DOCUMENTI E RISORSE
 

Qui raccolgo un po' di merda intellettuale calpestata casualmente vagando per la rete (o per il mondo reale e poi 'virtualizzata' A MANO - ebbene sì). Se disponete di segnalazioni interessanti da proporre, non ve le tenete per voi. Interessanti dico, famo a capisse.

Articoli dalla rete:
    l'individualismo anarchico di victor basch
      da anarcotico.net - l'individualista

    la malattia mentale non esiste
      di giuseppe bucalo

    l'utopia dei crass
      di marco pandin

    saggio filosofico sull'ateismo
      di diego fusaro


E-Book (HTML):
    i giusti
      di albert camus

Documenti scaricabili (.DOC):
    le ragioni del non voto
      a cura di alberto mingardi

    opuscolo informativo sull'antipsichiatria
      a cura del collettivo violetta van gogh

    apriamo gli occhi sulla vivisezione
      a cura del CSA, comitato scientifico antivivisezionista

 

l'individualismo anarchico di Victor Basch
  

 

A nostro avviso, il primo lavoro di provenienza prettamente accademica e non propagandistico-rivoluzionaria che attesta l'anarchismo di Max Stirner e lo condivide facendolo parzialmente proprio, fu scritto da un professore francese della Sorbona, Victor Basch (1863-1944), che morirà tragicamente nel Gennaio 1944, fucilato dai nazisti a causa del suo impegno nella Resistenza contro l'occupazione tedesca della Francia e in qualità di presidente della Federazione Internazionale delle Leghe per i Diritti dell'Uomo. Il titolo dell'opera a cui abbiamo testè accennato è: "L'individualisme anarchiste. Max Stirner" e la sua prima edizione vide la luce nel 1904. Si tratta di uno studio non tanto storico quanto sistematico, dove l'autore si propone, partendo da premesse filosofiche, di dare una interpretazione filosofica dell'anarchismo stirneriano. Più precisamente, l'individualismo anarchico di Max Stirner, che non può essere disgiunto dall'individualismo aristocratico di Friedrich Nietzsche, suo epigono ed integratore, rappresenterebbe non tanto una dottrina politica ed economica quanto invece una visione estetica di filosofia della storia, secondo la quale si cercherebbe di superare il livellamento democratico-egualitario per affermare invece "il momento mitico dell'uomo": Aristocrazia dello Spirito, culto degli Eroi, divinizzazione del Genio o Uomo d'Eccezione. Però, ed in questo risiede una delle particolarità dell'interpretazione del Basch, la dimensione eroica dell'individualismo non serve a costituire e a fomentare la tirannia, che vive e prospera non di eroismo ma di viltà e di mediocrità, e l'individualismo anarchico di Max Stirner al contrario permette la realizzazione di quella che questo autore in esame definisce la "vera democrazia, che riposa in ultima analisi sul valore immanente dell'individuo". Il critico francese in seguito sosterrà, nella seconda edizione del testo, datata 1928, che se alcuni apologisti del fascismo si rifanno nelle loro follie a Stirner e a Nietzsche, essi si rifanno però ad un Nietzsche e ad uno Stirner "compresi male", poiché niente è più contrario al SuperUomo di Nietzsche che la forza brutale elevata dal fascismo, e niente è più contrario alla libertà sfrenata e dettata dal Desiderio anziché generata dal Dovere che propugna e postula Stirner per tutti gli individui in grado di esercitarla, che il servilismo al quale il fascismo condanna i suoi concittadini.

Victor Basch, per arrivare a definire l'individualismo stirneriano-nietzscheano, parte con l'esaminare "i diversi momenti costitutivi" dell'individualismo liberale e/o del diritto da un lato e dell'anarchismo classico dall'altro. Per addivenire a ciò, egli utilizza gli strumenti teoretici e terminologici lasciatigli dalla filosofia del tedesco Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716). Nell'esame dell'individualismo liberale o del diritto, vengono posti i seguenti "diversi momenti costitutivi": metafisico, biologico, psicologico, morale, politico ed economico. Secondo il Basch, si suppone nel momento metafisico l'esistenza di certi atomi spirituali, distinti in modo irriducibile gli uni dagli altri, detti monadi. Nel momento biologico si suppone l'esistenza di organismi indipendenti, le cui parti portano il marchio di ciò che le precede e le esplica. Nel momento psicologico si suppone l'esistenza degli io sostanziali dotati ciascuno di libertà, la cui manifestazione suprema è la ragione teoretica e pratica, cui devono subordinarsi le varie sensazioni ed i sentimenti. Nel momento morale si suppone l'esistenza in ogni uomo di doveri, di diritti universali e necessari. Nel momento politico si suppone l'esistenza di un minimo di stato per la tutela della giustizia e della libertà degli individui. Infine, nel momento economico si suppone l'esistenza della libera concorrenza. Per quanto riguarda l'esame dell'anarchismo classico, si nota da parte di Basch che esso conviene solo in parte con l'individualismo liberale o del diritto, e precisamente per l'ambito della metafisica e della biologia. Invece esso batte una via propria per quanto riguarda la psicologia, dove non si ammette la superiorità della ragione rispetto alle altre potenze, la morale, dove non ci sono obblighi di sorta, la politica, dove si ripudia ogni forma seppur minima di stato, ed infine l'economia, dove si preconizza l'eliminazione della proprietà privata e della concorrenza borghese. Viene però condivisa, e ciò è di essenziale importanza per Basch, da parte sia dell'individualismo liberale che dell'anarchismo classico, l'ipotesi dell'armonia prestabilita, cioè di un ordine naturale di bontà originaria.

Poste in rilievo le caratteristiche dell'individualismo liberale e dell'anarchismo storico o classico, Basch passa a caratterizzare l'individualismo anarchico di Stirner e di Nietzsche. Esso verrebbe ad identificarsi da una parte con l'individualismo liberale per quanto riguarda i momenti della metafisica e della biologia, e dall'altra con l'anarchismo classico o storico per quanto riguarda il momento psicologico. Mentre, per quanto concerne gli altri momenti, cioè quelli della morale, della politica e dell'economia, si arriva a conclusioni opposte. E ciò si deve al fatto che l'individualismo anarchico stirneriano-nietzscheano non condivide l'ipotesi, comune al movimento liberale e al movimento anarchico, di un'armonia prestabilita, di un ordine e di una bontà originari, ma parte dai presupposti del pessimismo antropologico, sul versante umano, e dell'universale disarmonia, sul versante generale, per poter affermare in tal modo l'ineguaglianza irriducibile ed irrimediabile tra gli esseri.

In forza di questi presupposti di base, si comprendono alcune divergenze irreparabili che separano l'ideale etico dell'anarchico in Kropotkin ed altri, da quello di uno Stirner o di un Nietzsche. Infatti, Kropotkin e i suoi discepoli, pur ripudiando ogni morale religiosa e liberandosi da ogni imperativo di morale kantiana, preconizzano tuttavia un'etica che è, secondo il Basch, "evangelicamente pura". L'anarchismo, nonostante le grida di rivolta contro la religione e la legge, conserva ancora quel fantasma, quell'idolo degli idoli, cioè la morale, per nuovissima che sia o che si determini da se stessa ingannevolmente come tale. Invece, per Victor Basch, l'unica virtù di cui può vantarsi l'Individuo, è soltanto il potere della Forza, della Bellezza e del Genio. Tale concezione, osserva ancora il Basch, prima di essere rappresentata da Stirner e da Nietzsche, era già stata difesa dai sofisti. È sufficiente pensare all'assioma di Protagora, secondo il quale l'uomo è la misura di tutte le cose. Gorgia distingue tra ciò che è bello secondo natura e ciò che è bello secondo legge, e asserisce che la legge sia l'opera del più debole per combattere il più forte, ed irretirlo, nel suo slancio verso i più alti traguardi. Perciò si dice da parte della massa che la superiorità, e la superiorità a cui allude Basch è quella spirituale, interiore, morale, della sensibilità, sia cosa cattiva ed ingiusta. In tempi moderni, Thomas Hobbes e Baruch Spinoza arrivano, osserva ancora il Basch, a concezioni analoghe. Per Hobbes, l'origine della società non si esplica per bontà dell'uomo verso l'uomo, ma per paura dell'uno verso l'altro. Lo stato naturale dell'uomo è la guerra e solo per porre fine a questa, i deboli si sono uniti tra loro. Secondo il trattato teologico-politico di Spinoza, il diritto di ciascuno si estende là dove arriva la sua potenza. Però, secondo il Basch, si deve ancora fare rilevare che ciò che costituisce per Hobbes e Spinoza lo stato di natura, al di sopra del quale la necessità ha spinto gli uomini ad elevarsi, costituisce invece per gli anarchici individualisti moderni lo stato di diritto, un nemico da abbattere, non per ritornare ad un idilliaco stato di natura, che piuttosto che armonico ha le caratteristiche riscontrate proprio da Hobbes, quanto per liberarsi dagli impedimenti e dagli ostacoli, rappresentati dalla codificazione del diritto, che intralciano il libero dispiegarsi ed affermarsi delle Singole ed Irripetibili Individualità.

Nell'individualismo anarchico, dove si celebra "l'identificazione tra diritto e potenza", non vi è limite alla libertà di ciascun individuo, dato che quale titolo di diritto vale soltanto la forza. È evidente, come già è peraltro emerso, che tale concezione di "libertà illimitata" venga ad escludere l'idea dell'eguaglianza. Perciò l'individualismo anarchico si distingue dall'individualismo di diritto che, dopo aver avuto coscienza dell'ineguaglianza originaria degli individui, proclama, come la Rivoluzione Francese, l'eguaglianza di tutti gli individui di fronte alla legge. Questa eguaglianza è il fondamento di una democrazia formale, una sorta di farsa, mentre come abbiamo ricordato, per Basch soltanto l'individualismo stirneriano-nietzscheano, che determina un equilibrio tra potenze individuali, preluderebbe alla cosiddetta "vera democrazia". L'individualismo anarchico, essendo "irriducibilmente nominalista", contesta l'eguaglianza di fatto e pure quella di diritto, domandando agli uomini di realizzare non già la più grande eguaglianza ma la più grande ineguaglianza possibile. Da ciò si vede come l'ideale politico dell'individualista differisca profondamente da quello dell'individualismo del diritto, secondo il quale tutti i cittadini sarebbero eguali di fronte alla legge, e da quello dell'anarchismo classico, secondo il quale si critica lo stato e le legge per poter creare la Società Nuova. L'essenza dell'anarchismo classico consiste nella sostituzione delle regole convenzionali alle norme giuridiche; mentre il diritto intende valere oggettivamente, la regola convenzionale vale solo in forza del consenso di coloro che vi si sottomettono. Ma la categoria della sottomissione è assolutamente estranea al pensiero individualista anarchico.

Il Basch conclude che "Stirner, sebbene non l'abbia confessato apertamente, è lui stesso un aristocratico. Egli preconizza l'associazione, ma si tratta di un'associazione di egoisti, dove ciascuno non abbandona una parte del suo potere che per permettere a questo stesso potere di rivelarsi più completamente". Come si vede, secondo la tesi del Basch, l'individualismo anarchico stirneriano-nietzscheano perviene all'Aristocrazia dello Spirito, al Culto degli Eroi, alla divinizzazione del Genio o Uomo d'Eccezione. Tale tema si ritroverebbe, secondo il filosofo francese, oltre che in Stirner e in Nietzsche, pure con delle variazioni nel Romanticismo Tedesco, in George Byron, in Friedrich Schleiermacher, in Henryk Ibsen, in Soren Kierkegaard, in Wolfgang Goethe. L'individuo superiore sarebbe l'essere cui spetta il diritto o meglio il privilegio di abbandonarsi istintivamente a tutti gli impulsi del suo spirito, di considerare l'Universo quale mero teatro delle sue esperienze, di servirsi dei suoi simili in un vicendevole scambio gratuito allo scopo di appagare la sua inestinguibile sete di passioni e di ribellarsi contro tutte le convenzioni e le norme sociali, contro tutte le forme che i principî di autorità e di gerarchia assumono nel corso della Storia, fossero anche le formule organizzatrici denominate "anarchiche".

La lezione di Victor Basch, il contributo all'Individualismo e all'Anti-Organizzazione dato da questo esimio intelletto, e il suo esempio di oppositore inflessibile di tutti i governi e di tutti gli autoritarismi, segnato dal suo assassinio operato dal nazifascismo, rimangono validi ancora oggi e più che mai, nel momento in cui fantasmi che sembravano esorcizzati per sempre stanno rimaterializzandosi e i nemici delle libertà individuali vecchi e nuovi stanno rialzando la testa. Il genio di questo coraggioso francese ci sia di sprone nella lotta per la salvaguardia della dignità e della giustizia per tutti gli esseri, per gli oppressi e gli sfruttati, per gli emarginati e gli isolati, tutti tra loro irriducibilmente ineguali, così come tutti egualmente sicuri di poter pretendere l'invito al desco del Rispetto e della Convivialità che ad ognuno sono dovuti.

"Che cosa m'importa di sapere se quello che penso e faccio è cristiano o no? Che cosa m'interessa di sapere se è umano, liberale, umanitario, oppure inumano, illiberale, disumano? Purché serva a ciò che voglio, purché io ci trovi la mia soddisfazione, dategli i predicati che volete: per me è indifferente. Anch'io lotto magari contro le idee che sostenevo appena un momento fa, anch'io cambio improvvisamente il mio modo d'agire; ma non perché non corrisponde al cristianesimo, non perché è contrario agli eterni diritti dell'uomo, non perché magari fa a pugni con l'idea di umanità, di umanismo e di umanitarietà, ma-perché non mi va più tanto bene, perché non mi procura più un godimento pieno, perché io dubito delle idee di prima o non mi piaccio più nel modo d'agire seguito appunto finora. Come il mondo, in quanto mia proprietà, è diventato un materiale che posso usare come voglio, così anche lo spirito, in quanto mia proprietà, va abbassato a materiale di cui io non ho affatto un sacro timore. Allora io non tremerò più, innanzitutto, davanti a nessuna idea, per quanto temeraria e diabolica possa essere, perché, se essa minaccia di diventare per me troppo scomoda e insoddisfacente, io ho il potere di annientarla; ma io non mi ritrarrò tremando neppure di fronte ad azione alcuna perché in essa dimora uno spirito empio, immorale, illegale, così come san Bonifacio non desistette affatto, per scrupoli religiosi, dall'abbattere la quercia sacra ai pagani. Come una volta le cose del mondo son diventate vane, così devono diventare vani i pensieri dello spirito. Nessun pensiero è sacro, perché nessun pensiero dev'essere oggetto di devozione; nessun sentimento è sacro (né l'amicizia né l'amore materno, ecc.), nessuna fede è sacra. Sono tutti alienabili, mia proprietà alienabile e io li anniento così come li creo". [Max Stirner, "L'Unico e la sua proprietà", 1845].

 

la malattia mentale non esiste
  

 

La strada per uscire passa attraverso la porta. Perché nessuno usa questa via?
    Confucio


Un uomo in piedi nudo nella piazza del paese. Grida il suo credo. Occorre liberarsi dalla materia e diventare puri come spirito. Che accade? Secoli addietro forse avremmo avuto una risposta. Ci saremmo chiesti se l'uomo fosse 'abitato' da dio o dal demonio prima di agire. In una piazza diversa di un diverso paese forse ci saremmo seduti in cerchio cercando di ascoltarne le parole, decifrarne il responso, apprendere da lui. Qui ed ora non sappiamo pensare altro se non 'sta male' e 'va curato'.
Ma di cosa 'soffre' quest'uomo? Forse del gelo di questo giorno d'autunno (che non può non sentire)? Eppure grida di essere pieno di gioia, che il momento è arrivato, libero e pronto a spiccare il volo. Qualcuno suggerisce che è 'fuori di sé' e che 'non sa quello che fa'. Non è lui. Non può essere lui.
E noi? Sappiamo cosa stiamo facendo mentre telefoniamo ai medici e allertiamo i vigili urbani? Sappiamo cosa stanno facendo realmente quegli uomini che lo coprono e lo costringono a salire su un'autoambulanza? Tutto quello che riusciamo a vedere è un ricovero: una persona che viene condotta in un luogo in cui sarà aiutata a ritrovare il suo 'equilibrio mentale'.
Un ricovero. Quanto è corta la nostra memoria. Non vedevamo la stessa cosa mentre portavano via Carmelo, Nino, Giuseppina, Sebastiano, Cateno, Giorgio, Sonia, Giovanni...? Un ricovero, una 'cura' per guarire dalla malattia di essere quelli che si è. E dove sono ora? Chi è tornato? E quale 'cura' ha subito?
Noi sappiamo quello che facciamo. Lo sanno gli infermieri che lo immobilizzano al letto con le fasce. I medici che prescrivono le 'cure' del caso. Sanno di ritrovarsi di fronte un malato di mente affetto da 'delirio mistico' che va riportato alla 'ragione'. Non avrebbero esitato a farlo anche con Buddha, Cristo, Giovanni Battista, Teresa d'Avila, così come hanno fatto con Van Gogh o Nietzsche, se li avessero potuti avere sotto osservazione. Ma di cosa soffre quest'uomo? Soffre per le fasce che gli cingono i polsi? Soffre nel trovarsi rinchiuso? Dell'essere deriso e umiliato da tutti? Dell'essere inascoltato? No, dicono i suoi carcerieri, soffre della 'malattia' di essere inconsapevole di soffrire. È 'malato' perché dice di non esserlo. Noi (che sappiamo quello che diciamo) abbiamo chiaro che non si può essere felici a stare nudi in mezzo ad una piazza, che non si può volerlo, non è logico né accettabile.
L'uomo nudo non è Francesco d'Assisi. Non è un santo, un mistico: è solo un 'malato di mente' la cui biochimica cerebrale è 'alterata' per cause sconosciute. Siamo ancora capaci di commuoverci di fronte al Cantico delle Creature, farci toccare dalla povertà e dall'utopia francescana, ma non abbiamo dubbi sull'uomo nudo, sulla sua irrazionalità. Crediamo di essere capaci di discernere fra santi e malati, fra visioni divine e allucinazioni, fra fede e delirio, fra meditazione e autismo.
Quello che nell'era pre-psichiatrica abbiamo visto come manifestazione divina, oggi siamo pronti a giurare sia solo il 'sintomo' di una malattia del sistema nervoso. La voce di dio solo un'allucinazione, la missione di Francesco solo un delirio, la sua nudità 'malattia mentale'.
Ma cos'è la malattia mentale? Un'ipotesi. L'idea che a far spogliare l'uomo nudo non sia stata la 'voce di dio', ma solo un processo patologico che ha alterato il 'normale' funzionamento del suo cervello. Solo un'ipotesi. Non ci sono, a tutt'oggi, prove certe dell'esistenza, la natura e le cause di questo processo. Eppure gli psichiatri continuano a trattare la malattia mentale come un 'fatto' e ad imporre su persone nonconsenzienti ogni sorta di 'terapie'.
La psichiatria non ha mai 'curato' nessuno. L'elettroshock, la lobotomia, lo shock insulinico, la piretoterapia, gli psicofarmaci, la psicoterapia... non sono cure ma 'esperimenti' su cavie umane viventi, non informate e spesso nonconsenzienti. Con questi 'esperimenti' la psichiatria tenta di capire cosa fa e cosa è inutile fare. La 'logica' è la stessa del bambino che distrugge il giocattolo per vedere come è fatto e come funziona. Non è solo una metafora. La psichiatria considera le sue cavie alla stregua di cose o, nel migliore dei casi, 'animali da laboratorio'. Nei suoi esperimenti sacrifica tranquillamente le loro esistenze che considera nonvite devastate dalla malattia. Avendo 'perso la testa' non resta loro nient'altro da perdere. Possono essere immolate. Possiamo provare a sezionare chirurgicamente il loro cervello per cercare il centro della follia. La chiamano lobotomia, si tratta di sperimentare se asportando parti del cervello di un uomo, questi cominci ad assomigliare allo psicochirurgo che lo ha operato al punto di ringraziarlo di questo intervento. Migliaia di persone sono state distrutte così. Ridotti a vivere come vegetali per permettere agli psichiatri di 'sperimentare' le loro teorie e dimostrare l'esistenza della 'malattia' che dicevano di curare. Migliaia di esseri umani nonconsenzienti, che hanno gridato, si sono divincolati, hanno graffiato, morso, dato pugni e calci fino all'ultimo istante, disperate e impotenti.
Tutto questo per cosa? Per niente. Dopo decenni la psicochirurgia viene sostituita dagli psicofarmaci. Le sale operatorie abbandonate. I lobotomizzati ammassati nei manicomi, i loro medici promossi ad operatori del territorio, uomini di scienza e di medicina.
E noi? Noi dove eravamo? Dove siamo ora: sul ciglio della strada a vedere accalappiare l'uomo nudo della piazza.

LA MALATTIA MENTALE NON ESISTE. Ogni volta che ci avventuriamo oltre il limite consentito solleviamo un vespaio di timori e di perplessità. Noi non stiamo nudi, non parliamo con le pietre, non sopportiamo il peso di diagnosi invalidanti, eppure siamo d'accordo con l'uomo nudo, con la sua 'irragionevole' pretesa di non essere 'malato'.
Ci dicono: 'negate l'evidenza!', credo che più semplicemente neghiamo la coazione a credere che ciò che abbiamo davanti sia frutto di una malattia. Io vedo l'uomo nudo, lo sento parlare con le pietre e gridare cose che non comprendo. Anch'io come lo psichiatra non sento quello che le pietre gli rispondono, come a lui anche a me non è mai capitato di sentirle articolare parola. Eppure io non riesco a vedere una malattia. Non sento sofferenza. Non lo vedo tremare al freddo. Non sento in lui vergogna. Vedo solo la sua gioia. L'estasi del suo sguardo.
Non ci sono differenze incolmabili fra me e lui. Agiamo tutti e due in accordo con le nostre esperienze, coerentemente con le nostre idee, per raggiungere un fine. Non lo posso definire malato solo perché vive un'esperienza che io non conosco, crede in cose che io non condivido o cerca di raggiungere risultati che ritengo impossibili. Potrei definirlo immorale, peccatore, sognatore... cioè esprimere un giudizio etico e umano su di lui. Potrei chiamarlo anche criminale se il suo comportamento viola le leggi penali. Ma non posso 'ragionevolmente' chiamarlo malato e negargli la volontà di essere quello che è. Potrei formulare tutti questi giudizi e anche sbagliarmi.
La realtà di ciò che vediamo, sentiamo, pensiamo non sta nella nostra biochimica. La verità delle nostre esperienze non è un prodotto del nostro cervello. Noi percepiamo la realtà attraverso i nostri organi di senso, elaboriamo le informazioni attraverso il nostro cervello. Ma quello che proviamo, le idee che ci formiamo, le intenzioni che abbiamo, non si possono in nessun modo ridurre al modo in cui funzionano i nostri organi. Non ho difficoltà ad affermare che tutte le esperienze umane hanno una base biochimica e organica. Vediamo attraverso gli occhi, pensiamo col cervello, ci muoviamo sulle gambe... Sono convinto che nel cervello dell'uomo che sente la 'voce' di dio succeda qualcosa: qualcosa che gli permette di sentirlo, vederlo, toccarlo. lI problema temo non sia questo. La questione che dobbiamo porci è se e in che misura possiamo decidere che il cervello che vede il Colosseo è 'normale' e quello che vede l'arcangelo Gabriele 'malato'. La decisione sulla normalità o sulla realtà di un'idea o di un'esperienza non è cosa che riguardi la medicina. I processi organici sono impersonali: non sono giusti o sbagliati, veri o falsi, morali o immorali. La decisione su cosa mettere dal lato della malattia o della salute mentale non ha niente a che vedere con la scienza: riguarda la coscienza, la morale, il credo di chi si arroga il potere di giudicare. Definendo 'patologiche' le idee che non comprendiamo, definiamo 'patologici' gli esseri umani che le pensano e le condividono.
Il caso dell'omosessualità è emblematico del modo di s/ragionare della psichiatria. Diagnosticata come malattia mentale per decenni, con il mutare dei costumi viene reintegrata nel mondo della sanità mentale. Questa malattia scompare dalla diagnostica psichiatrica con la stessa rapidità con cui ogni anno vi si inscrivono nuove patologie. Praticamente passano sul registro psichiatrico tutti i comportamenti che perdono cittadinanza presso la comunità sociale, ne escono quelli che ne sono via via digeriti.
Cosa ha a che fare tutto questo con la ricerca scientifica, con la biochimica, gli studi genetici? Si può 'ragionevolmente' pensare che ci siano idee 'malate' e idee 'sane'? Le prime partorite da una mente 'alterata', le altre da una mente 'normale'? E cos'è che le distingue? Il fatto di essere o meno condivise? Di produrre sofferenza o gioia? Di essere indimostrabili? Di negare le leggi della fisica?
Secondo i parametri che 'normalmente' usiamo per definire una idea 'malata', potremmo affermare che la fede nell'esistenza dell'anima o in un dio creatore del cielo e della terra, è frutto di 'menti malate'. Essa è infatti indimostrabile, trascende e nega leggi fisiche, ha prodotto sofferenze indicibili (paure, sensi di colpa, Santa Inquisizione...) e, per molto tempo, è stata idea di minoranze perseguitate. Tutte le religioni del mondo non sono che idee 'malate' che hanno contaminato le menti di milioni di esseri umani. I credenti di ogni fede sono mossi da esperienze personali e collettive che gli psichiatri definiscono 'deliranti' e 'allucinatorie'.
Che differenza c'è fra la biochimica di Maria che ascolta e vede l'angelo che le preannuncia la sua missione divina, e la biochimica dell'uomo nudo a cui l'angelo ha annunciato la fine del mondo? E fra la loro e la biochimica dello psichiatra che afferma che gli angeli non esistono ed esiste la malattia mentale? Tutti e tre vedono cose che non possono essere provate. La differenza non sta nella loro biochimica, ma nel grado di condivisione che le comunità esprimono verso ciascuna di queste 'fedi'. Maria e la sua esperienza viene neutralizzata relegandola nel simbolico, lo psichiatra occupa il reale, all'uomo nudo non resta che un posto letto in ospedale.

Io non ho dubbi che un giorno la ricerca psichiatrica riuscirà a definire, almeno in parte, i meccanismi chimici e biologici che hanno permesso a Francesco d'Assisi di essere quello che è. Ciò che ha esteso il suo udito fino a fargli intendere la lingua degli animali, ciò che gli ha permesso di riprodurne il linguaggio, ciò che ha affinato il suo vedere fino a fargli intravedere le strade che passano attraverso i tetti verso l'infinito.
La questione non è sapere se e in che misura la sua biochimica sia alterata. Il nodo da sciogliere è sapere se lo riteniamo 'accettabile'. Se accettiamo la sua esperienza o se la troviamo intollerabile, stramba, pericolosa. Se consideriamo che sia un passo sulla via della perfezione o un'inutile fantasia. Se accetteremo che i nostri figli vadano vagando sui tetti a parlare coi colombi o i gatti, rischiando di cadere nel vuoto, che smettano di lavorare, lavarsi e vestirsi, che si liberino di tutti i doni con cui siamo stati capaci di riempire le loro esistenze. Il paradosso in cui viviamo fa sì che coloro che oggi si riconoscono in Francesco d'Assisi, ritengono questi comportamenti come patologie e sintomi di malattia mentale. L'uomo nudo per strada o l'uomo sui tetti non sono sulla strada della liberazione ma del nonsenso.
La decisione sul futuro di certe persone ed esperienze non verrà fatta dalla scienza, ma dalla nostra paura. È la paura il motore ed il fine della psichiatria. Non la conoscenza. Paura che tutto ci sfugga di mano. Chi ha deciso che il nostro è l'unico modo di vivere e questo l'unico mondo possibile? Siamo noi a costruire la realtà. Non solo perché vediamo solo quello che vogliamo vedere, ma anche perché vediamo solo quello che possiamo vedere. I colori, le forme, i suoni, gli odori non esistono. Essi vengono costruiti dai nostri sensi. Ciò che chiamiamo realtà non è altro se non un'immagine parziale che noi creiamo di ciò che sta fuori o dentro di noi. C'è un modo 'sano' di percepire la realtà? O ci sono possibilità di percezioni infinite? Sentire suoni che altri non sentono, vedere cose che altri non vedono, possono essere capacità e possibilità 'superiori' a quelle delle usuali percezioni del mondo. Con lo stesso arbitrio con cui affermiamo l'insanità di tali esperienze, potremmo affermare la loro divinità. Perché 'malati' e non 'santi'? Perché 'pazzi' e non 'illuminati'?
Alberto ha strappato dieci milioni, Sandro ha fermato il traffico immerso nella luce della rivelazione, Nino ha lottato tutta la notte coi demoni. Ci diciamo disponibili a lasciar vivere gli altri, a lasciarli liberi di credere nelle loro fantasie e nelle loro visioni, ma vorremmo che non facessero di queste cose. Vorremmo che non mettessero in pericolo la loro (o altrui) posizione sociale, che non disturbassero la nostra vista o il nostro udito, che non facessero mostra delle loro credenze, che non ci coinvolgessero nei loro riti. Vorremmo che fossero come dei ragionieri dell'assoluto, sciamani della domenica, studiosi di mistica religiosa. Abbiamo perso ogni cognizione di ciò che significa uscire dalla realtà per entrare nella verità.
Quando si è chiamati non si è più gli stessi. Non si tratta più di credere in alcune idee, ma di essere in una nuova dimensione. Non si tratta di realizzare delle credenze o dei riti, ma di essere, realizzare o difendere se stessi. Non c'è persona umana che abbia oltrepassato il limite della percezione umana e non abbia perso irrimediabilmente se stesso. Se dio chiama non chiede mai raziocinio: ti chiede di abbandonare te stesso, le tue risorse, i tuoi cari, la tua casa, la realtà. Se dio chiama ti affida una missione nel mondo, una rivelazione che devi portare in ogni angolo del creato, temerario e impavido testimone del sacro. Non ti fa paura la galera, il manicomio, il girovagare affamati in una stazione strattonato dalla polizia ferroviaria, così come non faceva paura ai primi martiri cristiani finire in pasto ai leoni. È nella legge delle cose: ogni genuina vocazione porta una cieca e genuina persecuzione. Diventiamo una porta, aperta dal vento della verità, che tutti si affannano a chiudere. Non ci fanno più a pezzi perché si sono accorti che scardinandoci dai cardini hanno lasciato aperte crepe che non si possono più chiudere. Chiudono le porte, ci chiudono fuori, costruiscono muri intorno alle nostre porte, deformano i sensi e il cuore degli esseri umani, li rendono incapaci di sentire quanto stiamo dicendo. A volte vien proprio da chiedersi se sarebbero riusciti, con un'adeguata psicoterapia e psicofarmaci di supporto, a convincere Francesco a tornare a lavorare col padre ad Assisi o il principe Siddharta a riprendere il suo posto regale in questo mondo di sofferenze. Se sarebbero riusciti a confonderli a tal punto da farli rientrare nella realtà.

La psichiatria traccia un confine illusorio fra persone sane e persone malate. Essa crede di saper discernere se un'idea è volontariamente pensata e voluta da un uomo. Questo indipendentemente da quanto lui stesso afferma. Malata è, per così dire, l'idea che 'si pensa da sola', pensa in vece della persona che ne è vittima. La malattia mentale viene presentata così come una sorta di ammutinamento in cui la nostra testa comincia a ragionare da sola. Ipotesi suggestiva e arbitraria. Di volta in volta, infatti, lo psichiatra deciderà se e in che misura una persona sappia quello che dice, sappia quello che fa, pensi quello che dice. Sarà malata quando dirà di essere sana e sana quando accetterà di essere malata. Sarà sano quando converrà di aver bisogno di cure e malata quando affermerà che le cure a cui la sottopongono sono in realtà torture e i medici aguzzini. Chi si scandalizza della violenza manicomiale e riconosce al contempo l'esistenza della malattia mentale e l'esigenza di una sua cura, si trova in un vicolo cieco. Cerca di far uscire dalla finestra ciò che accoglie con tutti gli onori della porta d'ingresso. Se esiste qualcosa come la malattia mentale che sconvolge la mente e i comportamenti dell'individuo, dovrà esistere qualcosa come la psichiatria che la isoli e la controlli. Non solo. Ci sarà bisogno che la psichiatria si sostituisca alla persona malata che, in quanto tale, è incapace, decidendo della sua esistenza, dei luoghi in cui vivere, divertirsi, delle persone giuste da incontrare, dei libri giusti da leggere, delle cose giuste da comprare, del numero di sigarette da fumare e così via dicendo.
Ogni 'malato' verrà affidato ad uno psichiatra che potrà usare tutti i mezzi che la sua scienza gli mette a disposizione per costringerlo ad accettare la realtà. Non importa quanto lo psichiatra sia mediocre, violento o inumano, egli avrà sempre 'ragione'. Potrà fare del malato ogni cosa riterrà opportuna: nessuno lo arresterà, lo accuserà, lo condannerà, così come nessuno ha condannato i responsabili degli orrori manicomiali. Al contrario tutti gli psichiatri manicomiali hanno fatto carriera e si sono goduti la loro giusta pensione dopo decenni di duro lavoro in cui hanno distrutto la vita di migliaia di persone.
Una tale (inco)scienza ha bisogno di luoghi in cui rinchiudere i suoi pazienti inconsenzienti. Stanze dove poterli ospitare e proteggerli 'da se stessi' e 'dalla realtà'. Case con porte che possano essere chiuse 'per il loro bene'. Laboratori dove poter studiare l'evolvere della malattia. Ambulatori dove poter sperimentare i loro farmaci miracolosi. Luoghi imbiancati, stanze singole, pavimenti lustri, quadri alle pareti, termosifoni... Luoghi che nessuno psichiatra frequenterebbe ma che crede ottimali per i suoi pazienti.
Li chiamano servizi psichiatrici: sono posti in cui delle persone per bene continuano a fare quanto si faceva in manicomio. Scrivono cartelle cliniche, decidono cosa va bene e cosa deve cambiare in te, vanno a prenderti e ti ricoverano, cercano di curare la tua sensibilità, negano verità a quanto dici, non sanno niente di ciò che provi, attestano il tuo essere delirante.., ti fanno deserto intorno.

LA MALATTIA MENTALE NON ESISTE. E il mostro di Firenze? Per un meccanismo perverso riteniamo che negare che la mente si ammali equivale tout court ad assolvere tutti i mostri, presunti o reali, che popolano la nostra quotidianità. È un paradosso. In realtà è vero l'esatto contrario. Definire malato di mente chi commette delitti, vuoi dire riconoscerne l'irresponsabilità, il non luogo a procedere, la non colpevolezza. Dove c'è malattia mentale infatti non c'è responsabilità. Il mostro che uccide la madre non sa quei che fa, non è un carnefice ma una vittima della sua malattia: come si può giudicarlo e condannano? Raptus di follia: ecco il vero assassino. Il mostro ne è preda: dobbiamo rinchiudere il mostro e curarlo.
Il mostro non va semplicemente preso, punito e rinchiuso: vogliamo che sia 'curato', cioè che vengano estirpati quei pensieri che lo hanno portato ad agire, che vengano distrutte tutte le ragioni che gli sono cresciute dentro. Qual' è il vero pericolo? Cosa o chi minaccia il matricida? E cos'è che fa dei suo ragionamento un delirio e della strage alla stazione di Bologna una logica seppure del terrore? Cos'è che ci fa dire che è logico uccidere in guerra o per denaro un estraneo e patologico uccidere per amore o odio una persona cara?
Dire che un comportamento ha senso non vuoi dire accettano. Riconoscerne il significato non vuoi dire sottoscriverlo. Ai contrario, spesso è l'unico modo che abbiamo per comprenderlo, combatterlo, modificarlo. Dire che ha 'senso' uccidere la propria madre non significa che sia giusto, doveroso o buono. Né più né meno che dire che c'era un senso nella persecuzione nazista degli ebrei. Il fatto che le nostre azioni siano o meno sensate, non significa tout court che siano o meno giuste.
Vorrei provare a sciogliere il paradosso. Che senso ha dire che certe azioni non hanno senso? A chi serve? Da che cosa ci difende?
Prendiamo il caso del matricida. Non è la pericolosità dei gesto che ci fa paura, o non solo. Ci inquieta forse più il pensiero che ciò sia stato possibile. Che uno dei principi su cui si fonda il nostro senso dei reale possa essere fatto a pezzi in un attimo con consapevolezza e ragione. Non possiamo accettare di riconoscere io status di persona pensante a chi uccide la propria madre, mentre non abbiamo nessuna difficoltà a ritenere sani e sensati i killer della mafia o gli ideatori della missione atomica su Hiroshima (tanto da psichiatrizzare il pilota di quel volo definendolo malato di mente perché oppresso dal senso di colpa).
In realtà la nostra unica urgenza è quella di creare una distanza incolmabile fra noi e il matricida. Una distanza psicologica prima ancora che fisica. Fra lui e noi non ci deve essere alcun flesso. Il matricida non viola solo una legge penale: egli attacca il reale. Apre una breccia profonda nel velo di Maya che protegge la nostra normalità. Un po' come il maniaco che si masturba agli angoli delle strade. Non sta infrangendo una legge scritta, sta mostrando l'inquietante natura di cui sono fatti i nostri desideri e le nostre passioni.
Sembra un paradosso, ma non c'è niente di più sensato che uccidere chi ci ha dato la vita. Cancellare la causa prima, l'origine, la porta attraverso cui ci hanno scaraventati in questo mondo. Certo più sensato che uccidere persone che non conosciamo e che ci hanno ordinato di uccidere.
Ci può tranquillizzare il fatto di pensare a questi atti come aberrazioni 'patologiche', eccezioni, malattie. Le allontana da noi. Ci mette al sicuro da ogni possibile coinvolgimento. Ma tutto il terrore che proviamo di fronte a questi delitti è il terrore di riconoscerli come nostre umane e tragiche possibilità.
I legami fra le persone sono di una natura tale che è impossibile, a volte, discernere vittime e carnefici. Legami e case che spesso proteggono, a volte imprigionano. Legami e affetti che ci tengono in vita ma di cui a volte non possiamo fare senza. A volte non troviamo alcuna via d'uscita se non tranciarli di netto o portarceli con noi oltre la morte. Non sopportiamo di lasciarceli dietro e a volte neanche che facciano a meno di noi.
Anche qui. Cosa ha a che fare questa nostra fragilità e inquietudine con la medicina? Cosa può farci ragionare? Cosa può impedirci di essere umani e, quindi, pericolosi a noi stessi e per gli altri?
Non giustifico quello che a volte siamo capaci di fare gli uni degli altri (con o senza spargimenti di sangue): dico solo che non esiste niente che possa vaccinarci dalla passione senza ucciderci; non c'è niente che sappia farci ragionare senza farci smettere di essere quello che siamo.
Così è la psichiatria: crea i mostri che poi afferma di tenere sotto controllo.
Gli psichiatri ci raccontano una storiella a cui abbiamo bisogno di credere. Ci dicono che dietro certe azioni tragiche e inaccettabili non ci sia altro che una malattia, l'alterazione di qualche processo biochimico, una mente malata. Ci illudono che individuando le persone che ne sono affette, isolandole e curandole per tempo, essi non commetteranno quelle azioni. Con questa logica sono stati autorizzati a trattenere e controllare per decenni centinaia di migliaia di uomini e di donne che non hanno mai fatto male a nessuno, presunti colpevoli di crimini mai commessi. Essere definiti malati di mente equivale ad essere indicati come pericolosi ed efferati criminali.
Se usassimo la stessa logica nei confronti degli psichiatri arriveremmo probabilmente alla stessa conclusione: essi sono biologicamente e, probabilmente, geneticamente pericolosi per se stessi e per gli altri.
In questo campo a niente vale la realtà, le prove oggettive che possiamo portare. Inutile far notare che la percentuale dei delitti commessi da persone diagnosticate malate di mente è analoga (se non inferiore) a quella degli stessi delitti commessi da persone ritenute sane (ivi compresi gli psichiatri). Abbiamo le stesse possibilità di essere uccisi, derubati, danneggiati da persone che consideriamo malate o sane. Eppure riteniamo la pericolosità come una caratteristica fondamentale della malattia e non della sanità.
In realtà non c'è niente di sensato nel nostro rapporto con ciò e con chi non capiamo. La psichiatria stessa è un cumulo di irrazionalità e violenze, sistematizzato e accettato come ovvio.
Manicomio e terapie psichiatriche non hanno mai impedito i raptus omicidi (che per definizione sono imprevedibili). Hanno soltanto usato questi atti per giustificare un crimine ancora più grande: una sorta di genocidio che ha coinvolto (e coinvolge) milioni di esseri umani privati di qualsiasi libertà di scelta.

LA MALATTIA MENTALE NON ESISTE. Non neghiamo la realtà. Affermiamo che ci sono esperienze e persone che ci spiazzano con il loro ragionamento e comportamento. Persone ed esperienze con cui vogliamo entrare in relazione, convivere e condividerne il senso. Non crediamo che le persone (in)seguite dagli psichiatri siano malate, così come non crediamo a priori che soffrano delle loro esperienze. Crediamo che l'unico modo per uscire dall'arbitrio sia quello di accettare l'autodefinizione che le persone danno della loro situazione. L'uomo nudo non soffre della sua nudità. Soffre sicuramente di quanto facciamo lui in nome di un aiuto che è solo cieca violenza.
Non c'è esperienza umana in sé piacevole e positiva. Tutte le esperienze possono essere porte per entrare in paradiso od essere scaraventati all'inferno. Le stesse esperienze, in momenti diversi della nostra vita, possono esaltarci o deprimerci. Possiamo allo stesso modo, stare bene con noi stessi ed essere per questo perseguitati da altri. Soffrire le pene dell'inferno a causa della nostra felicità e pienezza di vivere.
Sentire la voce di dio può scaraventarti nei più cupo terrore o innalzarti all'estasi più sublime. Innamorarsi può farci sentire da dio o ridurci ad uno straccio. Per amore si può costruire case o distruggerle. La nostra passione può farci vincere mali incurabili o può spingerci ad uccidere ed ucciderci. E così via.
Dicendo che l'uomo nudo sta male, che Cesare soffre a stare disteso per terra, che Antonio agonizza girando per la stazione tutta la notte parlando con gente che non vediamo, noi giustifichiamo il loro sequestro involontario. Non rispondiamo ad una loro ma ad una nostra sofferenza. Nostra è la vergogna, l'impotenza, la paura, l'incomprensione, il terrore. Se Francesco se ne sta sui tetto nella beatitudine del suo rapporto col creato, non pensiamo di portargli dei viveri per consentirgli di rimanerci per il tempo che vuole, lo aiutiamo a scendere con l'aiuto dei vigili dei fuoco e, non paghi, lo aiutiamo anche a dimenticare quelle fantasie e riprendere il suo posto nella realtà.
Certo non tutti ci inquietano con la loro beatitudine. C'è chi si precipita nelle nostre braccia chiedendo aiuto, ci implora dì proteggerlo da entità, mostri e demoni che non riusciamo a vedere. E noi come li aiutiamo? Dicendo loro che non c'è nessuno, che sono solo fantasie, qualcosa che non gira bene nella loro biochimica, forse lo stress, forse qualche trauma... e li lasciamo soli a fronteggiare i demoni, chiudiamo loro ogni via d'uscita, li chiudiamo in luoghi protetti dove non possono più scappare da nessuna parte.
Siamo così ciechi da non capire che questo nostro invito a non dare un senso a quanto ci sta accadendo, è proprio la porta per spingere le persone nel terrore più incontrollabile. La spiegazione psichiatrica in realtà non spiega niente, non aiuta nessuno, serve solo agli operatori per giustificare quello che ti faranno. A volte l'alternativa che lasciamo a chi ci chiede aiuto è fra farsi dilaniare dai demoni o farsi invadere dagli psicofarmaci. Dalla padella alla brace, come si usa fare.
Se sofferenza c'è nelle esperienze umane, questa, a mio avviso, è sempre collegata alla capacità di capire e far capire quello che vogliamo o quanto ci sta accadendo. in realtà la psichiatria non sa niente di quanto accade ai suoi utenti, né sembra essere interessata ad aiutarli a capire: suo unico scopo è quello di eliminare con ogni mezzo (consentito o meno) comportamenti lesivi della (in)civile convivenza.
Credo che questa cecità sia figlia di una logica che afferma: le sofferenze provocate da fantasie o realtà immaginate sono esse stesse immaginarie. Non scatta nessuna empatia con l'uomo che corre inseguito dai demoni. Lo blocchiamo. Gli diamo due pacche sulle spalle e poi via al pronto soccorso del più vicino ospedale.
Anche qui non siamo noi a negare la realtà della sofferenza delle persone, ma chi crede che le persone siano affette da malattia mentale. Togliere di mezzo la malattia ci rimette in comunicazione col cuore del problema. Nessuno soffre per la malattia che altri dicono che lui ha, si soffre di fronte a ciò che non si capisce o, peggio ancora, dell'essere sistematicamente fraintesi o derisi dagli altri.

ANTIPSICHIATRIA: PRIME ISTRUZIONI D'USO

Non staremo qui a sollevare la questione degli internamenti arbitrari, per evitarvi il penoso compito di facili negazioni. Noi affermiamo che un gran numero dei vostri ricoverati, perfettamente folli secondo la definizione ufficiale, sono, anch'essi, internati arbitrariamente. Non ammettiamo che si interferisca con il libero sviluppo di un delirio, altrettanto legittimo, altrettanto logico che qualsiasi altra successione di idee e azioni umane... affermiamo l'assoluta legittimità della loro concezione della realtà e di tutte le azioni che da essa derivano.
    A. Artaud


Abbiamo imparato a nostre spese che la psichiatria è una sorta di confine, una linea invisibile oltre la quale si perde ogni diritto e possibilità di esistenza, il punto di passaggio dal reale all'impossibile... Un confine, un muro, una camicia di forza, farmaci paralizzanti, parole per dimenticare.
L'abbiamo imparato a nostre spese essendone vittime, carnefici o mandanti. Abbiamo fatto, ricevuto e ci siamo fatti tutto il male di cui siamo capaci pur di impedire che qualcuno di noi attraversasse quel confine e tornasse indietro con il tesoro, il terrore, la meraviglia o la paura che aveva trovato di là.
L'antipsichiatria è, in questo senso, la ricerca dei modi di passare questo confine e di cancellare questa linea. Non più mente sana e mente malata, ma una nuova mente capace di funzionare di qua e di là da questo confine.
Per capirci. L'antipsichiatria è Giorgio, le mani strette sul volante del pullman, il motore acceso e quel muro davanti. Sa che lo attraverserà come un muro di nebbia. Dimostrare che la realtà è solo il velo di Maya, un'illusione, un'istituzione. Giorgio che vuole aprire una crepa, una ferita, un dubbio nel muro del reale. Giorgio col motore già acceso e la decisione già presa.
L'antipsichiatria è questa sfida, lanciata contro noi stessi, la realtà e la ragione. È la rinuncia a curare, a normalizzare o punire chi non si accorda con il nostro modo di vivere. È accettare il rischio di perdere la testa ed essere, per questo, messo in croce.
L'antipsichiatria non è alternativa alla psichiatria, è altro. Antidoto al veleno psichiatrico. Anti perché, nella nostra epoca, la psichiatria ha preso possesso del confine, lo presidia, fa pagare un pedaggio inumano, ci imprigiona da una parte e dall'altra del muro.
L'antipsichiatria non mira a sostituire la psichiatria con pratiche di 'cura' umane o luoghi accoglienti. Essa ha a che fare piuttosto con l'accettazione e la difesa della legittimità di ogni esperienza e realtà umane. Non interessa la medicina o la psicologia, ma è movimento di menti e cuori di uomini che vogliono esplorare se stessi e la realtà, senza dar nulla per certo. È l'inquietudine di chi non accetta di bloccare Giorgio prima che sia troppo tardi, di chi non accetta di chiamarlo 'malato', distruggendo così le sue ragioni, il suo futuro e la sua vita. È il tormento di chi lotta con se stesso per salire sul pullman di Giorgio e, con lui, andare oltre.
La storia dell'antipsichiatria cammina sulle gambe di Carmelo. Ha il suo respiro, il cuore in gola, l'adrenalina in circolo. Notte del '62. Si aggira silenzioso per il reparto. Si avvicina ai letti. Tenta di slegare i suoi compagni. 'Non sopporto vederli così' dirà al medico che gli chiede le ragioni di quell'insano gesto. 'Non sopporta vederli così' annota lo psichiatra in cartella. Poi l'ordine. Carmelo viene legato al suo letto.
Non sopporto vederli così. Non era il solo, Carmelo, in quegli anni. Una schiera agguerrita di giovani operatori psichiatrici rigettavano l'idea di essere parte e complici di quel genocidio che si perpetrava nei manicomi. Non sopportavano l'idea di essere proprio loro a dare quell'ordine o a condannare a morte una persona con il loro giudizio. Li chiamavano antipsichiatri. Erano uomini e donne che si rifiutavano di assolvere al mandato che era loro conferito dalla società e dalla (inco)scienza psichiatrica.
Franco era uno di loro. Lottava per slegare Carmelo e i suoi compagni dalle fasce che li costringevano a letto. Carmelo lo osservava. Guardava quell'impavido eroe esaltarsi ogni volta che riusciva a convincere se stesso e gli infermieri che si poteva slegare qualcuno. Paradosso crudele. Il gesto che a Carmelo era costato mesi di punizioni, svilimento e torture, veniva acclamato ora come atto di giustizia, di umanità, di cura. Ciò che in Carmelo era stato stigmatizzato come 'sintomo' del suo deterioramento e disagio mentale, era in Franco letto come azione sensata e terapeutica. Gli stessi infermieri che quella notte l'avevano legato, oggi lo slegavano con la stessa logica, la stessa arroganza, lo stesso potere di sempre.
Franco continuava la tradizione di arbitrio che Carmelo conosceva bene. Decideva chi e quando poteva essere slegato. Chi, quando e per andare dove, poteva essere dimesso. La vita di Carmelo e dei suoi compagni continuava a dipendere dall'umore di Franco, dalla sua capacità o voglia di immedesimarsi, di capire, di lasciarsi convincere.
È così che Carmelo è stato sepolto in un manicomio, mentre Franco è oggi primario di un reparto postmanicomiale costruito secondo i dettami della nuova psichiatria. Niente sbarre alle finestre, solo vetri infrangibili. Niente camicia di forza, solo cocktail di psicofarmaci. Stesse diagnosi. Stessi camici. Le stesse fasce. Lo stesso ordine. Arturo è legato al letto. Ha tentato di scappare rompendo le maniglie delle finestre stanotte.
Non è morta la pratica antipsichiatrica, sono spariti solo questi sedicenti psichiatri che hanno ereditato e reinventato l'infezione manicomiale. L'antipsichiatria è infatti quel filo viscerale, istintivo, indistruttibile che lega Carmelo ad Arturo, la loro rabbia, le loro ragioni, la loro resistenza al tentativo di essere negati come esseri umani. Le istruzioni per usare l'antipsichiatria vengono da questo patrimonio di storie e vite distrutte dalle varie rivoluzioni psichiatriche che si sono succedute lasciando invariato l'errore/orrore psichiatrico.
La psichiatria resta sempre uguale a se stessa. Non importa se non costruisce pù manicomi, non promuove l'internamento o non pratica la lobotomia. Il problema non è dove si viene rinchiusi o cosa ci si permette di fare, di avere e di sentire, ma il fatto che altri decidano di noi, di ciò che possiamo dire, pensare o essere.
L'antipsichiatria è un riprendersi la vita, la città ed il futuro. Carmelo non contratta il suo diritto alla libertà di movimento: si slega da sé. Arturo non mendica il suo diritto a vivere dove e con chi vuole: abbatte le finestre che lo tengono prigioniero. L'agire antipsichiatrico è fuoriuscita dal dominio e dall'arbitrio psichiatrico senza condizioni. Perché non è possibile barattare i propri valori, la propria sensibilità, i propri ricordi, i sentimenti... per ottenere una parvenza di libertà vigilata.
Antipsichiatria è il ritiro di Nino nelle caverne di Pietrperciata. Il suono del suo bastone che batte sul cuore del mondo. Il suo viaggiare in sogno tra Taormina ed il suo doppio. Non c'è niente che possa riportarlo alla 'ragione', senza negare realtà e verità a quanto dice di essere, sentire e fare; senza cancellare il suo essere persona; senza far violenza al suo corpo e torturare la sua mente.
Per Nino non c'è alcuna differenza tra essere internato in manicomio o essere assistito a casa agli arresti domiciliari e in libertà vigilata. Non c'è differenza tra lobotomia e psicofarmaci. Tra il giudizio di schizofrenia espresso dallo psichiatra manicomiale e quello espresso da uno 'democratico' o psicoterapeuta. Tutti danno per norma la loro mente, le loro scelte, la loro vita. Tutti danno per scontato che Nino non può essere ciò che dice, né fare ciò che fa. Tutti giustificano le loro azioni affermando che agiscono per aiutarlo a lenire le sue sofferenze. Tutti coprono con le loro teorie il fatto che tutto quel da fare serve essenzialmente a lenire le sofferenze che Nino, con il suo comportamento, provoca ai suoi familiari, al vicinato, agli operatori psichiatrici.
L'antipsichiatria è confrontarsi con Nino aldilà dei limiti del possibile. Camminare con lui senza imporre una meta. Cercare i punti di incrocio delle nostre vite e dei nostri mondi. Aiutarlo a praticare la sua follia e a comunicarne la conoscenza.
A volte, rivivendo a ritroso le storie dei coatti psichiatrici, si ha l'impressione netta che sarebbe bastata un'astensione dal fare per salvare la vita e l'esistenza di migliaia di persone. Sarebbe bastato che non ci occupassimo di loro perché avessero almeno un'occasione per vivere e morire con un qualche senso, come è diritto di ogni essere umano.

I ISTRUZIONE: non interferire.
Sarei tentato di proporre la non interferenza come prima istruzione. Tale e inumana è stata l'invasione sistematica che abbiamo operato nella vita e a danni di persone che non comprendiamo e di esperienze che non conosciamo, che la prima cosa sensata da fare sarebbe quella di astenerci dal fare il bene degli altri. Un passo indietro. Rispettare, vegliare, ascoltare le esperienze altrui senza intervenire.
So benissimo che nel campo delle relazioni umane il non intervento è impossibile. L'azione e l'influenza reciproca è connaturata al nostro essere umani. Non è possibile, né auspicabile, che tra di noi ci sia questa in-differenza. Sapere che una persona cara si aggira di notte per la città alla ricerca del Santo Graal non ci può far stare tranquilli. Se non altro perché non sappiamo cosa ciò significhi, né a che cosa può portare, e, soprattutto, non riusciamo ad immagine ciò che può accadere. Ci è umanamente impossibile non agire. Certo. Ma c'è un agire contro, un negare, un affannarsi a cercare di far cambiare direzione, un chiudere porte e finestre, un addormentare le ragioni altrui, un imprigionare... Un interferire in cui la voce, i pensieri, la meta dell'altro non hanno più senso. Dove non fa differenza se quanto sta facendo lo fa star bene, beato e realizzato. Bisogna solo che smetta di farlo.
Questo modo di agire, manifestare la propria apprensione ed il proprio affetto, è psichiatrico anche se non usa psicofarmaci sciolti di nascosto nel latte o si conclude con un ricovero forzato in psichiatria. È psichiatrico per la logica che lo muove e per l'ipocrisia che lo giustifica.
C'è un agire che, al contrario, non muove i suoi passi dalla negazione dell'esperienza altrui. Un agire che pare dal dubbio sulla vera natura della realtà, che non pratica una certezza ma rischia il confronto con le certezze dell'altro. Un interferire che è un uscire allo scoperto. Accettare di accompagnarsi all'altro nella ricerca e di farne parte. Un chiedersi: "Di cosa mai avrà bisogno il cercatore del Santo Graal?". Forse solo di un posto sicuro dove riposare e recuperare le forze per ricominciare. E poi indizi, segni e incontri che gli indichino la strada da seguire. Avrà bisogno di un'auto. Di qualcuno che lo aiuti a scavalcare muri, coprire distanze, entrare in case, violare proprietà private senza farsi scoprire, né arrestare. Avrà bisogno di soldi, di abiti adatti, di carta e penna. E così via. Ci sono migliaia di cose da fare con e per l'altro, se accettiamo di dargli credito, di stargli vicino, di capire senza spiegare.
L'agire antipsichiatrico non si pone come fine il cambiamento del modo di pensare, agire ed essere dell'altro. Mira a creare ponti di inter/ferenza fra il mondo del possibile, in cui comunemente viviamo, e gli infiniti mondi dell'impossibile, in cui possiamo proiettare il nostro corpo e la nostra mente. Non si interessa di far ragionare il cercatore di Graal, di normalizzare il suo ritmo sonno-veglia, di farlo assomigliare ad un impiegato. Cerca piuttosto di sperimentare forme altre di convivenza, di comunicazione e scambio libero tra le persone.
Questa radicalità non ha niente a che fare con la psichiatria, la sua storia e la sua logica. Niente ha a che farecon l'antipsichiatria l'esperienza della psichiatria alternativa italiana, con Basaglia e la legge 180 in testa. L'esperienza basagliana infatti si muove nella scia della ricerca medica di una cura per la malattia mentale. Anche se le sue strategie, le sue tecniche ed i suoi luoghi di cura tendono ad assomigliare sempre più ai luoghi degli scambi quotidiani, la logica che muove i suoi interventi è sempre quella della normalizzazione della mente e dei corpi dei suoi pazienti involontari.
Non sarà più necessario rinchiudere il cercatore del Graal. Basterà che accetti di limitare la sua ricerca alle ore diurne, che impari a parlare d'altro, che si lasci convincere a frequentareun centro diurno di socializzazione dove potrà disegnare le sue mappe segrete per raggiungere il Graal o scrivere i suoi versi, che lavori la terra o produca piccoli oggetti d'artigianato per riabilitarsi e sentirsi utile... La notte lo si 'aiuterà' a addormentarsi con psicofarmaci per salvaguardarlo dal rischio di vagabondare seguendo le sue fantasie. Non lo si lascerà mai solo. Il cercatore così apparirà libero di fare e disfare a piacimento, ma non sarà libero di cercare. Il che equivale a dire che sarà un pesce libero di muoversi a piacimento ma non di nuotare.
Tutto apparirà in ordine fino a che il cercatore si atterrà al programma. Se comincerà a non dormire la notte, a rifiutare i farmaci, ad allontanarsi da casa senza autorizzazione, a non collaborare con gli operatori, a seguire il suo istinto e la voce che lo chiama alla missione impossibile, allora la psichiatria alternativa gli riserva un trattamento che non ha niente da invidiare ai (mal)trattamenti manicomiali. Isolamento, svilimento, lobotomia chimica, riduzione in schiavitù. I ricoveri forzati anche se limitati nel tempo e realizzati in strutture rinnovate, sono esperienze di annichilimento personale che cancellano la nostra possibilità di riprendere voce in capitolo nella nostra vita.
Cambiano i metodi, il fine rimane identico: il cercatore guarisce quando smette di cercare. La verità elementare che un cercatore smette solo quando ha trovato, non sfiora mai la mente di uno psichiatra (alternativo o meno che sia). Lo psichiatra non vede la sua ricerca, ma solo una serie di comportamenti scoordinati, irrazionali e insensati. Non riesce, né può accettare l'esistenza del Santo Graal o credere che il cercatore sia stato scelto. L'unica cosa che vede è il pericolo e il rischio che il cercatore corre nell'esporsi alla notte, alla città, alla fantasia.
Certo non tutticercano il Santo Graal. C'è chi è invaso e torturato da entità diaboliche, che sente di essersi trasformato, chi vede gli altri mutar forma, chi vive nell'ansia della fine del mondo, chi sente che qualcuno vuole ucciderlo... Le esperienze cambiano di segno, i vissuti sono diversi: le indicazioni psichiatriche restano uguali. Non sentire, non vedere, non capire, non credere, non uscire, non gridare, non parlare, non pensare. Le terapie messe in atto sono, anche qui, un mix di distrazione e punizione.
L'agire psichiatrico è mosso da una bieca e inumana incredulità. La psichiatria non solo non dà credito alle esperienze delle sue vittime ma, di riflesso, non partecipa neanche dei vissuti di angoscia che tali esperienze a volte producono. Se non esistono entità diaboliche, argomenta lo psichiatra, il tuo terrore è immotivato. Se non c'è motivo per esserlo tu non puoi essere terrorizzato: è solo una fantasia, tu credi di esserlo, è la tua 'malattia' che te lo fa credere, devi essere 'curato'.
Anche qui sfugge alla psichiatria un'altra verità elementare: chi è terrorizzato va protetto e tranquillizzato non curato.
Gli psichiatri alternativi dicono a volte che usano ricovero e psicofarmaci appunto per 'proteggere' le persone. Ma da chi o da cosa? Da se stesse, dalla malattia, dalla vita che vorrebbero vivere. I demoni non interessano gli psichiatri. Le cure servono ad impedirci di reagire a cose che non esistono. Mentre siamo bloccati in un letto, legati ad una flebo, i demoni sono liberi di tormentarci, crudeli e indisturbati.
L'insensibilità e la disumanità psichiatrica nasce proprio da questo trattare le esperienze umane come fossero corpi estranei senza riferimento alcuno con le persone che le vivono.Si può così rinchiudere Angela, terrorizzata dai gas nervini che invadono la sua casa, e abbandonarla in luoghi sconosciuti, sposgliandola dei suoi vestiti e dei suoi averi, dandola in pasto ad occhi e corpi di sconosciuti, costringendola a convivere, senza difese, con il terrore e la paura, esposta ad ogni pericolo.
L'interferire psichiatrico non fa niente, proprio niente, per impedire ai gas di raggiungerla. Non c'è nessun gas nervino in casa sua: è un'allucinazione, un delirio, un'insensatezza. Angela non può soffrire di una cosa che non c'è e che non può farle male. Il paradosso psichiatrico sancisce che quanto più Angela denuncia i suoi carnefici tanto più venga punita, quanto più continua a chiedere aiuto tanto più venga considerata insensata, quanto più ha paura tanto più venga rinchiusa.
Non solo. Angela da vittima dei gas nervini, diverrà carnefice della sua famiglia. Farà disperare i suoi genitori costringendoli a notti insonni alla ricerca dei punti da cui fuoriesce il gas nervino. Li impegnerà in lunghe discussioni e a lotte immani per convincerla a prendere le medicine. Se ne starà rintanata in camera. Non vorrà alimentarsi. Si rifugerà la notte sui tetti per sfuggire a coloro che vogliono ucciderla o farla impazzire.
La psichiatria liquida tutto con due parole: delirio di persecuzione. Nessuno va a cercare i persecutori. Nessuno difende Angela da essi. Non ci sono persecutori. Del resto spesso psichiatria e persecuzione coincidono. Distruggere la credibilità serve anche a permettere alla psichiatria di 'curarla' senza alcun limite né controllo. La lobotomia, una brutale tortura? L'elettroshock, una violenza? Il manicomio, un campo di sterminio? Per decenni la psichiatria ha trasformato queste crudeltà in fantasie persecutorie delle sue vittime. Non ci si può aspettare aiuto da chi pratica la 'persecuzione', non ci si può aspettare che la riconosca.

II ISTRUZIONE: cercare i persecutori.
L'antipsichiatria si trova spesso legata ad accuse di negazione della sofferenza delle persone. Si dice che chi non accetta l'idea di malattia mentale, di fatto, nega la sofferenza dell'altro e ci si astiene dal dare aiuto a persone che ne hanno bisogno. Io affermo, al contrario, che nell'agire antipsichiatrico c'è il riconoscimento e il rispetto pieno dell'esperienza altrui. C'è la presa in carico diretta della sfida che il modo di sentire, gioire o soffrire dell'altro pone alla nostra concezione della realtà e dei sentimenti.
L'antipsichiatria non sfugge al confronto coi gas nervini. Non nega realtà e verità al terrore di Angela. Mira a cercare insiema ad Angela difese credibili dai gas e ad individuarne la fonte per distruggerla. È l'agire istintivo, naturale e sensato di chi si trova nella situazione di doversi difendere da un attacco impossibile.
La psichiatria ormai non si identifica più solo con le sue pratiche, i suoi operatori o le sue istituzioni. Essa rappresenta un modo di negare che è diffuso nella nostra cultura e agito come norma.
L'antipsichiatria, di contro, discende dalla pratica di uomini e donne che cercano di dare senso all'immane mole di esperienze, vissuti e conoscenze che non si accordano con il nostro modo di vedere e di essere. Cosa sono i 'deliri' se non tentativi di sistematizzare le conoscenze che derivano agli esseri umani dall'attivazione di canali percettivi diversi o integranti i cinque sensi? E che cosa sono i 'sintomi' se non tentativi di rispondere, attraverso prove ed errori, ai paradossi che tali conoscenze ed esperienze ci pongono? Abbiamo bisogno di dare un senso a quanto ci succede. Quando l'esperienza è tale da attivare realtà extra quotidiane, non possiamo aspettarci di riuscire a rimanere sensati. Sarà sembrato delirante al mercante d'Assisi il ragionamento di Francesco? Eclatante e patologico il suo denudarsi? Incomprensibile la sua rinuncia al reale? Cosa avremmo fatto o detto noi al suo posto? Ci avrebbero convinto a ritornare sui nostri passi? A prendere un periodo di riposo, una cura, una psicoterapia?
L'esperienza dei gas nervini o della voce di dio attiva il nostro corpo e la nostra mente ad un livello in cui le parole perdono senso e potere. Sono esperienze che fanno di noi esseri nuovi (beati o terrorizzati) liberi dalle catene della ragione e del buonsenso. Casa, lavoro, soldi e futuro: come saranno suonati vuoti e incomprensibili suoni alle orecchie di Francesco. Così come sono vuote e incomprensibili le parole che ci affanniamo a sussurrare, gridare, suggerire ad Angela.
La questione forse non è quella di affannarsi ad evitare che la gente 'impazzisca'. Tanto è inutile, insensata e crudele tale idea. Ma cercare di renderlo possibile, elaborando strategie e individuando guide capaci di accompagnare le persone in questo viaggio.
In realtà gli psichiatri non hanno esperienza, nè sanno niente delle cose che affermano di saper (o voler) curare. La loro ignoranza viene assunta a norma per cui diventa "insensato" quello che non riescono a capire, 'incomprensibile' ciò che non riescono ad accettare, 'patologico' tutto ciò che non riescono a (s)piegare.

III ISTRUZIONE: agire l'incomprensibilità come incomprensione.
Chi non sta dalla parte della ragione, non sta necessariamente dalla parte del torto. La maggior parte dei comportamenti che non riusciamo a capir, diventano chiari se accettiamo di prendere in considerazione il punto di vista e le esperienze dell'altro. Non è un caso se il ricorso alla psichiatria diminuisce in proporzione all'aumento della nostra attenzione verso i vissuti altrui. È facile proporre ricoveri psichiatrici e psicofarmaci per chi 'non è più lui'. Diventa emotivamente impossibile dare in mano alla psichiatria una persona di cui riconosciamo le ragioni e con cui sentiamo di avere ancora una relazione di senso e di affetto.
Ci sono infiniti atti di antipsichiatria quotidiana, non teorizzata ma mossa dalle passioni e dalle relazioni che ci legano. Sono atti di resistenza che vanno dal tenere la pillola sotto la lingua per poi sputarla, a strappare i nostri cari al ricovero 'contro il parere dei sanitari'. Un agire che rivendica il diritto di essere quello che si è, di comunicare quello in cui si crede, di rimanere esseri umani.
È facile ricoverare Anna se la si ode tutte le notti gridare e minacciare di uccidersi. È sensato pensare che la si sta aiutando tenendola sotto controllo e calma con la 'cura'. Le si salva la vita.
Tutto ci sembra in ordine fino a che non prestiamo ascolto e attenzione alle sue parole, fino a che non ci chiediamo: 'Perché grida?' o 'Perché vuole morire?' Anna risponde. Ha ancora voglia di parlare ai sordi e mostrare il suo dolore ai ciechi. C'è un uomo, c'è dio, c'è una voce che l'assale, l'offende, l'insidia, la sporca. Un essere disincarnato che nessuno vede, nessun muro né porta può fermare, nessun uomo può bloccare. È in suo potere e non ha scampo. Solo un ultimo tentativo: liberarsi dal corpo per liberarsi da Lui.
Chi usa la psichiatria vuole dormire la notte. Vuole chiuderle la bocca e non lasciarsi toccare dalle presenze invisibili che a volte ci sfiorano. Non vuole sentire lo sguardo della morte che ci spia. Non c'è niente che la minacci. È lei a minacciarci. Abbiamo paura ed è di questo terrore che si nutre la Voce e la psichiatria.
Delle infinite tecniche, strategie, trucchi che Anna ha elaborato in questi anni per tenere a bada, comunicare con o zittire il suo persecutore, nessuna viene presa sul serio. Al contrario, le sue strategie vengono usate dagli psichiatri per formulare la diagnosi di schizofrenia che si porta addosso.
Chi elabora azioni mentali o psichiche per affrontare realtà che la psichiatria ritiene inesisteni, viene considerato un malato di mente e ciò che fa, pensa, dice, 'sintomi patologici'. Se Anna si oppone al suo persecutore è 'delirante'. Se se ne sta in disparte e riduce i contatti con ciò che la fa star male è 'autistica'. Se reagisce aumentando le occasioni di socialità e di relazione è 'euforica'. Se cerca di percepire entità positive che la proteggono dal persecutore è 'allucinata'.
L'agire antipsichiatrico coincide perfettamente con l'agire che la psichiatria chiama psicopatologico. È il tentativo di capire e agire quanto accade a noi e di noi, senza negare i fatti né i nostri vissuti. Ciò che comunemente è vista e trattata come pura follia, in realtà è ricerca e sperimentazione della verità, del senso e delle conseguenze di altri modi di stare al mondo. Antipsichiatrica, così, è l'avventura di Francesco d'Assisi, il sognare di Nino, l'urina di Antonio a sporcare i pavimenti lindi della nuova psichiatria, il vagare di Carlo, le statue di feci di Alberto...

IV ISTRUZIONE: non creare riserve.
La storia della psichiatria è storia del tentativo di evitare l'incontro, lo scambio e il contagio fra reale e impossibile. Storia dei luoghi, materiali e simbolici, in cui isola e controlla l'infezione e l'ammutinamento delle coscienze umane.
Se, nel periodo manicomiale, la psichiatria giustifica questa esclusione con la necessità di proteggere l'ordine sociale e familiare dalla follia, oggi, nell'era della psichiatria 'democratica', ciò avviene per proteggere il folle dalla realtà. Cambiano i luoghi e i pretesti, rimane integro il processo di distruzione sistematica della vita emotiva e sociale delle sue vittime. Troppo pericolosi prima, troppo sensibili ora, mai liberi di vivere la propria vita o fare le proprie scelte.
L'umanizzazione della psichiatria ha ripensato questo mandato di esclusione, superando l'idea di concentrare e imprigionare gli infetti in istituzioni totali, privilegiando la costruzione di reti sociali diffuse di controllo. La logica è quella di trasformare il corpo, la mente e l'esistenza di ogni singolo infetto nella sua prigione, camicia di forza, istituzione totale. Neutralizzare ogni possibilità di agire, di trovare alleanze, sentire e farsi sentire.
I reparti psichiatrici, gli ambulatori, le case famiglia, le comunità protette... i luoghi istituzionalmente preposti alla 'terapia psichiatrica', rappresentano solo gli avamposti visibili della guerra di invasione psichiatrica nella nostra esistenza. Non esiste infatti più luogo dove è possibile rifugiarsi. Le nostre case possono essere trasformate in reparti, i nostri amici in infermieri, il nostro corpo in prigione. Se Carmelo veniva legato per impedirgli di agire e costringerlo a cambiare opinione, Arturo può essere bloccato in un letto da sostanze paralizzanti. La psichiatria moderna non si accontenta che Arturo venga punito o cambi opinione, capacità di critica e giudizio. Solo quando verrà reso incapace di volere, egli sarà liberato e affidato alle cure ed al controllo di personale preparato a non farsi coinvolgere né toccare dalla sua umanità, ragione, fantasia. Il suo corpo e la sua mente non risponderanno più ai suoi ordini, ma alle prescrizioni mediche.
Le vittime della psichiatria postmanicomiale sono imprigionate in una realtà separata in cui il gioco, il lavoro, le relazioni sono gestite da altri. Una realtà che riproduce i luoghi e i tempi della vita quotidiana come se fossero reali. Vengono duplicati gli amici, le gite, la casa, il lavoro, le relazioni, le musica, gli affetti... Tutto deve sembrare reale ma non esserlo. Gli utenti dei servizi psichiatrici sono persone di serie B e va costruita per loro una vita di serie B, priva della verità, della forza e del dolore della vita vissuta.
È difficile trasmettere quale tipo di violenza si celidietro questo modo 'alternativo' di fare psichiatria. Difficile far sentire la tragica continuità tra le grate arrugginite dei manicomi e le tendine di pizzo della casa famiglia. Difficile mostrare la filiazione diretta tra lobotomia e psicofarmaci. L'identità d'azione tra i rudi infermieri manicomiali e gli animatori dei centri di riabilitazione. Tutto sembra così umano. Tutto sembra così reale. Nelle case famiglia c'è il soggiorno, la TV, la cucina, la sedia a dondolo, i balconi sul cuore della città... Nelle cooperative integrate il lavoro sembra proprio lavoro, dà fatica e sudore. La terra che si coltiva sembra reale. I soldi che si guadagnano sembrano veri e sembra davvero che li accettino al bar. Le pillole che danno sembrano proprio medicine. Anche i dottori sembrano medici e gli infermieri infermieri. Tutto sembra normale anche il sorriso dell'animatrice che sembra proprio essere contenta di vederti imbrattare con colori che sembrano proprio colorare. Anche i dottori ora sembra che ti capiscano, sembra che ascoltino, sembra che ti vogliano aiutare. Tutto sembra normale fino a che ti convinci che lo sia. Se ti sorge un dubbioe lo esprimi c'è subito lì qualcuno che salta su e dice 'meglio che stare in manicomio'. Non è una constatazione, ma una minaccia.
Gli infetti vivono fuori da ogni quotidianità anche quando prendono il caffè al bar al nostro fianco. Il rumore della loro tazzina viene da un altro mondo. Un mondo senza relazioni e senza affetti. Una vita senza senso e senza possibilità di dire quello che ci sta a cuore o di fare quello che sappiamo o vogliamo fare. Una vita di sottomissione in cui chiunque, non importa quanto mediocre, squallido o crudele che sia, può decidere per noi. Una vita in libertà vigilata, sottoposti ad un costante lavaggio del cervello per dimenticare quelli che siamo e ad un programma permanente di rieducazione e normalizzazione. Minacciati e derisi. In balia dell'arbitrio dei nostri 'protettori'.
Il cercatore di Graal non ha scelta: o rinuncia al Graal o rinuncia alla vita. Per chi non si normalizza sono già pronti programmi speciali, internamento coatto, cella di isolamento, interdizione... Con o senza il manicomio, la psichiatria ha sempre il potere e i mezzi per cancellare le nostre esistenze con il tratto di una biro.
Non esiste una psichiatria 'alternativa' al manicomio. La psichiatria è sempre 'alternativa' alle relazioni umane, allo scambio interpersonale, all'essere umani. Dove c'è la psichiatria non sono possibili le persone. Non è possibile che parlino apertamente, si confrontino, si influenzino a vicenda, si comprendano o si fraintendano, si amino o si facciano del male. Non è possibile che scelgano quando e con chi dormire, dove e perché andare, chi o cosa essere.
L'antipsichiatria è riprendersi la vita. Quello che da anni praticano i coatti psichiatrici che scappano dalle loro case/famiglie prigioni o dai servizi psichiatrici, dalle auto in corsa dei vigili urbani o dai corsi di formazione per devianti, dagli appartamenti protetti o dalle punture mensili. Esseri umani che preferiscono la strada, la fame, il rischio, il dolore piuttosto che continuare a fare finta di vivere. Vera fame, vero freddo, vero dolore, vera amicizia, vera violenza. Per strada incontri più gente disposta a crederti e ad accettarti di quanto tu non possa trovarne in qualsiasi luogo preposto ad aiutarti. Vale solo quello che sei, quello che fai. Fuori dal dominio psichiatrico, le persone diventano di nuovo visibili, concrete, reali. Quello che vediamo può farci anche inquietare, smarrire, metterci in imbarazzo: ma è ciò che quelle persone sono. Possiamo accettarlo o meno, ma dobbiamo al cercatore del Graallo stesso rispetto che pretendiamo per il nostro lavoro, le nostre idee, i nostri sentimenti.
L'agire antipsichiatrico non crea riserve. Luoghi per proteggere le persone dalla realtà. Non costruisce luoghi comuni in cui comprendere e contenere le esperienze umane impossibili. Non è una teoria che spiega, ma una pratica che comprende agendo e agisce comprendendo.
L'agire antipsichiatrico è l'invasione della realtà quotidiana per contrattare spazi di esistenza e di movimento per tutti. Non duplica i bar, le case, il lavoro, le feste, le relazioni. Non impone un modo di vita. Non confonde il barista col cercatore del Graal. Non dice che il cercatore è nel 'vero' e il barista nel 'falso'. Vuole solo che sia possibile che si parlino e facciano le loro scelte di vita, senza che l'esistenza di uno debba significare la fine dell'altro.

V ISTRUZIONE: agire.
Le istruzioni per usare l'antipsichiatria sono istruzioni per non farsi usare dalla psichiatria. Istruzioni che suggeriscono di vedere le persone per quelle che sono e le loro azioni per quello che dicono. Smettere di usare la psichiatria significa ricominciare ad usare i nostri occhi, le nostre mani, la nostra mente, la nostra sensibilità per tentare di metterci in contatto con esperienze e persone che abbiamo smesso di sentire, toccare, pensare o capire.
Senza il nostro consenso ed il nostro appoggio il cercatore del Graal non può essere internato. Angela non può essere insultata. Anna non può essere 'curata'. Arturo non può essere fermato. Carmelo non può essere sepolto in manicomio.
L'antipsichiatria non ha specialisti, strutture, tecniche o cure. Non dice che si deve far ragionare il cercatore del Graal o far smettere di urlare Angela. Dice di dar loro credito e rispetto. Dice di agire per aiutarli a cercare il Graal o per bloccare i gas nervini. Il come fare sta a noi, alla nostra creatività, alla nostra passione, alla nostra umanità e intuizione. Non credo che sia facile, dico che è possibile. Del resto non possiamo continuare ad accettare che la psichiatria risolva per noi il conflitto tra chi dorme la notte e chi no, tra chi crede all'infallibilità del papa e chi crede che gli ulivi siano le antenne di dio sulla terra, tra chi afferma che la proprietà privata è un furto e chi dice che hanno rubato i suoi pensieri, tra chi compra azioni in borsa e chi pianta chiodi in tutte le icone sacre della città... L'incomprensibilità ed il pericolo della 'follia' sono ben poca cosa rispetto al terrore della normalizzazione psichiatrica. La soluzione psichiatrica è sempre iniqua, assurda e inumana. Se Sara pianta i suoi chiodi sull'icona della Madonna dell'Aiuto, la psichiatria pianta un bisturi nel suo cervello o un ago nelle sue vene.
Non ci sono solo le vittime e i carnefici. Ci siamo noi sul ciglio della strada mentre portano via il cercatore del Graal, siamo gli impauriti vicini di casa di Angela, gli ex compagni di liceo di Carmelo, i parrocchiani interdetti di Sara. Pensiamo di essere solo testimoni incompetenti e casuali ed invece siamo i mandanti di quanto accade, non meno incoscienti, innocenti e paurosi degli infermieri che eseguono l'ordine di afferrare, tener fermi, chiudere a chiave o controllare i loro simili.
Sul nostro silenzio sono costruiti i manicomi. Sulla nostra paura le pratiche psichiatriche. Non è possibile farsi da parte o tirarsene fuori. Siamo tutti arruolati in questa guerra inumana e fratricida. Terrorizzati dall'idea di un nemico invisibile, imprevedibile e crudele.
Non basta disertare. Bisogna prendere posizione. Non ubbidire più agli ordini. Non indossare divise. Non usare più il nostro corpo per impedire agli altri di cercare. Non bloccarne il corpo o la mente. Non confonderne le ragioni. Continuare ad ostinarsi a volere rimanere esseri umani.

Riferimenti bibliografici

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SZASZ T., I manipolatori della pazzia, Feltrinelli, Milano 1981.

 

l'utopia dei crass
  

 

I Crass, o meglio Penny Rimbaud, Steve Ignorant, Eve Libertine, Joy DeVivre, Hari Nana, Phil Free, Pete Wright, G. E. Sus e Mick Duffield, sono riusciti a creare insieme una delle utopie possibili, e a mantenerla in vita per quasi otto anni, riuscendo a concentrare attorno al loro progetto una grande quantità di energie, amori ed attenzioni. Nel periodo dal 1977 al 1984 i Crass sono stati la stella cometa del Rock Politico più estremo. Difficili da costringere entro definizioni di "genere musicale" (è punk? È musica d'avanguardia? O, per dirla con loro, si tratta di "scrittori di canzoni d'amore"?), essi hanno sempre agito a sorpresa, al di sopra e al di fuori di qualsiasi schema concettuale preesistente, caratterizzando la loro attività, più che in senso strettamente musicale, in un più ampio senso culturale e politico, nuovo e rivoluzionario, anarchico e pacifista. Infatti, oltre che nella plastica dei dischi e sui palchi dei concerti - trasformati costantemente in iniziative a beneficio di progetti a sfondo sociale ed antagonista - l'opera dei Crass è dentro a numerosi libri, opuscoli e volantini, nelle manifestazioni di protesta spontanee e mai autorizzate, nell'occupazione abusiva degli spazi inutilizzati, nelle ingenue e clamorose imprese di sabotaggio tecnico ed intellettuale, nell'agitazione e nella protesta improvvisa ed improvvisata, incontrollata ed incontrollabile. In questo scritto, servendomi di ritagli, appunti, ricordi, esperienze e contatti personali, ho cercato di raccontare una faccia della loro storia. Troppo difficile per me, direi impossibile, poterle raccontare tutte. Dagli esordi - il periodo è attorno all'agitato '77 - all'orwelliano 1984, data "di scadenza" di un piccolo grande sogno che non è stato dimenticato, e tantomeno si è riusciti a "consumare".

Marco Pandin

Best before 1984
Da consumarsi preferibilmente entro il 1984


I punks fanno troppo casino, un rumore insopportabile.
Che vergogna! Che vergogna!
Ecco quello che pensate, lo sappiamo bene.
Le cose che diciamo vi danno fastidio.
Noi lo sappiamo, ma le diciamo lo stesso... (*1)


Quando, nel 1976, il vomito punk schizzò per la prima volta sulle pagine dei giornali col messaggio "fatelo da soli" noi, che in diversi modi e per diversi anni non avevamo fatto che quello, abbiamo creduto ingenuamente che i vari signori Rotten, Strummer e compagni intendessero lo stesso. Finalmente non eravamo più soli. L'idea di divenire un gruppo musicale non ci era mai venuta seriamente. Semplicemente, è successo. In pratica, chiunque era libero di unirsi al gruppo: le prove erano riunioni agitate che invariabilmente degradavano a poco più che festini di ubriachi.
Steve e Penny iniziarono a scrivere e suonare assieme all'inizio del '77, ma fu solo nell'estate di quell'anno che si riuscì a recuperare, a prendere in prestito o rubare un'attrezzatura tecnica sufficiente a poterci realmente definire un gruppo musicale, i Crass. Essendo finalmente riusciti a mettere in piedi un repertorio di cinque pezzi, ci avviammo sulla strada della gloria e del successo armati dei nostri strumenti e di una grossa quantità di alcolici, necessari per tirare avanti. Partecipammo ad un mucchio di concerti e manifestazioni, dimostrazioni caotiche di pressappochismo e di indipendenza. Fummo cacciati, boicottati, persino banditi dall'allora leggendario Roxy Club: ci dissero che volevano lì dentro solo ragazzi a posto. Fu così che ci si rese conto che i nostri colleghi punks, i vari Pistols, Clash eccetera, altro non erano che dei fantocci: ad essi faceva piacere illudersi di derubare le grosse case discografiche, ma nella realtà era la gente ad essere derubata. Non aiutavano altri se non se stessi, dando vita ad un'altra moda facile. Portando una boccata d'ossigeno alla King's Road modaiola di Londra, essi rivendicavano l'inizio di una rivoluzione. La solita vecchia storia: eravamo ancora da soli.
Una sera, tra i fumi dell'alcool, decidemmo che la nostra missione sarebbe stata la creazione di una reale alternativa allo sfruttamento dell'industria musicale. Volevamo riuscire a creare un qualche cosa che desse invece che togliere e, soprattutto, volevamo che durasse a lungo. Troppe promesse venivano fatte dai palcoscenici dei concerti, per essere poi dimenticate per la strada... (*2)

L'unico concerto che avevamo fatto a Londra quell'anno, assieme agli U. K. Subs, non aveva assolutamente ottenuto riscontro dalla gente. Noi suonavamo per primi, con i Subs che stavano lì a guardarci. Poi suonavano loro, e restavamo noi a guardare... (*3)

La situazione era proprio scoraggiante, ma di solito ci si divertiva. Nessuno che venisse a seccarti con storie assurde sui tuoi stivali di cuoio, o che si lamentasse se mettevi latte nel tè. Nessuno che volesse sapere come mai anarchia e pace potessero coesistere, nessuno che venisse a romperci i coglioni con lunghi monologhi su Bakunin, che a quel tempo noi si immaginava fosse probabilmente una marca di vodka... Le idee erano aperte: stavamo creando collettivamente la nostra vita. Erano anni gloriosi quelli, prima che le alternative libere che stavamo creando divenissero solo un mucchio di regole bigotte, prima che ciò che stavamo definendo come "il vero punk" si rivelasse soltanto uno squallido ghetto.
Il nostro isolamento ci rese più duri. Fu così che decidemmo di smetterla definitivamente con l'alcool e di iniziare a prenderci più sul serio. Decidemmo di vestirci di nero per protestare contro il pavoneggiarsi narcisistico della moda punk, iniziammo a utilizzare video e filmati durante i nostri spettacoli, ci dedicammo alla stampa di volantini per spiegare le nostre posizioni e pubblicammo un giornale, "International anthem".
Per smentire le voci messe in giro dalla stampa, secondo cui non eravamo altro che degli estremisti di destra e/o di sinistra, decidemmo di attaccare dietro il palco ai nostri concerti, una bandiera con il simbolo dell'anarchia. Ci ponemmo infine l'obiettivo di tirare avanti a tutti i costi almeno sino alla fine dell'allora mitico 1984... (*2)

Dopo qualche tempo dal disastroso concerto con i Subs, Pete della Small Wonder si mise in contatto con noi: aveva sentito un nostro nastro e voleva facessimo assieme un 45 giri. Siccome non riuscivamo a metterci d'accordo su quali canzoni scegliere ne abbiamo registrate tante: è così che è nato "The feeding of the 5,000", ed ecco che con questo primo disco sono iniziati per noi i problemi.
Nessuno era disposto a stampare questo disco con "Asylum" dentro, quindi dopo molte discussioni tra di noi abbiamo deciso di toglierla. Il disco uscì senza quella canzone, e venne accolto dalla stampa musicale inglese in maniera estremamente negativa ed offensiva.
Qualche tempo dopo siamo riusciti a stampare "Asylum": l'abbiamo riscritta e in parte modificata, e l'abbiamo messa in circolazione su di un disco pubblicato da un etichetta col nostro nome, Crass Records. Questo nostro lavoro venne premiato da una visita di Scotland Yard e da numerose denunce per oscenità e vilipendio alla religione... (*4)

Scendi dalla tua croce, adesso.
Scendi dalla tua altezza papale, dal tuo suicidio volgare.
Visionario suicida, violentatore, stupratore.
Tu porti la bandiera della nostra oppressione.
La croce è il corpo vergine della femminilità che tu profani.
Non ci sono parole per il mio disprezzo, non meriti niente.
Tu sei la pornografia portata all'estremo.
Sei morto per i tuoi peccati, non per i miei... (*5)


Io sono nata libera: un corpo libero, una mente libera, fino al momento in cui ho respirato l'aria della moralità. Mi sono resa conto allora che il mio corpo "libero" era quello di una Donna (la colpa di Eva) e che la mia mente era "libera" solo di lottare contro definizioni di Bene e di Male che altri avevano stabilito e deciso. Nasciamo tutti peccatori? "Padre, perdona, poiché abbiamo peccato": o è forse un potere più materiale quello contro cui noi pecchiamo? Un sistema, all'interno del quale il rifiuto di venire manipolati, comandati e plagiati è il nostro unico crimine? I reticolati, il filo spinato, i confini dividono la nostra Terra. In quale direzione sparano i cannoni? Dio è dalla nostra parte... Per il potere, per il comando. Il dolore viene inflitto nel suo nome, adesso come un tempo. Dio è dalla nostra parte.
Posso davvero credere in questo dio di Virilità, il primo di una serie di strutture odiosamente maschiliste (chiesa, stato, famiglia), e qual è il mio posto in queste strutture di potere? Quali scelte ho? Martire-Madre-Vittima, Martire-Puttana-Vittima, Martire-Strega-Vittima... Quali scelte ho? Troverò dei nomi nuovi per me, ed un nuovo posto dove stare... (*4)

Appena pubblicato, "Asylum" ci procurò dei grossi problemi. Alcune denunce portarono ad ispezioni della polizia nei negozi di dischi di tutto il paese, e a una visita a casa nostra di una sezione della buoncostume. Dopo un pomeriggio piacevole trascorso bevendo tè in compagnia dei guardiani della morale pubblica, la minaccia di una denuncia venne a pesare sulle nostre teste: ci avvisarono che, nonostante fossimo formalmente "liberi", sarebbe stato assai meglio per noi se una simile avventura non l'avessimo mai più ritentata. La natura stessa della nostra "libertà" ci ha invece imposto di andare avanti: si è messa in moto così quella continua serie di vessazioni da parte della polizia nei nostri confronti che dura a tutt'oggi.
È stato all'incirca in quel periodo che per la prima ed unica volta sono state trasmesse delle nostre canzoni alla radio nazionale da John Peel. Da allora, la nostra reputazione di bestemmiatori ci ha precluso qualsiasi spazio e procurato l'inclusione nella lista nera della BBC. (*2)

Abbiamo fondato l'etichetta Crass Records per consentirci di pubblicare il nostro secondo disco. "The feeding of the 5,000", pubblicato da Small Wonder, aveva sino ad allora venduto all'incirca cinquemila copie, quindi preventivammo una tiratura simile per "Stations of the Crass". A due settimane dall'uscita, ne risultarono vendute oltre ventimila copie: improvvisamente, ci si ritrovava con quello che per noi era un sacco di soldi. Lo slogan "fatelo da soli" era servito a illudere la gente con molte promesse: proprio allora le stelle del punk se ne stavano dimenticando, per iniziare la traversata dell'Atlantico. Ci proponemmo di mantenere almeno una parte di quelle promesse: gli incassi della Crass Records ne sarebbero stati il mezzo.
La maggior parte dei gruppi della nostra etichetta li abbiamo conosciuti per strada. Nel caso degli Zounds e dei Mob l'espressione è proprio da prendere alla lettera: il loro furgone ebbe un guasto nelle vicinanze di casa nostra, ed il nostro rapporto iniziale non fu come musicisti ma come pseudo-meccanici!
Sin dall'inizio decidemmo di distribuire i nostri prodotti al prezzo più basso possibile. È stata questa la politica che ci ha sempre contraddistinto, dai nostri concerti con i Poison Girls all'assoluto rifiuto di commercializzare magliette e spille con il simbolo del gruppo, sino a produrre dei dischi messi poi in vendita ad un prezzo inferiore al reale costo di produzione.
Nessuno si è arricchito negli anni di attività dell'etichetta. La maggior parte delle uscite è andata in pareggio, e siamo riusciti talvolta a pagare ai vari gruppi una percentuale. Il profitto non è mai stato il nostro scopo. L'idea era quella di dare un'opportunità a gruppi musicali che altrimenti non sarebbero mai stati in grado di registrare il loro materiale e farlo conoscere alla gente. L'etichetta Crass Records, invece che un'impresa commerciale è stata piuttosto una vetrina ideologica: tutti i musicisti che hanno contribuito con i loro lavori lo hanno fatto perché per loro il messaggio era più importante del mezzo. Niente di queste musiche è stato fatto per soldi: questa è musica popolare, musica della gente, per la gente. (*6)

Nella primavera del 1980 abbiamo partecipato ad una serie di concerti a sostegno della difesa di alcuni anarchici detenuti. Al loro rilascio c'è stato chiesto se ci fosse interessato contribuire alla creazione di un centro anarchico. Registrammo così "Bloody revolutions", con "Persons unknown" dei Poison Girls sul retro, e con gli incassi della vendita del disco finanziammo l'apertura di questo centro... (*7)

Per oltre un anno si trascinò una coesistenza difficile tra i "tradizionalisti" e gli anarcopunks: si giunse al punto in cui l'attrito ideologico si fece insopportabile, ed il centro chiuse. La relativa facilità con cui eravamo stati in grado di raccogliere dei fondi per il centro anarchico ci fece capire il nostro potere non solo di dare vita a nuove idee, ma anche di riuscire in qualche modo a realizzarle.
Veniva davvero molta gente ai nostri concerti, quindi il modo migliore di sfruttare la situazione fu il decidere che da allora in poi avremmo sempre suonato in manifestazioni a sostegno di qualcosa. (*2)

Con l'aiuto di qualche amico abbiamo occupato il Rainbow Theatre, allora vuoto, per organizzare un grande concerto gratuito. Ci sembrava importante fare un concerto nella capitale e non ce la sentivamo di suonare in un posto come il Lyceum o in una qualsiasi altra sala di quel genere. Sarebbe stato un concerto tipico dell'industria musicale, in una sala privata, con tanto di buttafuori, vendita di alcolici a prezzi elevati, eccetera. L'occupazione del Rainbow venne sospesa dopo due giorni, quando la polizia irruppe nel teatro e ci cacciò via con la forza. Un nostro secondo tentativo di rioccupare il teatro, due ore dopo, fallì miseramente. Per fortuna avevamo un progetto di ripiego: occupammo lo Zig Zag Club, anch'esso allora sfitto.
La notizia di questa seconda occupazione si diffuse per la città in un baleno anche perché si era sparsa voce dei pestaggi della polizia al Rainbow. A mezzogiorno parecchie centinaia di persone si erano raccolte dentro e tutt'attorno allo Zig Zag occupato, e nel pomeriggio ebbe inizio un grande concerto collettivo gratuito.
La polizia tentò ancora una volta di di scacciarci, ma venne respinta da centinaia di ragazze e ragazzi seduti e stesi per terra sulla strada davanti al club. Solo un paio di agenti restò lì fuori a controllare la situazione, ma non ci furono altri tentativi di scacciarci. Intanto, la gente continuava ad entrare: tutti si sistemavano alla meglio per ascoltare i concerti dei vari gruppi che sostennero la nostra iniziativa. Sul palco si alternarono Faction, Omega Tribe, Sleeping Dogs, Lack of Knowledge, Apostles, Amebix, Null and Void, Soldiers of Fortune, Mob, Poison Girls, Conflict, Flux of Pink Indians e Dirt... (*8)

Con cibo gratis e birra rubata abbiamo celebrato ancora la nostra indipendenza, stavolta assieme a tanti gruppi musicali, il meglio di quello che si poteva davvero chiamare punk. Insieme abbiamo dato vita ad un'esplosione di energia durata ventiquattr'ore che ha ispirato decine e decine di eventi simili in tutto il mondo.
Da tempo facevamo regolarmente concerti su e giù per l'intero paese, andando in posti dove nessun altro gruppo aveva mai suonato prima. Circoli di quartiere, tendoni, centri sociali, qualsiasi posto che non fossero clubs privati, discoteche, o il circuito universitario. Abbiamo diviso la nostra musica, films, letture, conversazioni, cibo e tè. Ovunque siamo andati abbiamo trovato facce sorridenti, persone disposte a creare delle alternative al grigiore generale.
Non è sempre stato facile: c'è sempre stato qualcuno che voleva distruggere ciò che eravamo riusciti a creare. Abbiamo tentato di partecipare allo Stonehenge Festival, ma siamo stati picchiati da una banda di motociclisti. Alcuni nostri concerti sono stati oggetto di incursione del National Front, siamo stati picchiati dal British Movement e dai Red Brigades a Londra. Molti problemi, che però non hanno mai controbilanciato la nostra gioia. (*2)

Non possiamo e non vogliamo ghettizzare le nostre uscite in pubblico. Se gli skinheads vogliono venire ai nostri concerti noi non ci opponiamo: non abbiamo intenzione di menare le mani, né vogliamo litigare con nessuno. Molti, specialmente i più giovani, sono manovrati da gruppi politici: sono nelle mani di gente viscida e senza scrupoli che se ne frega dei problemi dei ragazzi e sfrutta il loro malcontento... (*9)

In quanto gruppo, deploriamo la violenza. È la violenza che ha portato il nostro mondo nella storia dell'orrore in cui ora si trova. Ma che cos'è la violenza? Non crediamo che, ad esempio, gli atti di sabotaggio siano atti di violenza. Dove il sabotaggio è diretto contro le istituzioni e le installazioni dell'oppressione, lo consideriamo completamente legittimo. Crediamo che la gente non debba accettare passivamente la violenza dello stato. Anzi, che dovrebbe essere pronta, se necessario, a difendere e a proteggere se stessa. È chiaro che c'è chi è incapace di trattare con l'amore espresso apertamente: immancabilmente, la risposta è stata il fucile. Dobbiamo guardarci dall'essere solo dei bersagli. C'è chi cercherà di dimostrare che esiste una contraddizione tra l'amore e la rivoluzione. Dirà che non è amore definire i propri simili "nemici", o esprimere ostilità nei loro confronti. Non dobbiamo dimenticare che agiamo per amore, che è perché amiamo la vita che ci opponiamo a chi promuove la morte... (*10)

Credo abbiamo la capacità di centralizzare l'informazione e di essere al contempo una fonte di informazioni. Informazioni sovversive, informazioni che siano in grado di sovvertire. La nostra funzione, come gruppo, è essenzialmente quella di informare la gente della gravità della situazione, e sperare che contro la situazione la gente si mobiliti, formi una opposizione. Il modo in cui ciascuno di noi si muove è privato, personale, ed in molti casi va oltre a quanto noi possiamo fare come gruppo. Ci muoviamo all'interno dei media perché è un settore che ci consente di irrompere ovunque in senso radicale, provocando dei danni ma senza fare male a nessuno. Noi offendiamo, sbeffeggiamo, magari facciamo paura, ma non facciamo fisicamente del male a nessuno... (*11)

Facciamo dell'attività sovversiva da almeno dieci, dodici anni. Dal '77 abbiamo formato questo gruppo: i Crass non sono per solo un gruppo musicale. Facciamo dei dischi perché la musica è uno dei mezzi di espressione che vogliamo adoperare per far conoscere alla gente le nostre idee, per arrivare a chi ci ascolta. Non siamo per convinti di fare dei dischi normali, da ascoltare e canticchiare. Non è nelle nostre intenzioni. La musica è solo un pretesto... (*9)

Sin dall'inizio ci siamo costantemente impegnati in una guerra di graffiti sui muri del centro di Londra. Per celebrare il nostro successo con le bombolette spray abbiamo deciso di intitolare il nostro secondo disco "Stations of the Crass": in copertina, la foto di alcune nostre scritte sui muri della metropolitana.
Il nostro disco successivo fu un attacco femminista: la pubblicazione di "Penis envy" confermò un sospetto che avevamo da tempo. Ad una settimana dall'uscita nei negozi, il nostro disco si era piazzato al quindicesimo posto nelle classifiche. La settimana successiva, invece, del disco nessuna traccia. Lo stesso era successo anche con "Nagasaki nightmare".
È chiaro che è impossibile raggiungere in pochi giorni una posizione così elevata per poi scomparire la settimana successiva. Ovvio che se le compagnie discografiche sono in grado di pagare per far entrare i loro dischi nella hit parade, possono benissimo pagare per tenerne fuori i nostri... (*2)

Gli eserciti di sua maestà stanno arrivando: è un'altra farsa imperialista.
Un'altra pagina della gloriosa storia britannica con la quale pulire il culo alla nazione.
Avanti, soldati della Thatcher! È vostro dovere combattere!
E se il popolo ha fame? Dategli da mangiare merda...
Ma non vi rendete conto che avete giocato con migliaia di vite umane?
No, voi ve ne fregate del valore della vita, pieni come siete di odio.
Siete vecchi, malati: morirete presto lo stesso.
Delinquenti al governo, morirete presto! (*12)


Durante il 1981 abbiamo registrato "Christ - the album", che abbiamo poi pubblicato nell'estate del 1982. Questa volta, però, la nostra gioia venne annientata da una grande tragedia: la Gran Bretagna andava alla guerra. Il primo spillo era stato conficcato nel pallone anarcopacifista, uno spillo che di lì a pochi mesi ebbe a provocare il suo scoppio. Mentre centinaia di ragazzi morivano, le nostre canzoni, proteste e dimostrazioni, i nostri volantini, parole e idee improvvisamente sembrava avessero perso significato.
In realtà, noi sapevamo che quanto potevamo offrire aveva un suo valore, ma in quel momento tutto sembrava stupido, inutile. Le proteste contro la guerra erano virtualmente inesistenti. Il dissenso veniva zittito. Il silenzio faceva male.
A rischio di venire considerati pubblicamente per i "traditori" che siamo, per vie traverse riuscimmo a pubblicare in pochi giorni un disco contenente una canzone contro la guerra delle Falklands. La reazione fu immediata. Ricevemmo un ammonimento ufficiale da parte della Camera dei Comuni, dove ci si avvertiva di "badare a quanto stavamo facendo", ma fu solo alla fine della guerra, quando pubblicammo "How does it feel" che la situazione per noi precipitò... (*2)

Cosa si prova ad essere madre di mille morti?
I ragazzi adesso riposano. Tombe fredde nella terra gelata.
Occhi scavati, orbite svuotate da una morte inutile.
La tua arroganza ha sventrato quei corpi, la tua falsità li ha ingannati,
convincendoli che il loro sacrificio è valso a qualcosa.
La tua crudele bestialità non ti fa capire il dolore che hai provocato,
che hai voluto a tutti i costi, che hai ordinato.
Sono stati i tuoi ordini che hanno massacrato questi ragazzi! (*13)


Chi è il nemico? Il nemico siamo noi stessi, poiché nascondiamo in ciascuno di noi un nemico. Che cos'è la Storia? La Storia siamo noi, poiché siamo proprio noi quelli che nascondono dentro a se stessi la Storia. La Storia è la continua e metodica razionalizzazione delle consuetudini e degli abusi del potere. Scopo della Storia è creare, al di là del caos naturale della vita, una parvenza di ordine. La Storia crea e rafforza i concetti nazionalistici di "amico" e "nemico", e nel fare questo produce il nemico necessario a coloro che cercano delle giustificazioni alla guerra.
La Storia è la logica che dà alla guerra la sua credibilità. Armati di questa logica noi dobbiamo odiare e possibilmente uccidere nel nome e per il bene di quegli eterni oppressori che non solo scrivono i libri di Storia, ma che riservano per se stessi il ruolo principale nelle farse del loro squallido teatro. La guerra è la finzione che essi creano, e che noi permettiamo divenga realtà. (*14)

L'ambiguità dei nostri atteggiamenti cominciava a darci fastidio. Era davvero possibile una rivoluzione senza spargimento di sangue? Eravamo davvero realisti? Stavamo per essere distrutti dalle nostre stesse contraddizioni? È stato allora che abbiamo spedito il famoso nastro del "Thatchergate" alla stampa di tutto il mondo. Si trattava di una registrazione veramente ben realizzata, studiata in forma di conversazione telefonica fra Reagan e la Thatcher, durante la quale veniva ammessa la sua diretta responsabilità nell'affondamento della Belgrano e sul conseguente bombardamento della Sheffield da parte dell'Invincible, notizie sulle quali la Thatcher aveva imposto l'assoluto silenzio stampa. E, visto che c'eravamo, abbiamo inserito una dichiarazione di Reagan nella quale veniva presa in considerazione l'idea di un conflitto nucleare in Europa nel caso fosse stata messa in pericolo la sicurezza negli Stati Uniti. Un'ipotesi che poi non è così assurda. Il nastro passò sotto silenzio per circa un anno, prima di fare la sua comparsa in un ufficio del Dipartimento di Stato americano a Washington. Le smentite ufficiali che seguirono ci dimostrarono che il metodo che avevamo utilizzato per screditare Reagan e la Thatcher non era poi così diverso da quelli utilizzati dai vari servizi segreti. Come mai una registrazione evidentemente contraffatta veniva presa in così seria considerazione?
Il dito accusatore venne logicamente puntato sul Cremlino: parecchi giornali negli Stati Uniti, ed il Sunday Times in Inghilterra, riferirono ampiamente della faccenda come di un intrigo spionistico del KGB. Era quella la prima volta che la stampa collegava in qualche modo la Thatcher all'affondamento della Belgrano. Ci sentivamo euforici, ma anche un po' impauriti: dovevamo confessare l'inganno, o aspettare ancora?
La nostra indecisione venne risolta improvvisamente, allorché un giornalista dell'Observer ci contattò in relazione a "un certo nastro" su cui voleva delle informazioni.
All'inizio negammo tutto, poi decidemmo di riconoscere pubblicamente la responsabilità del fatto. Eravamo stati davvero molto attenti nella produzione e nella distribuzione di quel nastro, proprio perché volevamo essere sicuri che nessuno venisse a sapere che era opera nostra. Come il giornalista dell'Observer sia venuto a sapere di noi è tuttora un mistero. Fu comunque un avvertimento serio: anche i muri avevano gli orecchi... Quanto era conosciuto della nostra attività? Dai giorni dei graffiti del '77 eravamo costantemente coinvolti in attività più o meno sovversive: dalle scritte con lo spray al taglio di reticolati, sabotaggi ed altre imprese del genere. Se ci fossimo scoperti con la faccenda del nastro tutte le altre storie sarebbero venute a galla. Ci eravamo esposti ad un grave rischio. Il telefono cominciò a squillare... (*2)

Se non ci fosse il governo sarebbe il caos:
tutti impazziti a correre di qua e di là a piazzare bombe incendiarie...
Se non ci fosse la polizia, ditemi,
cosa fareste se vi inseguissero trentamila teppisti agguerriti?
E se non ci fosse un esercito forte ad arrestare una probabile invasione?
Saremmo pieni di immigrati...
E i bambini? Chi insegnerebbe nelle scuole?
Chi farebbe rigare dritto gli studenti?
Chi insegnerebbe loro quali sono le regole del gioco? (*15)


Abbiamo cercato di dimostrare con umorismo ed amore la nostra franchezza e sincerità. Abbiamo sempre trovato violenza, odio, ostilità in tutte le cose che abbiamo fatto, in tutte le nostre iniziative, e abbiamo cercato di reagire offrendo comprensione, ragione, intelligenza. Abbiamo sbagliato: ci siamo resi conto che lo stato, e quelli che operano entro ad esso, sono i nostri veri nemici. Ecco i nemici della nostra libertà. Dobbiamo cercare altre vie, non solo parole e bei ragionamenti, per costruire la nostra opposizione... (*8)

Spero che un giorno si riesca a creare una nuova filosofia di vita che non comprenda la sofferenza ed il dolore. Una filosofia che dia a tutti dignità ed integrità. Un giorno, me lo auguro, tutti potremo raggiungere questo modo di vivere, questa scelta. Per il momento. il mio senso di realtà mi dice che questa possibilità mi è preclusa, ma continuerò a cercarla e a sperare. Senza dimenticare il vero senso della vita, immaginando quanto questo sia auspicabile e bello, possiamo finalmente cominciare a guardare al senso della nostra lotta da un diverso punto di vista? (*16)

I giornali di mezzo mondo si interessavano a noi, a come mai un gruppo di punks si fosse preso gioco del Dipartimento di Stato americano: chissà cos'altro avevamo fatto... In tutti gli anni precedenti il nostro gruppo non aveva mai concentrato su di sé una tale attenzione. Il telefono squillava in continuazione. Abbiamo concesso interviste ad un sacco di gente: improvvisamente eravamo in prima pagina. Avevamo raggiunto una specie di potere politico, una nostra voce, eravamo trattati con una certa considerazione e rispetto.
Era davvero questo ciò che volevamo? Era davvero questo ci per cui ci eravamo messi insieme tanto tempo prima? Dopo sette anni di attività eravamo diventati proprio quello che all'inizio volevamo combattere. Avevamo trovato sì una solida base per le nostre idee, ma qualcosa di quelle stesse idee si era come perso per la strada. Dove una volta eravamo generosi ed aperti, ora eravamo cinici e chiusi. Le nostre attività erano sempre state caratterizzate da un certo ottimismo, dall'allegria: ci eravamo progressivamente spinti verso la tristezza, verso una specie di cattiva militanza. Eravamo divenuti amari proprio dove una volta eravamo gioiosi, pessimisti quando era l'ottimismo la nostra causa... (*2)

Le parole, a volte, non hanno dei grossi significati, e noi ne abbiamo sempre adoperate troppe, più di chiunque altro. I sentimenti che vengono dal cuore sono stati distorti e fraintesi, sparsi e gettati tutt'attorno in questo spettacolo, nello spettacolo del grande circo di questa società. Quello che noi possiamo offrire per combattere i robots grigi che controllano la nostra vita può apparire fragile ed inconsistente. Mentre essi progettano la distruzione ed aumentano il loro potere, noi offriamo in cambio la nostra creatività. Per questo veniamo isolati. Non ci aspettavamo certo di ritrovarci qui a recitare questa parte. Ci interessavano le idee, non il rock'n'roll, ma adesso non possiamo più rifiutare questa arena: divenuta parte di noi, anche se non riusciamo a capire questa sfida. Nei loro appelli alla moderazione ci chiedono perché noi non scriviamo qualche bella canzone d'amore. Ma cos'è allora che facciamo? Il nostro amore per la vita è totale, e tutto quello che facciamo è espressione di questo amore. Tutte le canzoni che cantiamo sono canzoni d'amore. Noi cerchiamo delle alternative, ma il potere dei mass media è così schiacciante che ci rende estremamente difficile costruire una base per comunicare. Le loro menzogne sono così spaventose che tutto ciò che sfiorano diviene velenoso e corrotto. Noi potremo anche diventare dei personaggi famosi di cui si occupano la stampa e la televisione, ma sarà sempre nei loro termini ed alle loro condizioni che si parlerà di noi. Ci siamo stancati di vivere per quello che gli altri si aspettano da noi, quando le nostre aspirazioni sono ben più alte... (*15)

Il punk, certo. Ma cosa? In un modo o nell'altro è divenuto parte del grande circo della società. Musica da ballo per delle teste di cazzo, o l'espressione più genuina della nostra rabbia e della nostra disperazione? C'è una linea sottile che separa ciò che semplicemente si aggiunge alle porcherie che strangolano la nostra vita, e ciò che invece offre un senso, una speranza, dignità e un futuro. La sapete vedere la differenza?
Siamo stati traditi dalla stampa musicale e, peggio, dagli stessi gruppi punk. È una vecchia storia che abbiamo già sentito: la rivoluzione bussa alla nostra porta... Tanta gente con tante parole in bocca, ma a quanti importa davvero? È facile apparire radicali nelle pagine di Sounds ma non è altrettanto facile esserlo nel libro della nostra vita.
È mai stato, il punk, una forma di protesta? Non è forse sempre stato un'altra maniera di evadere? Il punk è diventato un surrogato di se stesso, una fuga dalla realtà, una cosa essenzialmente noiosa.
Anni fa c'è stato offerto un contratto da una grossa casa discografica: quello stronzo che la dirigeva ebbe sul serio il coraggio di dirci che noi potevamo "vendere la rivoluzione". Voleva che noi fossimo solo un altro prodotto a basso prezzo per la testa dei consumatori. Disse che avrebbe "trasformato la nostra rabbia in una fonte di guadagno", che avremmo fatto parte di un pacchetto di "gruppi di protesta". Al nostro rifiuto, disse che "non ce l'avremmo mai fatta" senza di lui. Fare che cosa? Un ufficio squallido in centro? Pagine e pagine di interviste sull'NME? Ne è passato di tempo: adesso lui fa il manager dei Culture Club. Ce l'ha fatta: intendeva questo? È plastica abbastanza, è vuoto, superficiale, disgustoso e remunerativo abbastanza. E allora, lui e gli altri ce l'hanno fatta, e come loro tutti quei porci che credono che il denaro e il successo siano la misura della vita... (*17)

Era arrivato il 1984, in maniera ancora peggiore di quella profetizzata da Orwell: disoccupazione, sfratti, povertà, fame. Lo stato di polizia era divenuto una realtà: se ne sarebbero accorti ben presto i minatori in sciopero. La "morte accidentale" provocata dalla polizia, trasformata ormai in esercito personale della Thatcher, era divenuta un fatto normale accettato da tutti. L'equilibrio di un'intera società era appeso al filo di una dittatura egoista e malvagia. La nostra situazione non era delle migliori: siamo stati trascinati in tribunale ancora una volta per una denuncia per oscenità (*18), un processo che ci ha quasi distrutto. "Abbiamo i mezzi per non farvi più parlare" - ci hanno detto.
Fu durante l'estate di quell'anno che si tenne il nostro ultimo concerto, una serata agitatissima a sostegno dei minatori del Galles in sciopero. Sul palco dichiarammo ancora una volta la nostra ferma intenzione di continuare a combattere per la libertà ma, nel ritornare a casa, quella sera, ci si rese conto che non potevamo più andare avanti così. Il cammino che avevamo intrapreso sembrava giunto a un punto morto. Avevamo bisogno di nuove strade per raggiungere i nostri obiettivi.
Da quel giorno non abbiamo più avuto voglia di suonare. Non eravamo più convinti che questo avesse un senso, visto che i nostri concerti erano diventati praticamente un'occasione di trattenimento qualsiasi. Eravamo giunti a un punto vicino al nostro obiettivo, e se non ce l'avevamo fatta non era sinceramente perché non ci si era impegnati abbastanza... (*2)

Cosa ne sapevi? Quanto te ne importava?
Atteggiamenti coraggiosi, nascosti da travestimenti bugiardi.
Girando lo sguardo cieco tutt'attorno verso le bugie, per tenerle insieme.
Qualche volta, quando sono solo come adesso,
mi chiedo se ne è davvero valsa la pena.
Sorridere e fare amicizia, filosofeggiare senza fine.
Consensi superficiali, luoghi comuni e stupidaggini
per provare che anche noi riusciamo a tirare avanti.
Cosa ne sapevi? Quanto te ne importava?
L'Anarchia è diventata un alibi per chiedere l'elemosina ai passanti.
L'Anarchia è diventata un altro slogan senza senso per nascondere la paura.
L'Anarchia è diventata un'altra istituzione, un'altra croce da sopportare... (*15)


Non c'è alcuna autorità all'infuori di noi stessi, avevamo detto. Eppure, avevamo perso "noi stessi" divenendo "i Crass". Dobbiamo rafforzarci, rimetterci in sesto rifiutando ciò che palesemente non funziona, essendo disposti ad accettare e fare nostre idee ed atteggiamenti positivi. Dobbiamo trovare un'individualità che possa realmente essere l'autorità che è. Dobbiamo riuscire a guardare oltre i reticolati e gli sbarramenti della polizia, in cerca di una visione della vita che sia realmente una nostra scelta, e non un'imposizione di cinici e despoti. Abbiamo sprecato troppo tempo, troppa energia, troppo del nostro spirito tentando di scacciare le ombre maligne della violenza e del terrore dell'era atomica dal nostro cielo. È ora di uscire fuori, alla luce. Tutti abbiamo sbagliato, tutti abbiamo avuto ragione. Queste parole non sono dette con la coda tra le gambe. Sono un inizio fiero, anche se doloroso e confuso... (*2)

Se mi fermi per chiedermi "E adesso? Dove, adesso?", aspetti davvero una risposta da me? Non è forse più semplicemente dalla tua coscienza che cerchi una risposta? Io posso solo dire qualche cosa e sperare che finché tu ed io riusciamo a trovare un accordo, ciascuno riesca a conoscere di più se stesso, e qualcosa l'uno dell'altro... (*19)

In una società dove l'ingordigia e l'interesse economico sono divenuti dei valori di comportamento accettabili, è naturale ci venga spontaneo volgerci indietro e ricordare i bei tempi andati. Il sogno non è finito, comunque: ha solo bisogno di trovare altre strade per esprimersi... (*6)

Crass, 1984. Sette anni, e non sembra sia successo granché. Le stesse vecchie scimmie nello stesso vecchio zoo. Cantiamo ancora delle canzoni, scriviamo parole, facciamo azioni, combattiamo battaglie, e tutt'attorno plastica che ribolle e scoppia, che si insinua insidiosa. Amici che sono venuti e che poi se ne sono andati. Alcuni, ora inghiottiti dalla plastica, urlano dall'arena vuota del circo. Altri, inghiottiti dalla paura e dall'alienazione, si sono immobilizzati nella loro stessa disperazione. Il 1983 è stato un anno triste. La Thatcher si è rafforzata, alta sulle onde di sangue delle Falklands. Una nazione si lamenta sotto le frustate della sua lingua e dell'indifferente brutalità della sua visione, ma non ci siamo ancora rivoltati contro il tiranno. Reagan, come il coltello di uno psicopatico, ha pugnalato la speranza e la decenza. I suoi missili sono vermi di metallo che rosicchiano e succhiano le dita ghiacciate dei nostri sogni. Non ci siamo ancora rivoltati contro il tiranno. Abbiamo passato la maggior parte di questi ultimi anni in discussioni e dibattiti, sconforto e disperazione. Abbiamo dovuto guardare con occhi diversi ciò che stavamo facendo, chi eravamo, che cosa volevamo fare e perché lo volevamo fare. Tutti noi siamo consapevolmente coinvolti nell'enorme opera di demolizione di questo stato e, finché in quanto gruppo avremo qualche cosa da offrire in questa lotta continueremo a lavorare come tale.
Gli scritti qui raccolti descrivono molti degli eventi che hanno portato alla confusione ed alle discussioni che ci sono state tra di noi. Ognuno ha contribuito fornendo dei brani. Se ci sono delle ripetizioni e delle contraddizioni è perché siamo innanzitutto individui, e poi siamo i Crass. Molta della nostra confusione è stata creata da chi ci vede innanzitutto come i Crass, e per niente affatto come individui. Da soli e insieme possiamo aggiungere e aggiungeremo fiamme ai fuochi della speranza e del futuro. E quelli che si oppongono? Sono già morti... (*10)

Note

(*1) "What a shame", da "The feeding of the 5,000" (1978)

(*2) da "In which Crass voluntarily blow their own", testo allegato a "Best before 1984" (1986), tradotto integralmente su A/Rivista Anarchica n. 140

(*3) note tratte dalla copertina di "The feeding of the 5,000" (1980, ristampa)

(*4) dalla presentazione di "Reality asylum" (1979)

(*5) "Asylum", da "The feeding of the 5,000" (1980, ristampa)

(*6) dalla presentazione di "A/Sides" (1992)

(*7) L'Autonomy Club di Wapping, a Londra. Il centro, oltre che per le reali difficoltà di co-gestione, chiuse per mancanza di fondi quando il proprietario riuscì a vietare l'organizzazione di concerti nel locale.

(*8) da un'intervista pubblicata da "Open Road" (1983)

(*9) dall'intervista contenuta nel libro "ANOK4U" (1984)

(*10) note tratte dalla copertina di "You're already dead" (1984)

(*11) da un'intervista pubblicata da "Maximum rock'n'roll" (1984)

(*12) "Sheepfarming in the Falklands" (1983)

(*13) "How does it feel to be the mother of one thousand dead?" (1982)

(*14) note tratte dalla copertina di "Sheepfarming in the Falklands" (1983)

(*15) "Yes sir, I will" (1983)

(*16) dal volantino a firma "Un membro dei Crass" distribuito ai concerti del 1984, tradotto integralmente su A/Rivista Anarchica n. 120

(*17) dall'opuscolo "You're already dead" (1985)

(*18) su denuncia dei genitori di un minorenne, ai primi di settembre del 1984 la polizia effettuò un'ispezione in un negozio di dischi di Norwich sequestrando tutte le copie di 17 dischi editi dalle etichette indipendenti Alternative Tentacles e Crass Records, perché ritenuti "contrari alla pubblica decenza". Dopo un primo esame delle copertine e dei testi venne disposto il sequestro su tutto il territorio nazionale di otto dischi; seguì un processo per "commercio di materiale osceno" contro il proprietario del negozio, che si concluse con la sua condanna e con la conferma delle disposizioni per il sequestro dei dischi. Ricorsi in appello, i Crass ottennero la revisione del processo: nel gennaio 1985 il giudice ritenne il gruppo "un'associazione che opera al limite estremo della legalità" e, pur dichiarando che si tratta comunque di "materiali volgari e contenenti parole offensive", prosciolse dalle accuse di oscenità tutti i dischi ad eccezione di "Penis envy", disponendone quindi il definitivo sequestro. "Penis envy" viene tuttora diffuso sigillato in una confezione di plastica come una rivista pornografica.

(*19) "Ten notes on a summer's day" (1985)

 

saggio filosofico sull'ateismo
  

 

Dio è una risposta grossolana, un'indelicatezza verso noi pensatori.
    Friedrich Nietzsche


In molti hanno provato a dimostrare l'esistenza di Dio, probabilmente in meno hanno provato a dimostrarne l'inesistenza: si può credere o non credere in Dio, l'importante è a mio avviso porsi il problema, possibilmente in termini razionali. E invece troviamo chi crede in Dio perché gli hanno insegnato che Dio esiste e chi non crede in Dio perché gli hanno insegnato che non esiste: si tratta comunque di due atteggiamenti non corretti, proprio perché esulano dalla razionalità, ci si limita a prendere per buono ciò che ci viene detto. E un ateo come me è comunque il primo a disapprovare quelli che non credono in Dio e che in realtà non si sono mai posti il problema se egli esista o meno: sbarazzarsi di Dio come fanno loro equivale a bere l'intero oceano in un sol sorso. Allo stesso modo, quelli che credono in Dio solo perché gli altri fanno così, senza chiedersi se sia corretto o meno, peccano di ingenuità e di stoltezza; e da che mondo è mondo, la religione è sempre al fianco dell'uomo e non può non trovare un fertile terreno di sviluppo presso una natura irrequieta e angosciosa quale è quella umana; ora, su come essa sia nata è bene spendere due parole: secondo il partenopeo Giambattista Vico, la nascita della religione è simbolo di sviluppo della specie umana, di quegli antichi bestioni che eravamo migliaia di anni fa: infatti, volgendo lo sguardo al cielo e rendendosi conto dell'esistenza di forze divine, essi pervennero alla civiltà e si distaccarono mano a mano dalle loro barbare usanze; secondo il tedesco Friedrich Nietzsche, invece, la religione nasce come strumento per ovviare all'infelicità e all'insensatezza della vita: così i greci crearono una religione lussureggiante di divinità caratterizzate dagli stessi difetti propri dell'uomo, riuscendo in tal modo a conferire un senso alla vita e alla sofferenza che la caratterizza. Sembra dunque che la religione sia del tutto necessaria, in quanto fornisce all'uomo un barlume di felicità, o almeno la speranza di ottenerla in un'altra vita