e provano a adibire ad abitazione un edificio costruito per altri scopi.
La conformazione degli alloggi, la disposizione dei servizi e la struttura della fabbrica in genere, rendono necessario un uso comunitario e una condivisione dello spazio della ex- fabbrica che caratterizzerà sempre lo stile di gestione dell'area di Correggio.
L'occupazione regge perché è inserita nelle contraddizioni giuste: gli Eredi Mantovani si trovano impossibilitati a usare l'area perché questa viene destinata dal Comune a "usi socialmente utili" e grazie all'insediamento della giunta di sinistra a Milano, che concepisce la politica edilizia e urbanistica nella logica di uno stretto controllo della iniziativa privata.
Vincolare a tappeto, tramite la legge 167 contro il degrado degli stabili, aree e edifici è una prassi urbanistica tipica di quel periodo.
Ciò favorisce la crescita delle occupazioni intorno agli anni '76-'78 e allontana da Correggio il pericolo di uno sgombero a breve termine.
In questi anni Correggio si apre al quartiere con numerose iniziative, come laboratori di artigianato, corsi e il progetto di una scuola sociale, ma è già venuta meno la presenza dei gruppi promotori dell'occupazione; i primi nuclei occupanti, composti per lo più da nuclei familiari di immigrati meridionali, scompaiono dalla gestione dell'occupazione e si rinsediano al quarto piano, dando vita ad un mondo separato.
Al loro posto crescono invece dei nuclei occupanti atipici e vengono man mano adibite ad abitazione aree sempre più vaste dello stabile, anche se in Correggio gli alloggi non saranno mai più di una ventina.
Cessa così di operare la struttura costituita dalla prima generazione di occupanti e subentra la seconda, composta per lo più da giovani con lavori saltuari o precari, interessati alla comunicazione interpersonale non mediata dalla sfera politica e desiderosi di autodeterminare la propria esistenza valorizzando la dimensione personale e culturale tramite attività comuni.
Questo tipo di pratica porta a creare un modello di gestione di democrazia diretta effettiva, dove verranno rispettate le esigenze, gli interessi e i linguaggi tra loro non omogenei.
L'organo decisionale è l'assemblea degli occupanti che gestisce la casa in modo comunitario e collettivo.
Proprio queste caratteristiche renderanno possibile l'insediamento nell'area dei punx e la nascita, al suo interno, del Virus.
Tra il '78 e l'80 si ha una netta modifica della politica urbana di Milano: da una politica statalista, di controllo della proprietà privata, si passa a una logica di accordo tra il comune e la proprietà privata.
Per Correggio si apre un periodo difficile di restrizioni e repressioni in cui il Comune diventa per gli occupanti un nemico ancora più temibile degli Eredi Mantovani.
Contemporaneamente avviene una netta separazione dell'occupazione con il vicinato; la zona fiera, dove è situata la ex- fabbrica si trasforma dal punto di vista sociale e rimangono solo delle sacche residuali di proletari all'interno di una massiccia crescita di benessere e di ricchezza.
Al momento della nascita del centro sociale nel 1975, l'occupazione di Via Correggio, come tutti gli altri luoghi autogestiti, era inserita in una zona di Milano segnata da una forte storia operaia e popolare; occupa proprio la sede dismessa della fabbrica Mellin e quindi vi era una certa composizione popolare.
La nascita dei centri sociali, quindi, rappresenta un diverso modo di usare il territorio e di fare politica che è di norma ben inserito all'interno della zona in cui sorge.
Con gli anni però, all'interno del quartiere Fiera, dove sorge lo stabile di Via Correggio, viene a mancare proprio quella componente popolare che appoggiava l'occupazione e il quartiere assume tutte le caratteristiche di un quartiere arricchito e imborghesito.
I suoi abitanti non si riconoscono più in quell'attivismo e in quel modo di fare politica del Centro sociale e quindi questo diventa scomodo e fastidioso per la gente del quartiere, e lo diventerà ancora di più con la nascita del Virus.
Si estingue così ogni possibilità di collegamento con il quartiere e i suoi abitanti.
Questo è il periodo meno collettivo e più intimista di Correggio, quello meno propulsivo, mentre ancora non si è verificato l'avvento nella zona di una terza generazione di occupanti che comprenderà anche i punx del Virus.
La vastità dell'area offre l'occasione per la realizzazione di varie esperienze, come quella del Vidicon, attraverso la quale i punx conosceranno Correggio.
Ma è con l'insediamento del collettivo culturale della rivista anarchica "Nero " nello stabile, che i punx milanesi entreranno definitivamente nel mondo e nella gestione dell'occupazione.

 

i punk contro l'eroina
  

 

La prima vera iniziativa autogestita dai punx all'interno dell'area ex- Vidicon è il concerto organizzato il 31 ottobre 1981 contro l'eroina.
Proprio in quegli anni l'eroina comincia a provocare sfaceli tra i giovani italiani e, anche tra i punk, sono molti quelli che "si bucano", rivendicandolo quasi come atto trasgressivo, esito estremo della filosofia del "No Future".
La lotta contro l'eroina sarà sempre una costante nelle iniziative dei punx milanesi, preoccupati di fermarne la massiccia diffusione in città.
La loro è una preoccupazione concreta e urgente dal momento che, nelle periferie di Milano, molti di loro sono costretti quotidianamente ad assistere al suicidio lento e volontario di amici e conoscenti.
Per i punx l'eroina sarà sempre considerata come un'arma che lo stato usa per controllare e contenere le iniziative e le attività dei giovani.
Molto utile per comprendere la posizione dei punx nei confronti dello spaccio di eroina è l'articolo apparso sul numero di febbraio 1981 di "Nero":
"Parlare di eroina oggi è molto di moda, quasi che parlandone si possa esorcizzare il problema.
Ma in effetti, quasi nessun intervento concreto è stato messo in opera se non demagogicamente per il proprio tornaconto politico. [...]
Questo terrorismo "dell'ago nelle vene", sembra essere insolubile, almeno finché se ne guarderà solo ed unicamente l'aspetto sanitario, tralasciando la componente sociale di emarginazione/ disgregazione/ repressione che genera le cause di ogni tossicodipendenza.
Visto che il silenzio non esorcizza, secondo noi per affrontare il discorso, bisogna scinderlo in due parti, tra loro complementari:
1) Il traffico dell'eroina
2) I tossicodipendenti
Per quanto riguarda il traffico bisogna entrare nel meccanismo dei rapporti tra mafia e potere; capire quanto siano tra loro avvinghiati da tutta una serie di attività economico-politiche connesse con il traffico stesso.
Ed in un altro senso, la possibilità da parte del potere, di estendere il proprio controllo sull'emarginato dall'eroina, costringendolo a divenire un prestatore di lavoro coatto legale o illegale, per potersi procurare ciò che più gli preme, oltre a potere usufruire della catena dello spaccio come fonte alternativa di informazione.
Ma parlare dei tossicodipendenti non è così semplice.
Non esistendo il tossicodipendente tipo, quindi realtà uniformi, essi sono accomunati tra loro solamente dalla repressione, dagli assassinii che si commettono sulle loro spalle per consentire maggiori guadagni agli spacciatori.
Soprattutto non è facile capire quale molla opera sulla scelta di "farsi"; cosa fare per chi vuole consciamente lasciare l'eroina per tornare ad essere un individuo socialmente attivo.
Primo perché una volta soppressa (per via sanitaria) l'eroina, i problemi che vi ci hanno portato sono esattamente come prima e poi perché volere recuperare i tossicodipendenti a questo schifo di realtà, è di per se stesso contraddittorio per chi vi si pone in netto contrasto."
Il problema, secondo loro, è di ordine sociale e politico, in quanto gli interessi economici e politici in gioco sono tali da impedire un impegno reale da parte dello Stato per combattere e sconfiggere il mercato della droga.
Si sottolinea la necessità di una chiara e reale informazione sull'argomento: "Bisognerebbe tendere a non mistificare l'immagine dell'eroina, ma toglierle, con l'informazione, quel suo aspetto di piacere misterioso e proibito;
produttore di guadagni enormi a causa di una repressione cui soccombono quasi esclusivamente i tossicodipendenti e coloro che praticano lo spaccio al dettaglio.
Ma soprattutto cercare di capire perché, individui comuni, sono portati, nella ricerca del piacere e dello star bene, all'iniettarsi eroina piuttosto che impegnarsi per la propria realizzazione sociale, individuale e collettiva. [...]
Osservando tutto questo, diviene fin troppo palese constatare che il problema eroina / tossicodipendenti è strettamente sociale, intimamente connesso con le contraddizioni inerenti al tipo di società a cui siamo costretti.
Se quindi d'ora in poi parleremo ancora di queste cose, ricordiamoci di quando è stato detto, riconducendo anche questo problema allo scontro che viviamo con il mostro tentacolare del controllo sociale imposto dallo stato o chi per esso.
Ricordiamoci che la soluzione non sta nella legalizzazione o liberazione dell'uso di eroina, perché allora ci sarà sempre qualche droga da legalizzare, ma nel combattere le cause che portano ad una tossicodipendenza diffusa." Per quanto riguarda, invece, il rapporto tra i punx e gli altri tipi di droghe, il discorso è molto più complicato perché va riportato alle varie esperienze individuali.
Anche in questo campo, infatti, viene lasciata piena libertà decisionale al singolo; per questo all'interno del gruppo convivono diversi atteggiamenti che vanno da un consumo libero di diverse droghe (erba, allucinogeni, LSD, cocaina, antidepressivi, eccitanti, ecc.), ad uno uso esclusivo di marijuana e hashish, ad un rifiuto totale per qualsiasi tipo di droga.
In genere comunque nell'area di Correggio verrà tollerato il consumo di qualsiasi tipo di droga, fatta eccezione per l'eroina.
Non si tratta, comunque, di una intolleranza o di un rifiuto dei punx virusiani nei confronti degli eroinomani, ma questi non parteciperanno mai alle attività del Virus, proprio per una radicale differenza nel concepire la vita.
Una vita di lotta, attività, rabbia, volontà di autogestirsi, di autodeterminarsi e combattere per i punx; una vita di debolezza, rinuncia, disperazione, impotenza per le centinaia di tossicodipendenti milanesi, molti di loro punk.
Afferma Marco, uno dei fondatori del Virus, in una intervista pubblicata nel 1983 su "A / Rivista anarchica", rivista anarchica milanese:
"Agli inizi tra noi punk c'era una logica molto apatica e l'eroina è entrata quasi automaticamente tra di noi. Ma il fatto che abbiamo iniziato ad agire, a fare qualcosa (innanzitutto proprio contro l'eroina), ha posto fine a questo fatto. Comunque va precisato che siamo contro l'eroina, ma più in generale tutta la mentalità apatica e qualunquista che c'è tra i giovani."
Sempre nella stessa intervista Fabio, un altro punx del Virus, sottolinea come questa lotta contro l'eroina sia molto sentita tra i punx italiani, mentre all'estero il problema è sentito molto di meno.

8 gruppi musicali, una trentina di punx circa escono dal timoroso silenzio milanese organizzando questa iniziativa in Via Correggio:
stampano volantini e manifesti, con una precisa indicazione anti-nichilista: "Distruggi le tue illusioni, non la tua vita" è la scritta che si legge su uno dei volantini in giro per la città.
"È novembre tra la nebbia grigia dei viali affiancati da platani marci - sugli scrostati muri giallognoli - sono attacchinati i manifesti con la grossa scritta PUNX CONTRO L'APATIA PER L'AUTOGESTIONE - CONCERTO CONTRO L'EROINA NELLA CASA OCCUPATA DI VIA CORREGGIO 18." [Philopat, 1997, pag. 84]
In questa occasione vengono invitati a suonare vari gruppi punk di Milano e dell'hinterland. L'iniziativa ha un grande successo nell'ambiente, anche se, inizialmente, si crea una grossa spaccatura tra i punk milanesi, ma, nel giro di poche settimane, l'attivismo frenetico dello spazio occupato coinvolgerà quasi tutti.
Tale spaccatura è dovuta al clima di apatia generale che si respira in città e che non risparmia neanche gli ambienti punk, non abituati certo ad agire e caratterizzati ancora da un pensiero disfattista e nichilista.
La lotta contro l'eroina è la prima vera azione politica dei punk milanesi.

 

i primi punx a correggio
  

 

Dopo la prima iniziativa dei punx in Correggio, alcuni di loro cominciano a frequentare la casa occupata sempre più spesso e a partecipare alle varie attività.
Uno di loro, Marco Philopat, è il primo punx che viene ospitato nell'edificio e sarà il primo a trasferirvisi definitivamente.
Ecco come descrive Correggio:
"Dormo per la prima volta nella mitica stanza degli ospiti nella casa di Milena e Marco Mussi- su al terzo piano- una stanza tutta di vetri- una specie di serra affacciata sull'enorme terrazzo- seguiranno altre notti- in quella camera piena di luce- sarà sempre più raro il ritorno per la notte dai miei.[...]
Sperimentiamo le prime giornate nella casa occupata- al terzo piano ci sono tre appartamenti- in quello dove ci troviamo il nucleo è formato da due uomini e due donne- un lungo corridoio parte dalla serra unendo tutte le stanze- che si affacciano sul cortile interno alla nostra destra- la prima è quella di Marco dove risiede l'archivio storico di Correggio e la cassaforte nel muro- il resto è riempito con cimeli e sculture africane- orientali o sudamericane[...]
Dopo il bagno abbastanza grande e sempre pulito- c'è Carlino- la sua somiglianza con Frank Zappa è impressionante- lavora all'Alfa Romeo di Arese- molto attivo nei comitati di fabbrica.[...]
La cucina è incasinata ma sempre pulita- un grande tavolo di marmo per le lunghe discussioni collettive- le pareti sono completamente ricoperte da manifesti politici- alla fine nel corridoio le due grandi camere da letto di Milena e Mimma- sono comunicanti- il pavimento in parquet- ampie finestre si affacciano su via Correggio- quando entri nelle loro stanze non puoi fare a meno di pensare agli anni settanta." [M. Philopat, 1997, pag. 80- 81]
Marco, insieme ad altri punx, Fabione, Gnokko, Cristina, sono i primi a sentire l'esigenza di riunirsi e riconoscersi come gruppo di punx anarchici, organizzando delle riunioni settimanali in Correggio.
Durante queste riunioni, che si tenevano il martedì sera, si forma ufficialmente il Collettivo punx anarchici, formato da una cinquantina di persone, per la metà donne.

 

nasce il virus
  

 

Dopo l'iniziativa contro l'eroina, la preoccupazione del "neonato" collettivo, è quella di creare all'interno dell'area di Correggio, un nuovo locale, uno spazio da autogestire per i concerti, una sorta di "oasi" nella città, con prezzi bassi e accessibile a tutti.
Dalla reale necessità di avere uno spazio libero e diverso dove vivere le proprie certezze e convinzioni, in un freddo inverno milanese, nasce il Virus, il primo centro sociale italiano per punx e autogestito da soli punx.
"Alla mattina invece la città è vuota- l'aria diventa respirabile- basta evitare le pasticcerie per immaginare una metropoli abbandonata- un grande lego da ricostruire pezzo dopo pezzo...Un nome - sì!- ci vuole un nome per il nuovo locale- Gianbruno insiste con Titanic- "che schifo è?"- "dev'essere la menata del capitalismo che affonda"- "come lo chiamiamo allora?"... Seguono due giorni di tentativi falliti nonostante la consultazione di mezzo vocabolario Zanichelli- alla fine su una delle innumerevoli riviste americane- "Fangoria" una di quelle ' zine splatter di effetti speciali per i film horror troviamo la nostra parola- VIRUS- VIRUS sì - è strong abbastanza- va bene sia in inglese che in italiano- "ti rimane in testa subito- graaande!"...
Nessuno di noi poteva immaginare tutte le pseudoteorie di giornalisti e sociologi sull'origine del nome Virus che si sprecheranno all'inverosimile negli anni che verranno- in realtà è nato quella notte- da cinque pazzi asserragliati in un microappartamento nella periferia ovest- con fuori un freddo siberiano- nella Milano da pere del rampante Craxi.
"Virus a macchia d'olio lascia un segno duro"- i Wretched del Ronchetto- quelli dell'estrema periferia- quelli di Rozzano- di Lambrate- tutti accolgono entusiasti il nome- si inizia a scrivere un documento di presentazione al progetto- lo intitoliamo "Virus espansione di immagini suoni azioni e rumori" e lo firmiamo Collettivo punx anarchici- la dicitura finale in grassetto è però PUNK/ ATTIVI VIRUSIANI. " [M. Philopat, 1997, pag.91]
L'apertura del Virus avvenne nel febbraio 1982; in quell'occasione si tenne anche un meeting di "Punkaminazione", una sorta di bollettino nazionale, nato per costruire un circuito alternativo che investisse tutti i settori dell'attività punk.
Si trattava di una rivista che era redatta, anche economicamente, ogni volta in una città diversa e serviva per mettere in comunicazione tra loro tutte le realtà punx del paese.
"Punkaminazione è un progetto- una rivista con redazione itinerante gestita dalle varie comunità punk- ogni situazione sparsa per l'Italia ha a disposizione una pagina per esporre le realtà locali- dentro questo giornale trimestrale composto e stampato a rotazione dai diversi collettivi si mescolano gli interventi teorici con le info sui concerti sui nuovi dischi autoprodotti- gli appelli per le manifestazioni- le notizie di Pisa Firenze Roma Udine Milano Torino Napoli Bari Genova Sicilia e Sardegna- i nuovi luoghi autogestiti anche solo per un giorno."
Tramite ciò si creò una struttura di locali occupati e/o autogestiti, varie situazioni di produzione e distribuzione interna di dischi e materiale di controinformazione, si occuparono case e palazzine.
Questa esperienza fu molto importante per i punx del virus e di tutta Italia perché rispondeva alla esigenza reale di comunicare tra loro e di diffondere all'esterno le proprie idee, di farsi sentire anche stando all'esterno della grossa distribuzione, ma attuando una informazione "fai da te".
"Per fai da te intendiamo una spiccata volontà di caratterizzazione a tutti i livelli, una capacità e un consapevole desiderio di esternare, proporre, comunicare, l'espressione della propria identità per una crescita personale, ma anche rivolta all'esterno."
Di Punkaminazione (una fusione di Punk in azione e Contaminazione Punk), uscirono solo sei copie, il primo numero nel settembre del 1982 e l'ultimo nel giugno del 1985.

L'attività del Virus si struttura subito con finalità e modi diversi da quelli proposti dagli altri locali milanesi e anche dal precedente Vidicon.
A capo della gestione, infatti, non troviamo più un gruppo di persone, ma un collettivo aperto a tutti coloro che vogliano vivere e partecipare alle iniziative del centro.
Le iniziative del Virus, in due anni di attività, spaziano dal battersi contro l'eroina, al lavoro per costruire nuovi centri autogestiti, punx alla lotta contro il militarismo, contro la vivisezione, il nucleare, alla realizzazione di una forte controinformazione.
Tutte le decisioni verranno prese dal collettivo riunito, una gestione di tipo orizzontale, non gerarchica, in cui tutti i componenti hanno la stessa importanza e lo stesso diritto di essere ascoltati.
Il segno e l'intento del progetto è quindi prettamente politico, ma vissuto in maniera diversa rispetto ai tentativi di aggregazione politica giovanili degli anni precedenti.
Le loro iniziative si collocheranno sempre in opposizione a qualcosa: contro la repressione, contro le carceri speciali, contro il potere dello Stato, contro il nucleare, contro il militarismo e la guerra, contro la noia e l'apatia della città, contro l'omologazione e l'appiattimento.
Queste contestazioni sono un misto di lotta e divertimento, un modo di impegnarsi politicamente, ma senza "militare" come era d'obbligo nelle generazioni precedenti, specialmente negli anni '70.
È una lotta, ma senza dimenticare il lato "ludico" della vita, è una opposizione chiassosa e irriverente, una contestazione istintiva e immediata a una società e una vita che si vorrebbe vivere in modo diverso, libero da costrizioni e limitazioni, è un urlo disperato per difendere la propria soggettività e diversità.
Infatti, ogni iniziativa e protesta organizzata dai punx del Virus sarà sempre accompagnata da concerti musicali.
All'interno della gestione non esiste nessuna struttura gerarchica e, proprio per questo, non stupisce il fatto che i punx abbiano preso contatti e abbiano simpatizzato con il movimento anarchico ufficiale milanese.

 

i punx e il movimento anarchico
  

 

Il rapporto tra le due parti non è mai stato idilliaco e i punx hanno sempre tenuto le distanze dal movimento ufficiale, mantenendo sempre una identità propria e ben definita.
Questo soprattutto per la loro natura e per avere portato all'estremo il rispetto per la diversità soggettiva, per una totale allergia per qualsiasi tipo di gestione e di controllo dall'alto che limitano necessariamente la libertà e la fantasia personali.
Questa posizione nei confronti del movimento emerge chiaramente dall'intervista ai punx anarchici pubblicata sul numero di gennaio 1983 di "A/Rivista anarchica".
A rispondere alle domande dell'intervistatore Paolo Finzi, sono alcuni componenti del Virus: Marco Philopat, Cristina, Fabio, Daniele, Papalla. Dalle risposte emerge chiaramente la loro volontà di non essere strumentalizzati e inquadrati nel movimento o in qualcuna delle sue aree.
Le opinioni del singolo rimangono comunque in primo piano, e ognuno degli intervistati, infatti, ha delle idee proprie riguardo all'argomento.
Si va dal distacco totale con il movimento di Papalla, che, infatti, dichiara: " Credo innanzi tutto che il punk sia un movimento (se così vogliamo chiamarlo) di rottura con il passato, con qualunque passato. Rompere con il passato vuol dire anche rompere con un certo tipo di istituzione anarchica, quella di Malatesta e del centro anarchico in cui bisogna essere militanti militonti." ; alla fiducia di Marco, che sottolinea il bisogno di mantenere dei rapporti aperti e di non isolarsi dal movimento ufficiale, riconoscendosi negli stessi ideali libertari.
L'interesse per l'argomento è testimoniato dal dibattito acceso e vivace che ne scaturisce.
Tutti sono, comunque, delusi dal comportamento tenuto dal movimento che accusano di avere tentato, in molte occasioni, una strumentalizzazione nei loro confronti, cercando di sfruttare la forza e la coesione del movimento punx italiano.
Inoltre denunciano, in particolare Marco, una delusione per le numerose ambiguità e per le rotture e fratture creatasi tra le varie correnti presenti nel movimento.
Lo stesso argomento era stato affrontato in un'intervista precedente, pubblicata sul numero di Aprile di un'altra rivista anarchica, "Umanità nova".
All'intervistatrice Maria Teresa Romiti, i punx avevano dichiarato in quest'occasione, di sentire una certa ostilità da parte dei compagni anarchici nei loro confronti e di sentirsi spesso giudicati male per il loro modo di vestire, di vivere e di comportarsi.
Alla domanda di come vedono i rapporti tra i punk anarchici e il movimento uno di loro, Paolo, risponde: " Atroci, atroci in tutti i sensi".
Sentono forte, se non un rifiuto, un atteggiamento di sospetto e sfiducia nei loro confronti.
Confrontando le due interviste si può notare che, a distanza di un anno, i punx anarchici hanno cambiato radicalmente i rapporti con l'istituzione anarchica ufficiale, passando da un netto rifiuto e una non accettazione, al riconoscimento dell'esigenza e della necessità di mantenere il dialogo aperto tra le due parti.

 

attività dei punx e rapporti con i vecchi occupanti
  

 

La prima iniziativa concreta del collettivo del Virus è l'organizzazione di un concerto con quattro gruppi punk bolognesi, i primi del circuito punk ad avere autoprodotto un 45 giri "Schiavi della città più libera del mondo".
Il concerto ha un successo enorme, il Virus si riempie di più di 2000 punk provenienti da ogni angolo della città e fuori.
Contemporaneamente alle prime attività del Virus nascono i primi contrasti tra i punx e i vecchi occupanti di Correggio.
Questi sono un gruppo di una decina di persone che hanno tutti un passato di militanza nei gruppi della sinistra extraparlamentare e rappresentano l'ala più creativa e libertaria del movimento.
Dopo la crisi politica della fine degli anni '70, non abbandonarono il loro progetto di vita comunitaria, rimanendo a vivere nell'area di Correggio e attuando numerose iniziative per risvegliare la coscienza politica della città.
Tra gli occupanti c'è Marco, che lavora nei sindacati ospedalieri; ci sono Milena e Mimma che svolgono dei lavoretti precari, il loro look e il loro modo di fare ricordano gli hippie degli anni '70; c'è Carlino che lavora all'Alfa Romeo di Arese ed è impegnato nei comitati di fabbrica e nelle lotte sindacali; c'è Giambruno, occupante storico di Correggio, che insegna italiano in un liceo nella periferia milanese ed è quello che porta avanti le difficili trattative con il comune e con i Mantovani per evitare lo sgombero dell'area.
È naturale che la convivenza tra i due gruppi, almeno all'inizio , sia difficile e controversa.
I vecchi abitanti non si abituano subito alla confusione, alla musica da alto volume a tutte le ore...insomma, alla vita frenetica e disordinata dei punx.
Abituati ad una militanza politica seria e rigorosa, trovano bizzarro il modo di agire dei punx, così diverso dal loro, così rumoroso e rabbioso, ma anche fantasioso, creativo e divertente.
È proprio il primo periodo di vita del Virus il più critico sotto questo punto di vista.
Nascono discussioni per l'acquisto delle attrezzature per i concerti: una spesa inutile secondo i vecchi occupanti, per cui la musica ha solo un ruolo marginale, una spesa indispensabile per i punx, per cui la musica sarà sempre molto importante.
I vecchi occupanti si lamentano del troppo caos e per le troppe persone che invadono l'area durante i week end, devastandola.
La convivenza tra le due parti sarà possibile solo perché gli occupanti appartengono all'area più creativa e fantasiosa e quindi più tollerante e aperta del movimento.

 

virus: il film
  

 

Questi contrasti emergono chiaramente in occasione della realizzazione di un film in 16 mm sull'area di Correggio.
Questo film è stato girato da un gruppo di studenti dell'I.T.S.O.S., un Istituto Tecnico Sperimentale specializzato in comunicazione, che dovevano realizzare un film/saggio alla fine dei corsi. Questi sei ragazzi (Silvia Salamon, Italo Petriccione, Susanna Francalanci, Claudio Cormio, Renè Condoluci, Cecilia Pennancini) scelgono di riprendere la vita all'interno di Correggio.
Racconta Claudio Cormio ricordando quell'esperienza:
"Si doveva dunque decidere quale sarebbe stato il nostro saggio considerando anche che il budget sarebbe stato estremamente ridotto, cinque milioni di allora, quindi girare della fiction sarebbe stato molto difficile. Eravamo incuriositi da quella casa occupata in via Correggio 18 con uno stupendo portone blu che celava al suo interno oltre ai "normali occupanti", una strana banda/ tribù, molto appariscente, fotograficamente interessante, "politicamente" diversa e portatrice di valori "contro" assolutamente non convenzionali anche rispetto ai "compagni" che frequentavano luoghi del genere, insomma i punx. C'era un problema: i punx, erano refrattari e farsi riprendere, a comunicare verso l'esterno; lo facevano soprattutto attraverso la propria icona, borchie, creste, spilloni che trascinavano zombando in giro. Non avevano bisogno di dare spiegazioni, ma era piuttosto il loro un sistema di autoriconoscimento personale, di gruppo, una dichiarazione di ostilità verso il resto del mondo.
Per questo portammo la nostra proposta a quel collettivo punx. Ci andammo in una piccola delegazione. [...] Le ragazze parlarono e spiegarono le nostre ragioni e quel che si voleva fare, un documentario su Correggio 18 comprensivo di tutte le sue realtà, quindi anche il Virus. Anch'io parlai anche se non conoscevo i punx.[...] Non immaginavo certo che fu proprio il mio intervento a gasare i punx e a schiudere le porte di quel castello inaccessibile alla stampa e ai curiosi. Dico schiudere perché le trattative con il collettivo punx e con l'assemblea degli occupanti durarono a lungo. Durante questo periodo di contatti , iniziò da parte delle ragazze una frequentazione quasi quotidiana della casa. [...]
Ci fu un susseguirsi di riunioni, assemblee, scazzi, incomprensioni e la decisione di restringere l'argomento al solo Virus, relegando il resto della complessa storia dell'occupazione di via Correggio a un cartello introduttivo. Tenete conto che ogni decisione doveva essere presa all'unanimità dal collettivo punx riunito in assemblea- assemblee veramente" anarchiche" - e, spesso, venivano effettuate sotto l'effetto di stupefacenti vari... vi lascio immaginare...[...]
All'alba di alcuni mesi dopo, finimmo di montare il film.
Lo presentammo all'assemblea e si scatenarono reazioni contrastanti soprattutto da parte degli occupanti della casa che avrebbero voluto un finale meno pessimista, meno "No future".
I punx su quello invece erano d'accordo."
In quest'occasione i compagni occupanti polemizzarono duramente sul fatto che l'intera sceneggiatura fosse dedicata ai punx, ignorando o quasi, tutta la storica lotta portata avanti prima della nascita del Virus.
In effetti la notorietà del Virus, in brevissimo tempo, andò a nascondere quasi completamente 10 anni di occupazione e l'area di Correggio finì presto con l'essere identificata con il centro sociale Virus, ignorando il resto dell'occupazione.
Comunque, alla fine, tutta l'assemblea riunita partecipò alle riprese.
In queste immagini sfuocate si incrociano le storie personali degli occupanti e le attività del Virus: i volantini, i concerti, le manifestazioni, le autoproduzioni.
Le riprese durarono alcuni mesi e alla fine si instaurò un forte legame tra gli studenti e gli occupanti, punx e non.
Questo film è molto importante perché rimane l'unica testimonianza video di quell'esperienza.
Le immagini offrono uno spaccato della realtà di allora, e fanno capire le drammatiche condizioni che spinsero i punx ad aprire un luogo liberato dalla stupidità e dall'arroganza circostante.
I contrasti tra i due gruppi non impediscono il trasferimento di Marco Philopat in un appartamento dello stabile: nella primavera del 1982 lascia la sua casa per vivere in Correggio, radicalizzando la sua scelta di abbandonare i modelli tradizionali per costruirsi una vita diversa e alternativa.

 

offensiva di primavera e crescita del virus
  

 

Il Virus diventa il punto di riferimento per tutto il movimento punk nazionale dopo l'Offensiva di primavera", nell'aprile 1982.
In questi tre giorni di concerti si susseguono sul palco del Virus una trentina di gruppi punk provenienti da tutta Italia che suonano per 10 ore al giorno.
Questa manifestazione fu organizzata contro la repressione poliziesca che ostacolava l'esistenza di tutti i punk, soprattutto in provincia e fu interrotta proprio dall'irruzione della polizia chiamata dai vicini disturbati dal caos dei più di 3000 punk accorsi al Virus durante i 3 giorni.
L'improvvisa e notevole crescita di fama e importanza del Virus comporta anche dei seri problemi per gli occupanti.
Diventato punto di riferimento per la realtà punk nazionale e internazionale, il locale viene letteralmente invaso da una moltitudine di persone: molti punk, spesso giovanissimi, scappano di casa a vengono a dormire nell'area di Correggio, riducendosi in pochi giorni a larve umane, dal momento che il luogo diviene presto un centro di spaccio di ogni genere di droga.
Il problema è proprio questo: gli occupanti decidono, quindi, necessariamente la chiusura notturna del locale e, contemporaneamente, iniziano una campagna "contro ogni tipo di droga".
Anche se non tutti sono convinti di questa drastica decisione i punx virusiani si trovano costretti ad un'adesione forzata all'iniziativa per combattere l'incontrollabile crescita di consumo e spaccio di droga all'interno dall'area. L'astinenza totale sarà breve, ma li porterà ad un consumo di droghe leggere più consapevole, rafforzando la loro netta opposizione all'eroina.
Questa responsabilizzazione servirà a molti di loro per maturare; è tempo per i punx del Virus di crescere e affrontare altri temi importanti come la salvaguardia dell'ambiente, la difesa degli animali contro la vivisezione, la lotta contro le armi nucleari e il servizio militare.
Alcuni componenti del collettivo si avvicineranno alla corrente americana "Straight edge", capeggiata dal gruppo musicale Minor Threat e simboleggiata da tre X: una che rappresenta il rifiuto per l'alcool e la droga, l'altra contro la violenza fine a se stessa e l'ultima contro il sesso senza senso.
Altri punx virusiani diventeranno vegetariani e si avvicineranno sempre più all'ecologia, all'animalismo e all'ambientalismo.

 

i punx contro lo sfruttamento dell'ambiente e l'inquinamento
  

 

La nascita del Virus e l'impegno concreto di molti punx in questo progetto porta molti di loro ad acquistare maggior forza e consapevolezza di se e dei propri progetti e desideri e sentono forte il bisogno di esprimere le loro idee e le loro convinz