ALBERT CAMUS : I GIUSTI
 

Qui non dico un cazzo, vi invito semplicemente a leggere I Giusti, pièce teatrale messa giù dall'esistenzialista Albert Camus una sessantina d'anni fa. La trovo la più formidabile e profonda analisi letteraria sul conflitto felicità-vs-utopia mai realizzata. Mi ricorda certe discussioni notturne ed etiliche di quelle buone solo a riempirti di nemici poiché è chiaro che una soluzione univoca - nin ge shtarà mai.
L'ho trascritta qua sotto di mio pugno e non vi dico le notti insonni, leggetela, stampatela, mettetela pure in scena, e se qualcuno ha voglia di venirmi a parlare di copyright diritti d'autore o non so quali altre fregnacce, gli auguro di morire vergine a centoquindici anni.
Ah, poi in tema di drammi della rivolta, di Camus vi consiglio anche Caligola, altra magnifica illustrazione di uomo che preferisce l'assurda ribellione al comodo compromesso. Un punk? Fate voi. Procuratevelo, sul serio.

    I Giusti: presentazione
    Atto primo
    Atto secondo
    Atto terzo
    Atto quarto
    Atto quinto

 

I Giusti
  

 

I GIUSTI
dramma in 5 atti


O love! O life! Not life but love in death!

ROMEO E GIULIETTA
atto IV, scena 5



PERSONAGGI:

DORA DOULEBOV
LA GRANDUCHESSA
YANEK KALIAYEV
STEPAN FEDOROV
BORIS ANNENKOV
ALEXIS VOINOV
SKOURATOV
FOKA
IL GUARDIANO

 

Atto Primo
  

 

L'appartamento dei terroristi. La mattina. Si alza il sipario. Silenzio. Dora e Annenkov sono sul palcoscenico. Immobili. Si sente il campanello dell'ingresso, uno squillo. Annenkov fa un gesto per fermare Dora che vorrebbe parlare. Il campanello suona due volte di seguito.

ANNENKOV. È lui. (Esce. Dora aspetta, sempre immobile. Annenkov torna, un braccio sulle spalle di Stepan.) È lui! Stepan.
DORA (va verso Stepan e gli prende la mano). Che gioia, Stepan!
STEPAN. Buongiorno, Dora.
DORA (lo guarda). Già tre anni.
STEPAN. Sì, tre anni. Il giorno che mi hanno arrestato venivo a raggiungervi.
DORA. T'aspettavamo. Il tempo passava e il mio cuore si stringeva sempre più. Non osavamo più guardarci.
ANNENKOV. Abbiamo dovuto cambiare casa un'altra volta.
STEPAN. Lo so.
DORA. E laggiù, Stepan?
STEPAN. Laggiù?
DORA. In galera?
STEPAN. Sono scappato di là.
ANNENKOV. Già. Siamo stati contenti di sapere che avevi potuto raggiungere la Svizzera.
STEPAN. La Svizzera è un'altra galera, Boria.
ANNENKOV. Ma che dici? Quelli sono liberi, almeno.
STEPAN. La libertà è una galera finché un solo uomo è ancora schiavo su questa terra. Ero libero ma non cessavo di pensare alla Russia e ai suoi schiavi.

Silenzio.

ANNENKOV. Sono contento Stepan, che il partito ti abbia mandato qui.
STEPAN. Era necessario. Soffocavo. Agire, agire finalmente... (guarda Annenkov.) Lo ammazzeremo, vero?
ANNENKOV. Sicuro.
STEPAN. Ammazzeremo quel boia. Tu sei il capo, Boria, ed io ti ubbidirò.
ANNENKOV. Non ho bisogno della tua promessa, Stepan. Siamo tutti fratelli.
STEPAN. Ci vuole disciplina. L'ho capito in galera. Il partito socialista rivoluzionario ha bisogno di una disciplina. Disciplinati uccideremo il Granduca e butteremo giù la tirannia.
DORA (andando verso di lui). Siedi, Stepan. Devi essere stanco dopo questo lungo viaggio.
STEPAN. Non sono mai stanco. (Silenzio. Dora va a sedersi.) È tutto pronto, Boria?
ANNENKOV (cambiando tono). Da un mese, due dei nostri studiano gli spostamenti del Granduca. Dora ha messo insieme il materiale necessario.
STEPAN. Il proclama è stato scritto?
ANNENKOV. Sì. Tutta la Russia saprà che il Granduca Sergio è stato giustiziato con una bomba dal gruppo d'assalto del partito socialista rivoluzionario per accelerare la liberazione del popolo russo. La corte imperiale apprenderà inoltre che siamo decisi a valerci del terrore finché la terra non sarà restituita al popolo. Sì, Stepan, sì, tutto è pronto! Il momento si avvicina.
STEPAN. Che devo fare?
ANNENKOV. Da principio aiuterai Dora. Schweitzer, che tu ora sostituisci, lavorava con lei.
STEPAN. È stato ucciso?
ANNENKOV. Sì.
STEPAN. Come?
ANNENKOV. Una disgrazia.

Stepan guarda Dora. Dora volge gli occhi altrove.

STEPAN. E poi?
ANNENKOV. Poi, vedremo. Devi essere pronto a sostituirci, caso mai, e a mantenere il collegamento con il comitato centrale.
STEPAN. Chi sono i nostri compagni?
ANNENKOV. Tu hai già incontrato Voinov in Svizzera. Io mi fido di lui, benché sia così giovane. Conosci Yanek?
STEPAN. Yanek?
ANNENKOV. Kaliayev. Lo chiamano anche il Poeta.
STEPAN. Non è un nome da terrorista.
ANNENKOV (ridendo). Yanek pensa il contrario. Dice che la poesia è rivoluzionaria.
STEPAN. Solo la bomba è rivoluzionaria. (Silenzio.) Dora, tu credi che saprò aiutarti?
DORA. Sì. Basta stare attento a non rompere il tubo.
STEPAN. E se si rompe?
DORA. È così che è morto Schweitzer. (Una pausa.) Perché sorridi Stepan?
STEPAN. Io sorrido?
DORA. Sì.
STEPAN. Mi accade a volte. (Una pausa. Stepan sembra riflettere.) Dora, una sola bomba basterebbe a far saltare questa casa?
DORA. Una sola no. Ma la danneggerebbe.
STEPAN. Quante ce ne vorrebbero per far saltare Mosca?
ANNENKOV. Sei matto! Che vuoi dire?
STEPAN. Niente.

Il campanello suona una volta. Essi ascoltano e aspettano. Il campanello suona due volte. Annenkov va in anticamera e torna con Voinov.

VOINOV. Stepan!
STEPAN. Buongiorno.

Si stringono la mano. Voinov si avvicina a Dora e l'abbraccia.

ANNENKOV. È andato tutto bene, Alexis?
VOINOV. Sì.
ANNENKOV. Hai studiato il percorso dal palazzo al teatro?
VOINOV. Tanto da poterlo disegnare. Guarda. (Disegna.) Svolte, viuzze, ingorghi... La carrozza passerà sotto le nostre finestre.
ANNENKOV. Che significano queste due croci?
VOINOV. Una piazzetta dove i cavalli rallenteranno e il teatro dove si fermeranno. A parer mio sono i punti migliori.
ANNENKOV. Da' qui!
STEPAN. Le spie?
VOINOV (esitante.) Ce ne sono molte.
STEPAN. T'impressionano?
VOINOV. Mi mettono a disagio.
ANNENKOV. Nessuno si sente al sicuro con loro. Ma non ti turbare.
VOINOV. Non ho nessun timore. Solo non posso abituarmi a mentire, ecco tutto.
STEPAN. Tutti mentono. Mentire bene, ecco quel che ci vuole.
VOINOV. Non è facile. Quando ero studente, i miei compagni mi prendevano in giro perché non sapevo fingere. Dicevo quello che pensavo. Finalmente mi hanno mandato via dall'Università.
STEPAN. Perché?
VOINOV. Alla lezione di storia il professore mi domandò in che modo Pietro il Grande costruì Pietrogrado.
STEPAN. Una bella domanda.
VOINOV. Col sangue e con la frusta, risposi. E fui cacciato...
STEPAN. E poi...
VOINOV. Poi ho capito che non basta denunciare l'ingiustizia. Bisogna anche dare la propria vita per combatterla. Adesso sono felice.
STEPAN. Tuttavia menti.
VOINOV. Sì. Ma non mentirò più il giorno che lancerò la bomba.

Suonano. Due volte, poi una volta sola. Dora si precipita.

ANNENKOV. È Yanek.
STEPAN. Ma il segnale non è lo stesso.
ANNENKOV. Yanek si è divertito a cambiarlo. Ha il suo segnale personale.

Stepan alza le spalle. Si sente Dora parlare in anticamera. Entrano Dora e Kaliayev a braccetto. Kaliayev ride.

DORA. Yanek. Questo è Stepan che sostituisce Schweitzer.
KALIAYEV. Benvenuto, fratello.
STEPAN. Grazie.

Dora e Kaliayev vanno a sedersi di fronte agli altri.

ANNENKOV. Yanek, sei sicuro di riconoscere la carrozza?
KALIAYEV. Sì. L'ho vista due volte con comodo. Appena apparirà all'orizzonte la riconoscerò tra mille! Ho notato tutti i dettagli. Per esempio, uno dei vetri della lanterna sinistra è incrinato.
VOINOV. E le spie?
KALIAYEV. A frotte. Ma noi siamo vecchi amici, comprano da me le sigarette. (Ride.)
ANNENKOV. Pavel ha confermato l'informazione?
KALIAYEV. Il Granduca andrà questa settimana a teatro. Tra poco, Pavel saprà il giorno esatto e consegnerà un messaggio al portiere.
(Si volta verso Dora e ride.) Siamo fortunati, Dora.
DORA (guardandolo). Non sei più venditore ambulante dunque? Sei diventato un gran signore, adesso. E come sei bello! Non rimpiangi il tuo pellicciotto?
KALIAYEV (ride). Già, ne ero molto fiero. (A Stepan e Annenkov.) Ho passato due mesi a osservare i venditori ambulanti, più di un mese a esercitarmi nella mia stanzetta. I miei colleghi non hanno mai avuto sospetti. "Un furbone", dicevano. "Venderebbe anche i cavalli dello zar". E cercavano a loro volta d'imitarmi.
DORA. Naturalmente, tu ridevi.
KALIAYEV. Sai bene che non posso farne a meno. Il travestimento, la vita nuova... tutto mi divertiva.
DORA. A me non piacciono i travestimenti. (Indica il suo vestito.) Questi panni lussuosi! Boria mi avrebbe potuto trovare qualcos'altro. Attrice! Il mio cuore è semplice, invece.
KALIAYEV (ride). Sei così carina con quel vestito!
DORA. Carina! Mi piacerebbe esserlo. Ma non ci penso neppure.
KALIAYEV. Perché? I tuoi occhi sono sempre tristi, Dora. E invece devi essere allegra; devi essere fiera. La bellezza e la gioia esistono! "Ai sereni lidi ove il mio cor ti volea..."
DORA (sorridendo). "Eterna estate, amor, io mi godea..."
KALIAYEV. Dora, cara! Ti ricordi quei versi! Sorridi? Come sono felice...
STEPAN (interrompendolo). Perdiamo tempo così. Non credi, Boria, che si debba avvertire il portiere?

Kaliayev lo guarda sorpreso.

ANNENKOV. Sì. Ci vuoi scendere tu, Dora? Non dimenticare la mancia. Poi Voinov ti aiuterà a raccogliere il materiale nella stanza.

Escono ciascuno da una parte diversa. Stepan va vero Annenkov con passo deciso.

STEPAN. Voglio lanciare la bomba. Io.
ANNENKOV. No, Stepan. Gli attentatori sono già stati scelti.
STEPAN. Te ne prego. Tu non sai cosa significhi questo per me.
ANNENKOV. No. Gli ordini sono ordini. (Un silenzio.)Neppure io la lancio, e aspetterò qui. Sono ordini duri.
STEPAN. Chi lancerà la prima bomba?
KALIAYEV. Io. Voinov lancerà la seconda.
STEPAN. Tu?
KALIAYEV. Ti sorprende? Non hai dunque fiducia in me!
STEPAN. Ci vuole esperienza.
KALIAYEV. Esperienza? Sai bene che la si lancia una volta sola e poi... Nessuno l'ha mai lanciata due volte.
STEPAN. Ci vuole mano ferma.
KALIAYEV (mostrando la mano). Guarda. Credi che tremerà? (Stepan si volta dall'altra parte.) Non tremerà! Trovarmi di fronte al tiranno ed esitare? Come puoi pensarlo? Anche se il mio braccio tremasse conosco un mezzo per far fuori il Granduca a colpo sicuro.
ANNENKOV. Quale?
KALIAYEV. Buttarsi sotto agli zoccoli dei suoi cavalli.

Stepan alza le spalle e va a sedersi in fondo.

ANNENKOV. No, non è necessario. Bisogna cercare di fuggire. L'Organizzazione ha bisogno di te. Ti devi salvare.
KALIAYEV. Ubbidirò, Boria! Che onore, che onore per me! Ed io ne sarò degno.
ANNENKOV. Stepan, tu starai in strada mentre Yanek e Alexis spieranno l'arrivo della carrozza. Passeggerai sotto le nostre finestre e stabiliremo un segnale. Io e Dora aspetteremo qui il momento di lanciare il proclama. Con un po' di fortuna il Granduca sarà fatto fuori.
KALIAYEV (con esitazione). Sì, l'ammazzerò! Ah, che fortuna se ci riesco! Ma il Granduca è niente. Bisogna colpire più in su.
ANNENKOV. Prima il Granduca.
KALIAYEV. E se non riusciamo, Boria? Bisognerebbe imitare i giapponesi.
ANNENKOV. Che intendi dire?
KALIAYEV. Durante la guerra, i giapponesi non si arrendevano. Si suicidavano.
ANNENKOV. No. Non pensare al suicidio.
KALIAYEV. E a che cosa allora?
ANNENKOV. Al terrore, di nuovo.
STEPAN (parlando dal fondo). Per suicidarsi bisogna amarsi molto. Un vero rivoluzionario non può amare se stesso.
KALIAYEV (voltandosi vivacemente). Un vero rivoluzionario? Perché mi tratti così? Che ti ho fatto?
STEPAN. Non mi piacciono quelli che entrano nella rivoluzione solo perché si annoiano.
ANNENKOV. Stepan!
STEPAN (si alza e si accosta a loro). Sì, sono brutale. Ma per me l'odio non è un gioco. Non siamo qui per ammirarci a vicenda. Siamo qui per raggiungere il nostro scopo.
KALIAYEV (piano). Perché mi offendi? Chi t'ha detto che mi annoiavo?
STEPAN. Non so. Tu cambi i segnali, ti piace fare la parte del venditore ambulante, reciti versi, vuoi lanciarti sotto gli zoccoli dei cavalli, e adesso, il suicidio... (Lo guarda.) Non ho fiducia in te.
KALIAYEV (dominandosi). Tu non mi conosci, fratello. Io amo la vita: non mi annoio. Sono entrato nella rivoluzione perché amo la vita.
STEPAN: A me non piace la vita. A me piace la giustizia che è al di sopra della vita.
KALIAYEV (con uno sforzo visibile). Ciascuno serve la giustizia come può. Dobbiamo accettare di essere diversi. Dobbiamo volerci bene, se ne siamo capaci.
STEPAN. Non è possibile!
KALIAYEV (esplodendo). Ma allora tu che fai tra noi?
STEPAN. Sono venuto per ammazzare un uomo, non per amarlo o per vagliarne la diversità.
KALIAYEV (con violenza). Ma tu non lo ammazzerai da solo né in nome di niente. Lo ammazzerai con noi e in nome del popolo russo. Ecco la tua giustificazione.
STEPAN (stessa mossa). Non ne ho bisogno. La mia giustificazione l'ho trovata una notte, e per sempre, tre anni fa, in galera. E non sopporterò che...
ANNENKOV. Basta! Siete matti? Vi ricordate chi siamo? Siamo fratelli accomunati nella stessa impresa, la soppressione dei tiranni... la liberazione del paese. Noi uccidiamo insieme e nulla può separarci. (Silenzio. Guardandoli.) Vieni, Stepan, dobbiamo stabilire i segnali. (Stepan esce. A Kaliayev.) Non è niente. Stepan ha sofferto. Gli parlerò.
KALIAYEV. M'ha offeso, Boria.

Entra Dora

DORA (vedendo Kaliayev). Che c'è?
ANNENKOV. Niente.

Esce.

DORA (a Kaliayev). Che c'è?
KALIAYEV. Ci siamo già urtati. Non gli piaccio.

Dora siede in silenzio. Pausa.

DORA. Credo che non voglia bene a nessuno. Quando sarà finito, sarà più sereno. Non essere triste.
KALIAYEV. Lo sono invece. Io ho bisogno di essere amato da voi tutti. Ho lasciato tutto per l'Organizzazione. Come posso sopportare l'abbandono dei miei fratelli? A volte ho come l'impressione che non mi capiscano. È colpa mia? Non ci so fare, lo so...
DORA. Ti vogliono bene e ti capiscono. Stepan è diverso.
KALIAYEV. No. So cosa pensa. Schweitzer lo diceva già: "Troppo straordinario per essere rivoluzionario". Ed io vorrei spiegare a tutti loro che non sono straordinario. Mi trovano un po' matto, troppo spontaneo. Eppure credo come loro all'idea. Come loro voglio sacrificarmi. Anch'io posso essere accorto, taciturno, segreto, efficiente. Solo che la vita continua a sembrarmi meravigliosa. Amo la bellezza, la felicità! E per questo odio il dispotismo. Come farglielo capire? La rivoluzione, sì, senza dubbio! Ma la rivoluzione per la vita, per dare una possibilità alla vita, capisci?
DORA (con slancio). Sì... (A voce più bassa, dopo un silenzio.) E tuttavia noi stiamo per dare la morte.
KALIAYEV. Chi, noi? Ah, tu vuoi dire... Oh no, non è la stessa cosa, non è la stessa cosa. E del resto noi uccidiamo per far sorgere un mondo dove nessuno ucciderà più. Noi accettiamo di diventare criminali perché la terra si copra finalmente di innocenti.
DORA. E se non fosse così?
KALIAYEV. Zitta, sai bene che questo è impossibile. Altrimenti Stepan avrebbe ragione. E dovremmo sputare in faccia alla bellezza.
DORA. Sono dell'Organizzazione da più tempo di te e so che nulla è semplice. Ma tu hai la fede... Abbiamo tutti bisogno di fede.
KALIAYEV. La fede? No. Uno solo l'aveva.
DORA. Tu hai la forza d'animo. E spazzerai via tutto per andare sino in fondo. Perché hai chiesto di lanciare la prima bomba?
KALIAYEV. È forse possibile parlare d'azione terrorista senza parteciparvi?
DORA. No.
KALIAYEV. Bisogna stare in prima fila.
DORA (che sembra riflettere). Sì. C'è la prima fila e c'è l'ultimo momento. Dobbiamo pensarci. È là, il coraggio, l'esaltazione di cui abbiamo... di cui tu hai bisogno.
KALIAYEV. Da un anno in qua, non penso ad altro. È per questo momento che ho vissuto sinora. E adesso so che vorrei morire sul posto, vicino al Granduca. Far colare il mio sangue fino all'ultima stilla, o bruciare tutto nella fiamma dell'esplosione senza lasciare niente dietro di me. Capisci ora, perché ho domandato di lanciare la bomba? Perché morire è l'unico mezzo per essere all'altezza dell'idea. È la giustificazione.
DORA. Anch'io desidero quella morte.
KALIAYEV. Sì, è una felicità invidiabile. La notte di tanto in tanto, mi rigiro sul mio giaciglio di venditore ambulante. Un pensiero mi tormenta: "Hanno fatto di noi degli assassini". Ma nello stesso tempo penso che morrò, e il mio cuore si placa. Sorrido, e mi riaddormento come un fanciullo.
DORA. Ti capisco, Yanek. Uccidere e morire. Però penso che esista una felicità ancora più grande. (Una pausa. Kaliayev la guarda, lei abbassa gli occhi.) Il patibolo.
KALIAYEV (febbrilmente). Ci ho pensato. Morire al momento dell'attentato lascia qualcosa d'incompiuto. Tra l'attentato e il patibolo, invece, c'è tutta una eternità, la sola forse, per l'uomo.
DORA (incanzando e prendendogli le mani). Questo è il pensiero che deve aiutarti. Noi paghiamo più del dovuto.
KALIAYEV. Che intendi dire?
DORA. Siamo costretti a uccidere, no? Sacrifichiamo deliberatamente una vita... una sola...
KALIAYEV. Sì.
DORA. Ma compiere l'attentato e poi andare al patibolo significa dare due volte la vita. Ecco perché paghiamo più del dovuto.
KALIAYEV, Sì, è morire due volte. Grazie, Dora. Nessuno può rimproverarci di nulla. Adesso sono sicuro di me. (Silenzio.) Che hai Dora? Taci?
DORA. Vorrei aiutarti ancora. Solo...
KALIAYEV. Solo?
DORA. No, sono pazza.
KALIAYEV. Non ti fidi di me?
DORA. Oh no caro, è di me che diffido. Da quando è morto Schweitzer, mi vengono strane idee. E poi, non spetta a me dirti quel che sarà difficile.
KALIAYEV. A me piacciono le difficoltà. Se hai stima di me, parla.
DORA (guardandolo). Lo so. Sei coraggioso. È proprio questo che mi preoccupa. Tu ridi, ti esalti, vai incontro al sacrificio, tutto pieno di fervore. Ma tra qualche ora dovrai uscire dal tuo sogno e agire. Forse è meglio parlarne prima, per evitare una sorpresa, una debolezza...
KALIAYEV. Non avrò debolezze. Di' ciò che pensi.
DORA. Ebbene, l'attentato, il patibolo, morire due volte, è la cosa più facile. Avrai abbastanza coraggio. Ma in prima fila... (Tace, lo guarda, e sembra esitare.) In prima fila, tu lo vedrai...
KALIAYEV. Chi?
DORA. Il Granduca.
KALIAYEV. Appena un secondo.
DORA. Un secondo durante il quale lo guarderai! Oh Yanek, bisogna che tu sappia, bisogna che tu sia avvertito! Un uomo è un uomo. Il Granduca forse ha degli occhi buoni. Lo vedrai grattarsi l'orecchio e sorridere allegramente. Chissà forse avrà sulla guancia un taglietto di rasoio. E se ti guardasse in quel momento...
KALIAYEV. Non è lui che ammazzo. Ammazzo il dispotismo...
DORA. Certo, certo. Bisogna uccidere il dispotismo. Preparerò la bomba e nel chiudere il tubo, proprio nel momento più difficile, proprio quando i nervi sono tesi, avrò una strana letizia nel cuore. Ma io non conosco il Granduca e so che mi riuscirebbe meno facile agire se nel frattempo lui mi stesse seduto davanti... Tu invece lo vedrai da vicino. Da molto vicino...
KALIAYEV (con violenza). No, non lo vedrò.
DORA. Perché? Chiuderai gli occhi?
KALIAYEV. No. Con l'aiuto di Dio mi verrà l'odio al momento buono e mi accecherà.

Suonano. Una volta. Ambedue rimangono immobili. Entrano Stepan e Voinov. Voci in anticamera. Entra Annenkov.

ANNENKOV. È il portiere. Il Granduca andrà a teatro domani. (Li guarda.) Bisogna che tutto sia pronto, Dora.
DORA (con voce sorda). Sì.

Esce lentamente.

KALIAYEV (la guarda uscire e con voce dolce, volgendosi verso Stepan). Lo ammazzerò. Con gioia!


S I P A R I O .

 

Atto Secondo
  

 

L'indomani. Lo stesso luogo. Annenkov guarda dalla finestra. Dora è vicino alla tavola...

ANNENKOV. Sono a posto. Stepan ha acceso una sigaretta.
DORA. A che ora passa il Granduca?
ANNENKOV. Da un momento all'altro. Senti. Non ti sembra una carrozza? NO.
DORA. Siedi. Non essere impaziente.
ANNENKOV. E le bombe?
DORA. Siedi. Non possiamo più far nulla.
ANNENKOV. Sì. Invidiarli.
DORA. Il tuo posto è qui. Tu sei il capo.
ANNENKOV. Sono il capo, ma Yanek è migliore di me ed è lui che forse...
DORA. Il rischio è uguale per tutti. Per quello che lancia la bomba e per quello che non la lancia.
ANNENKOV. Sì, il rischio in fin dei conti è lo stesso. Però in questo momento Yanek e Alexis sono in prima linea. So che il mio posto non è con loro. Ma a volte mi sembra di accettare troppo facilmente la mia parte. È comodo, dopotutto, non lanciare la bomba.
DORA. E se anche fosse? L'essenziale è che tu faccia il tuo dovere sino in fondo.
ANNENKOV. Come sei calma!
DORA. Non sono calma: ho paura. Sono tre anni che sto con voi, e da due fabbrico le bombe. Ho fatto del mio meglio e non mi sembra di aver dimenticato nulla.
ANNENKOV. Sicuro, Dora.
DORA. Sì, però sono tre anni che ho paura, una paura che cessa soltanto col sonno e che mi riprende fresca fresca al mattino. Non c'è da vantarsi.
ANNENKOV. Al contrario, puoi essere fiera. Prendi me, non riesco a dominarmi. Lo sai che rimpiango i giorni che furono, la vita brillante, le donne... Sì, mi piacevano le donne, il vino, le notti che non hanno fine.
DORA. Lo avrei giurato, Boria. Ed è per questo che ti voglio tanto bene. Il tuo cuore non è morto. Questo suo persistente desiderio di piacere è sempre preferibile allo squallido silenzio che a volte sostituisce il grido.
ANNENKOV. Che dici mai? Tu? Non è possibile.
DORA. Ascolta. (Dora si alza d'un tratto. Passa una carrozza, poi silenzio.) No, non è lui. Ho il cuore in gola. Vedi, sono sempre la stessa.
ANNENKOV (va alla finestra). Ci siamo. Stepan fa un segno. È lui. (Si sentono da lontano le ruote di una carrozza che si avvicina sempre più, passa sotto le finestre e s'allontana a poco a poco. Lungo silenzio.) Tra qualche secondo... (Ascoltano.) Quanto ci vuole... (Dora fa un gesto. Lungo silenzio. Si sentono da lontano le campane.) Non è possibile, Yanek avrebbe già lanciato la bomba... la carrozza deve essere arrivata al teatro. E Alexis? Guarda! Stepan torna indietro e corre verso il teatro.
DORA (buttandoglisi addosso). Hanno arrestato Yanek. Sicuro l'hanno arrestato! Bisogna far qualche cosa.
ANNENKOV. Apetta. (Ascolta.) No, è finito.
DORA. Cosa è successo? Yanek arrestato senza aver fatto niente! Era pronto a tutto. Lo so. Sfidava la prigione e il processo. Ma dopo aver ammazzato il Granduca! Non così! No, non così!
ANNENKOV (guardando fuori). Voinov! Presto! (Dora va ad aprire. Entra Voinov,la faccia sconvolta.) Alexis, presto, parla.
VOINOV. Non so niente. Aspettavo la prima bomba. Ho visto la carrozza che voltava senza che fosse accaduto nulla. Ho perso la testa. Credevo che all'ultimo momento tu avessi cambiato idea, ho esitato, poi mi sono messo a correre sin qui...
ANNENKOV. E Yanek?
VOINOV. Non l'ho visto.
DORA. L'hanno arrestato.
ANNENKOV (che guarda sempre fuori). Eccolo! (Stesso gioco di scena. Entra Kaliayev in lacrime.)
KALIAYEV (con gli occhi stralunati). Fratelli perdonatemi. Non ce l'ho fatta...

Dora gli si avvicina e gli prende la mano.

DORA. Non importa.
ANNENKOV. Che è successo?
DORA (a Kaliayev). Non importa. A volte, all'ultimo momento tutto crolla.
ANNENKOV. Ma non è possibile.
DORA. Lascialo stare. Non sei il solo, Yanek. Neanche Schweitzer ha potuto, la prima volta.
ANNENKOV. Yanek, hai avuto paura?
KALIAYEV (di soprassalto). Paura! No. Non ha il diritto!...

Suonano il segnale convenuto. A un cenno di Annenkov, Voinov esce. Kaliayev è prostrato. Silenzio. Entra Stepan.

ANNENKOV. E allora?
STEPAN. C'erano dei bambini nella carrozza del Granduca.
ANNENKOV. Dei bambini?
STEPAN. Sì, il nipote e la nipote del Granduca.
ANNENKOV. Orlov aveva detto che il Granduca sarebbe stato solo.
STEPAN. C'era pure la Granduchessa. Erano in troppi, credo, per il nostro poeta. Per fortuna le spie non si sono avvedute di nulla.

Annenkov parla a voce bassa a Stepan. Tutti guardano Kaliayev che alza lo sguardo su Stepan.

KALIAYEV (con lo sguardo smarrito). Non potevo immaginare... Dei bambini, soprattutto dei bambini. Hai mai guardato i bambini? Quegli occhi gravi che hanno a volte... Non ho mai potuto sostenere quello sguardo... Eppure un attimo prima, nell'ombra, all'angolo della piazzetta, ero tanto felice. Quando ho visto luccicare i fanali della carrozza il mio cuore si è messo a battere di gioia, te lo giuro. Batteva sempre più forte mentre sentivo le ruote avvicinarsi. Destavano tante risonanze in me. Mi veniva voglia di saltare. Parola mia, ridevo. E dicevo "sì, sì"... Capisci? (Allontana lo sguardo da Stepan e si accascia di nuovo.) Mi sono precipitato. Proprio in quel momento li ho visti. Non ridevano, loro. Stavano diritti impettiti e guardavano nel vuoto. Come erano tristi! Impacciati nei loro abiti di gala, le mani sui ginocchi. Rigidi, da parte a parte dello sportello! Non ho visto la Granduchessa. Ho visto solo loro. Se m'avessero guardato, credo che avrei lanciato la bomba. Non fosse che per spegnere quello sguardo triste. Ma guardavano sempre di fronte a loro. (Volge gli occhi verso gli altri. Silenzio. A voce ancora più bassa.) Allora non so cosa sia accaduto. Mi sono sentito fiaccare il braccio. Le gambe mi tremavano. Un attimo, ed era troppo tardi. (Silenzio. Guarda per terra.) Dora, ho sognato o le campane suonavano in quel momento?
DORA. No, Yanek, non hai sognato.

Posa la mano sul suo braccio. Kaliayev alza la testa e li vede tutti voltati verso di lui. Si alza.

KALIAYEV. Guardatemi, fratelli. Guardami, Boria. Non sono un vigliacco; non mi sono tirato indietro. Non me li aspettavo. È andato tutto troppo presto. Quei due visetti seri e nella mano quel peso terribile. È su di loro che avrei dovuto lanciarlo. Così. Diritto. No! Non ho potuto. (Volge lo sguardo dall'uno all'altro.) Una volta quando guidavo la carrozza, da noi nell'Ucraina, andavo come il vento, non avevo paura di niente. Non c'era cosa al mondo che mi facesse paura se non d'investire un bambino. Immaginavo l'urto, quella testa delicata che si sfracellava al suolo... (Tace.) Aiutatemi... (Silenzio.) Volevo ammazzarmi. Sono tornato perché ho pensato che vi dovevo una spiegazione, che eravate i miei soli giudici, che mi avreste detto se ho ragione o torto, che non potevate sbagliare. Ma non dite niente... (Dora si avvicina quasi a toccarlo. Lui li guarda e con voce cupa.) Ecco quel che vi propongo. Se decidete che bisogna uccidere quei bambini, aspetterò l'uscita dal teatro e lancerò da solo la bomba sulla carrozza. So che non fallirò il colpo. Decidete e ubbidirò all'Organizzazione.
STEPAN. L'Organizzazione ti aveva comandato di uccidere il Granduca.
KALIAYEV. È vero, ma non mi si era chiesto di assassinare dei bambini.
ANNENKOV. Yanek ha ragione. Questo non era previsto.
STEPAN. Doveva ubbidire.
ANNENKOV. Sono io il responsabile. Bisognava che tutto fosse previsto e che nessuno potesse esitare sul da farsi. Ma ora basta decidere se lasciamo perdere definitivamente questa occasione o se ordiniamo a Yanek d'aspettare l'uscita del teatro. Alexis?
VOINOV. Non lo so. Credo che avrei fatto come Yanek. Ma non sono sicuro di me. (Abbassando la voce.) Ho le mani che tremano.
ANNENKOV. Dora?
DORA (con violenza). Avrei rinunciato come Yanek. Non posso consigliare ad altri quel che io stessa non potrei fare.
STEPAN. Vi rendete conto di ciò che significhi questa decisione? Due mesi di appostamenti, di pericoli gravissimi incorsi ed evitati, due mesi perduti per sempre. Egor arrestato per niente. Rikov impiccato per niente. E ora bisognerebbe ricominciare? Altre lunghe settimane di veglie, di stratagemmi, di continua ansietà prima di ritrovare l'occasione buona? Siete matti?
ANNENKOV. Tra due giorni il Granduca tornerà al teatro, lo sai benissimo.
STEPAN. Due giorni nei quali rischiamo di essere arrestati. L'hai detto tu stesso.
KALIAYEV. Vado.
DORA. Aspetta. Saresti capace, tu, Stepan, di sparare a bruciapelo a un bambino?
STEPAN. Certo, se l'Organizzazione me l'ordinasse.
DORA. Perché chiudi gli occhi?
STEPAN. Ho chiuso gli occhi?
DORA. Sicuro.
STEPAN. Allora era per meglio immaginare la scena e risponderti in perfetta coscienza.
DORA. Apri gli occhi e sii pur certo che l'Organizzazione perderebbe potere e influenza se tollerasse, un solo istante, che i bambini fossero straziati dalle nostre bombe.
STEPAN. Non ho il cuore abbastanza tenero per queste sciocchezze. Il giorno che decideremo a dimenticare i bambini, allora sì che saremo i padroni del mondo e che la rivoluzione trionferà.
DORA. Quel giorno la rivoluzione sarà odiata da tutta l'umanità.
STEPAN. Poco importa, se noi l'amiamo tanto da imporla a tutta l'umanità.
DORA. E se tutta l'umanità rinnega la rivoluzione? E se tutto il popolo, per il quale lotti, rifiuta di vedere ammazzare i suoi bambini? Dovremo forse colpire anche lui?
STEPAN. Sicuro, se è necessario, e finché abbia capito. Anch'io amo il popolo.
DORA. Non è questo il volto dell'amore.
STEPAN. Chi l'ha detto?
DORA. Io, Dora.
STEPAN. Sei donna e ti fai un'idea infelice dell'amore.
DORA (con violenza). Me ne faccio una esatta della vergogna.
STEPAN. Io pure ho avuto vergogna, una sola volta, per colpa altrui. Quando mi hanno frustato. Già, perché sono stato frustato. La frusta, sapete cosa sia? Vera era vicina a me e s'è suicidata per protesta. Io invece ho vissuto. Ormai, di cos'altro potrei vergognarmi?
ANNENKOV. Stepan, tutti qui ti amiamo, e ti rispettiamo. Ma qualunque siano le tue ragioni non ti posso lasciar dire che tutto è permesso. Centinaia di nostri fratelli sono morti perché si sappia che tutto non è permesso.
STEPAN. Nulla di quanto è utile alla causa è proibito.
ANNENKOV (in collera). Allora si può diventare poliziotti e fare il doppio gioco come lo proponeva Evno? Lo faresti tu?
STEPAN. Lo farei se fosse necessario.
ANNENKOV (alzandosi). Stepan, dimenticheremo quanto hai detto a causa di quello che hai fatto per noi. Ricordati solo questo. Si tratta di sapere se tra poco lanceremo, o no, bombe su quei due bambini.
STEPAN. Bambini! Solo questa parola avete sulla bocca. Ma non capite? Perché Yanek non ha ucciso quei due, migliaia di bambini russi morranno di fame per tanti anni ancora. Avete mai visto dei bambini morir di fame? Io sì. La bomba in confronto è una delizia. Ma Yanek non li ha visti. Non ha visto che i due cani sapienti del Granduca. Siete o non siete uomini? Vivete forse per il solo presente? Allora scegliete la carità e guarite il male giorno per giorno, ma non scegliete la rivoluzione che vuol guarire ogni male presente e futuro.
DORA. Yanek accetta di uccidere il Granduca perché la sua morte anticiperà i tempi in cui i bambini russi non morranno più di fame. E già non è così facile. Ma la sorte dei nipoti del Granduca non impedirà a nessun bambino russo di morire di fame. Anche nelle stragi c'è un ordine, ci sono dei limiti.
STEPAN (con violenza). No, non ci sono limiti. La verità è che non credete alla rivoluzione. (Tutti si alzano salvo Yanek.) Non ci credete. Se ci credeste totalmente, completamente, se foste sicuri che coi nostri sacrifici e con le nostre vittorie arriveremo a creare una Russia libera dal dispotismo, una terra di libertà che finirà con l'espandersi nel mondo intero, se non dubitaste che allora l'uomo, liberato dai suoi padroni e dai suoi pregiudizi, alzerà verso il cielo la faccia dei veri dei, quale peso avrebbe la morte di due bambini? Vi credereste tutto permesso, tutto, m'avete capito? Ma se questa morte vi ferma, vuol dire che non siete sicuri del fatto vostro. Non credete alla rivoluzione.

Silenzio. Kaliayev si alza.

KALIAYEV. Stepan, mi vergogno di me stesso ma non posso lasciarti continuare così. Ho accettato di uccidere per abbattere il dispotismo. Ma dietro alle tue parole vedo annunciarsi un dispotismo, che se dovesse prevalere, farebbe di me un assassino mentre cerco di essere solo un giustiziere.
STEPAN. Che importa che tu sia o no un giustiziere, se giustizia è fatta, magari da assassini. Tu ed io non contiamo affatto.
KALIAYEV. Contiamo qualche cosa e tu lo sai, poiché è in nome del tuo orgoglio che parli ancora oggi.
STEPAN. Il mio orgoglio riguarda me solo. Ma l'orgoglio degli uomini, la loro ribellione, l'ingiustizia nella quale vivono, questo riguarda tutti noi.
KALIAYEV. Gli uomini non vivono solo di giustizia.
STEPAN. Quando gli rubano il pane, di che altro vivrebbero se non di giustizia?
KALIAYEV. Di giustizia e di innocenza.
STEPAN. L'innocenza? Forse so cosa sia. Ma ho deciso di ignorarla e di farla ignorare a migliaia di uomini perché un giorno possa prendere un significato più alto.
KALIAYEV. Bisogna essere ben sicuri che spunti questo giorno per negare tutto ciò che fa accettare la vita a un uomo.
STEPAN. Ne sono sicuro.
KALIAYEV. Non lo puoi essere. Per sapere chi di noi due ha ragione ci vorrà forse il sacrificio di tre generazioni, diverse guerre, rivoluzioni terribili. Quando questa pioggia di sangue sarà assorbita dalla terra, tu ed io sarmo da tempo polvere con la polvere.
STEPAN. Altri uomini verranno allora, e li saluto come fratelli.
KALIAYEV (strillando). Altri... Sì! Ma io amo quelli che vivono oggi su questa terra insieme a me, e sono loro che saluto. È per loro che lotto e sono pronto a morire. Ma per un ideale lontano, di cui non sono sicuro, non andrei a schiaffeggiare i miei fratelli. Non andrei ad aumentare l'ingiustizia tra i vivi in favore di una giustizia morta. (A voce più bassa, ma fermamente.) Fratelli, vi voglio parlare francamente e dirvi almeno quanto potrebbe dirvi il più umile dei nostri paesani: uccidere i bambini è contrario all'onore. E se un giorno, io vivo, la rivoluzione dovesse scostarsi dall'onore, le volterei le spalle. Se lo decidete, andrò tra poco all'uscita del teatro ma mi butterò sotto i cavalli.
STEPAN. L'onore è un lusso di chi va in carrozza.
KALIAYEV. No, è l'ultimo bene del povero. Lo sai benissimo e sai pure che esiste un onore nella rivoluzione. È quello che ti fece risorgere sotto la frusta, Stepan, e che oggi ancora ti fa parlare.
STEPAN (con un grido). Taci. Ti proibisco di toccare questo tasto.
KALIAYEV (fuori di sé). E perché tacerei? Ti ho lasciato dire che io non credevo alla rivoluzione. Era come dirmi che sarei capace di uccidere il Granduca senza ragione, che sarei un assassino. Te l'ho lasciato dire e non ti ho colpito.
ANNENKOV. Yanek!
STEPAN. Si uccide invano a volte, se non si uccide abbastanza.
ANNENKOV. Stepan, nessuno qui è d'accordo con te. Abbiamo deciso.
STEPAN. Mi sottometto dunque. Ma ripeto che il terrorismo non è fatto per la gente delicata. Siamo degli omicidi e abbiamo deciso di esserlo.
KALIAYEV (fuori di sé). No. Ho scelto di morire perché l'omicidio non trionfi. Ho scelto di essere innocente.
ANNENKOV. Yanek e Stepan, basta! L'Organizzazione decide che la morte di quei due bambini è inutile. Bisogna riprendere gli appostamenti. Dobbiamo essere pronti a ricominciare tra due giorni.
STEPAN. E se ci saranno ancora bambini?
KALIAYEV. Aspetteremo un'altra occasione.
STEPAN. E se la Granduchessa accompagna il Granduca?
KALIAYEV. Non la risparmierò.
ANNENKOV. Ascoltate.

Un rumore di carrozza. Kaliayev si dirige irresistibilmente verso la finestra. Gli altri aspettano, la carrozza si avvicina, passa sotto le finestre e scompare.

VOINOV (guardando Dora che viene verso di lui). Ricominciare, Dora...
STEPAN (con disprezzo). Sì, Alexis, ricominciare... Ma bisogna pur fare qualche cosa per l'onore!


S I P A R I O .

 

Atto Terzo
  

 

Stesso luogo. Stessa ora. Due giorni dopo.

STEPAN. Che fa Voinov? Dovrebbe esser qui.
ANNENKOV. Ha bisogno di sonno. E abbiamo ancora mezz'ora di tempo.
STEPAN. Posso andare a vedere?
ANNENKOV. No, bisogna limitare i rischi.

Silenzio.

ANNENKOV. Yanek, perché non dici niente?
KALIAYEV. Non ho niente da dire. Non ti preoccupare. (Suonano.) Eccolo.

Entra Voinov.

ANNENKOV. Hai dormito?
VOINOV. Un pochino, sì.
ANNENKOV. Hai dormito tutta la notte?
VOINOV. No.
ANNENKOV. Lo dovevi. C'è sempre il modo.
VOINOV. Ho provato ma ero troppo stanco.
ANNENKOV. Ti tremano le mani.
VOINOV. No. (Tutti lo guardano.) Che vi prende? Perché mi guardate così? Non si può essere stanchi?
ANNENKOV. Sì, si può essere stanchi. Pensiamo a te.
VOINOV (di botto, con violenza). Bisognava averci pensato l'altro ieri. Se la bomba fosse stata lanciata due giorni fa, adesso non saremmo più stanchi.
KALIAYEV. Perdonami, Alexis. Ho reso ogni cosa più difficile.
VOINOV (a voce vassa). Chi lo dice? Perché più difficile? Sono stanco, ecco tutto.
DORA. Tutto andrà per le spicce adesso. Tra un'ora tutto sarà finito.
VOINOV. Già, sarà finito. Tra un'ora...

Si guarda intorno. Dora si avvicina, gli prende la mano. Egli la lascia fare, poi ritira la mano con violenza.

VOINOV. Boria, vorrei parlarti.
ANNENKOV. Privatamente?
VOINOV. Sì, privatamente.

Si guardano. Kaliayev, Dora e Stepan escono.

ANNENKOV. Che c'è? (Voinov tace.) Dimmelo, te ne prego.
VOINOV. Mi vergogno, Boria. (Silenzio.) Mi vergogno, ma ti devo dire la verità.
ANNENKOV. Non vuoi lanciare la bomba?
VOINOV. Non potrò lanciarla.
ANNENKOV. Hai paura? Tutto qui? Non c'è da vergognarsi.
VOINOV. Ho paura e mi vergogno d'aver paura.
ANNENKOV. Ma l'altro ieri, eri allegro e forte. Quando te ne sei andato i tuoi occhi brillavano.
VOINOV. Ho sempre avuto paura. L'altro ieri avevo raccolto tutto il mio coraggio, ecco tutto. Quando ho sentito la carrozza avvicinarsi, mi sono detto: "Coraggio! ancora un minuto". Stringevo i denti. Tutti i miei muscoli erano tesi. Stavo per lanciare la bomba colla stessa violenza che se avesse dovuto schiacciare il Granduca con il suo peso. Aspettavo la prima esplosione per far scoppiare tutta quella forza che si era accumulata in me. E poi niente. La carrozza è arrivata davanti a me. Come andava veloce! È passata. Ho capito che Yanek non aveva lanciato la bomba. In quel momento ho provato un freddo terribile. E d'un colpo mi sono sentito debole come un bambino.
ANNENKOV. Non era niente, Alexis, poi la vita riprende.
VOINOV. Da due giorni la vita non ha ripreso. Ti ho mentito prima, questa notte non ho dormito. Il cuore mi batteva troppo forte. Oh! Boria, sono disperato!
ANNENKOV. Non devi esserlo. Tutti abbiamo passato gli stessi momenti. Non lancerai la bomba. Un mese di riposo in Finlandia, e poi ritornerai tra di noi.
VOINOV. No. È un'altra cosa. Se non lancio la bomba oggi, non la lancerò mai più.
ANNENKOV. Ma come?
VOINOV. Non sono fatto per il terrorismo. Adesso lo so. Meglio che vi lasci. Militerò nei comitati, alla propaganda.
ANNENKOV. Ci sono gli stessi rischi.
VOINOV. Sì, ma si può agire a occhi chiusi. Non si sa niente.
ANNENKOV. Che vuoi dire?
VOINOV (febbrilmente). Non si sa niente. È facile andare alle riunioni, discutere la situazione e poi trasmettere gli ordini. Si rischia la vita, d'accordo, però andando a tentoni senza vedere niente. Ma starmene in piedi, quando la sera cala sulla città, in mezzo a tutti quelli che si affrettano per ritrovare la minestra calda, i bambini, il tepore di una donna, starmene in piedi e muto, con il peso di una bomba sul braccio, e sapere che fra tre minuti, qualche secondo, mi lancerò su una carrozza scintillante: ecco il terrorismo. E ora so che non potrò ricominciare senza sentirmi vuotato del mio sangue. Sì, mi vergogno. Ho puntato troppo in alto. Bisogna che lavori al mio posto. Un posticino. Il solo di cui sia degno.
ANNENKOV. Un posticino non esiste. Alla fine c'è sempre la prigione e il capestro.
VOINOV. Ma non si vedono come invece si vede quello che stiamo per uccidere. Bisogna immaginarli. Per fortuna non ho immaginazione. (Ride nervosamente.) Non sono mai riuscito a credere veramente alla polizia segreta. Strano per un terrorista, no? Alla prima pedata nella pancia ci crederò. Non prima.
ANNENKOV. E una volta in prigione? In prigione, si sa e si vede. Non c'è oblio.
VOINOV. In prigione non c'è da prendere decisioni. Proprio così, non aver più da dirsi "Andiamo, tocca a te, bisogna che tu decida il secondo nel quale ti lancerai". Sono sicuro ora che se mi arrestano non cercherò di evadere. Anche per evadere ci vuole invenzione, iniziativa. Se non si evade, saranno gli altri a conservare l'iniziativa. Il lavoro è tutto loro.
ANNENKOV. Lavorano a impiccarci, a volte.
VOINOV (con disperazione). A volte. Ma morire sarà meno difficile che portare a braccia tese la mia vita e quella di un altro e decidere il momento di gettare queste due vite nelle fiamme. No, Boria, il solo modo di riscattarmi è che io mi accetti per quel che sono. (Annenkov tace.) Anche i vigliacchi possono servire la rivoluzione. Basta trovare il loro posto.
ANNENKOV. Allora siamo tutti vigliacchi. Ma non abbiamo sempre l'occasione di rendercene conto. Farai come ti pare.
VOINOV. Preferisco andarmene subito. Mi sembra che non potrei guardarli in faccia. Parlerai tu a loro.
ANNENKOV. Lo farò. (Gli si avvicina.)
VOINOV. Di' a Yanek che non è colpa sua. E che gli voglio bene come a tutti voi.

Silenzio. Annenkov lo abbraccia.

ANNENKOV. Addio fratello. Tutto finirà. La Russia sarà felice.
VOINOV (scappando via). Sì, che sia felice! Che sia felice!

Annenkov va alla porta.

ANNENKOV. Venite.

Tutti entrano con Dora.

STEPAN. Che è successo?
ANNENKOV. Voinov non lancia la bomba. È esaurito. Non sarebbe prudente.
KALIAYEV. È colpa mia, vero, Boria?
ANNENKOV. M'ha incaricato di dirti che ti vuole tanto bene.
KALIAYEV. Lo rivedremo?
ANNENKOV. Forse. Per il momento ci lascia.
STEPAN. Perché?
ANNENKOV. Sarà più utile nei comitati.
STEPAN. L'ha chiesto lui? Ha forse paura?
ANNENKOV. No. Ho deciso tutto io.
STEPAN. Un'ora prima dell'attentato, ci privi di un uomo?
ANNENKOV. Un'ora prima dell'attentato ho dovuto decidere da solo. È troppo tardi per le discussioni. Prenderò io il posto di Voinov.
STEPAN. È un posto che mi spetta di diritto.
KALIAYEV (A Annenkov). Sei il capo. Il tuo dovere è di restare qui.
ANNENKOV. Un capo, a volte, ha il dovere di essere vigliacco. Ma purché in certi casi dia prova della sua forza. Ho deciso. Stepan, mi sostituirai il tempo necessario. Vieni, devi conoscere le istruzioni.

Escono. Kaliayev va a sedersi, Dora si avvicina, stende una mano verso di lui. Poi ci ripensa.

DORA. Non è colpa tua.
KALIAYEV. Gli ho fatto del male. Molto male. Sai cosa mi diceva ieri?
DORA. Ripeteva sempre che era felice.
KALIAYEV. Sì, ma mi ha detto che non c'è felicità per lui al di fuori della nostra comunità. "C'è l'Organizzazione," diceva, "e poi non c'è niente. È una nuova cavalleria." Che pena, Dora!
DORA. Ritornerà.
KALIAYEV. No. Immagino quel che proverei al suo posto. Sarei disperato.
DORA. Che forse non lo sei ora?
KALIAYEV (con tristezza). Ora? Sono con voi e sono felice come lo era lui.
DORA (lentamente). È una gran felicità.
KALIAYEV. È una immensa felicità. Non la pensi come me?
DORA. Penso come te. Ma allora perché sei triste? Due giorni fa la tua faccia risplendeva. Era come se andassi ad una grande festa. Oggi...
KALIAYEV (alzandosi in preda a una grande agitazione). Oggi so quel che non sapevo. Avevi ragione, le cose non sono così semplici. Credevo fosse facile uccidere, che bastasse l'idea e il coraggio. Ma non sono così grande e mi avvedo ora che non c'è gioia nell'odio. Tutto questo male, tutto questo male in me e negli altri. L'omicidio, la vigliaccheria, l'ingiustizia... Oh! bisogna, bisogna, che l'ammazzi! Ma andrò sino in fondo! Oltre l'odio!
DORA. Oltre? Non esiste niente.
KALIAYEV. C'è l'amore.
DORA. L'amore? Non è proprio quel che ci vuole.
KALIAYEV. Oh, Dora, come puoi dirlo tu, col tuo cuore...
DORA. C'è troppo sangue. Troppa dura violenza. Chi ama veramente la giustizia non ha diritto all'amore. Sta in piedi come me, a testa alta, gli occhi fissi. Che posto c'è per l'amore nel tuo cuore fiero? L'amore fa chinare dolcemente le teste, Yanek. Noi abbiamo la nuca rigida.
KALIAYEV. Ma vogliamo bene al nostro popolo.
DORA. Lo amiamo, è vero. Lo amiamo d'un grande amore senza ragione, d'un amore infelice. Viviamo lontano da lui chiusi nella nostra stanza, sperduti nei nostri pensieri. E il popolo, ci ama lui? Sa forse che lo amiamo? Il popolo tace. Che silenzio, che silenzio...
KALIAYEV. Ma l'amore consiste proprio nel dare tutto, nel sacrificare tutto senza speranza.
DORA. Forse. È l'amore assoluto, la gioia pura e solitaria, l'amore che infatti mi brucia nel petto. Ci sono dei momenti però in cui mi domando se l'amore non è un'altra cosa, se può cessare di essere un monologo e se qualche volta non riceve una risposta. Mi metto a fantasticare; il sole brilla, le teste si chinano dolcemente, il cuore rinuncia al suo orgoglio, le braccia si aprono. Ah! Yanek, se si potesse dimenticare, solo per un'ora, l'atroce miseria di questo mondo e lasciarsi finalmente un po' andare. Una sola oretta di egoismo, te la puoi immaginare?
KALIAYEV. Sì, Dora, si chiama tenerezza.
DORA. Indovini tutto, amor mio, si chiama tenerezza. Ma sai veramente cosa sia? Ti piace la giustizia con la tenerezza? (Kaliayev tace.) Ami il nostro popolo con lo stesso abbandono e la stessa dolcezza, oppure con la fiamma della vendetta e della rivolta? (Kaliayev tace sempre.) Vedi. (Si avvicina a lui e con un soffio di voce.) E a me mi ami con tenerezza?

Kaliayev la guarda.

KALIAYEV (dopo un silenzio). Nessuno ti amerà mai come ti amo io.
DORA. Lo so. Ma non è forse meglio amarsi come tutti gli altri?
KALIAYEV. Non sono uno qualsiasi. Ti amo così come sono.
DORA. Mi ami più della giustizia, più dell'Organizzazione?
KALIAYEV. Non vi separo, te, l'Organizzazione e la giustizia.
DORA. Sì, ma rispondimi, te ne supplico, rispondimi. Mi ami per me sola, con tenerezza, con egoismo? Mi ameresti se fossi ingiusta?
KALIAYEV. Se tu fossi ingiusta, e io potessi amarti, non è te che amerei.
DORA. Non rispondi. Dimmi solo, mi ameresti se non fossi nell'Organizzazione?
KALIAYEV. E dove saresti allora?
DORA. Mi ricordo quando studiavo. Ridevo. Ero bella allora. Passavo delle ore a passeggiare e a sognare. Mi ameresti leggera e spensierata?
KALIAYEV (esita e a bassissima voce). Muoio dalla voglia di dirti di sì.
DORA (con un grido). Allora di' di sì, amore, se è vero e se lo pensi. Sì, al cospetto della giustizia, e davanti alla miseria e al popolo in catene. Sì, sì te ne supplico, malgrado l'agonia dei bambini, malgrado gli impiccati e i frustati a morte...
KALIAYEV. Taci, Dora.
DORA. No, bisogna pure una volta tanto lasciare parlare il proprio cuore. Aspetto che tu mi faccia un cenno, a me, Dora, un cenno al di sopra di questo mondo avvelenato dall'ingiustizia.
KALIAYEV (brutalmente). Taci. Il cuore mi parla soltanto di te. Ma tra poco non dovrò tremare.
DORA (sconvolta).Tra poco? Ah già... (Ride come se piangesse.) No, va benissimo, amore. Non ti irritare, non ero ragionevole. È la stanchezza. Io neppure l'avrei potuto dire. Ti amo dello stesso amore un po' ostinato, nella giustizia e nelle prigioni. L'estate, Yanek, te ne ricordi? Ma no, per noi è l'eterno inverno. Non apparteniamo a questo mondo, siamo dei giusti. C'è un calore che non è per noi. (Volgendo la testa.) Ah! pietà per i giusti!
KALIAYEV (guardandola con disperazione). Sì questa è la parte nostra, l'amore è impossibile. Ma ammazzerò il Granduca e ci sarà allora pace per te come per me.
DORA. La pace? Quando la troveremo?
KALIAYEV (con violenza). L'indomani.

Entrano Annenkov e Stepan. Dora e Kaliayev si scostano l'una dall'altro.

ANNENKOV. Yanek.
KALIAYEV. Subito. (Respira profondamente.) Finalmente, finalmente...
STEPAN (avvicinandosi a lui). Addio, fratello. Sono con te.
KALIAYEV. Addio Stepan. (Si volge verso Dora.) Addio Dora.

Dora va verso di lui. Sono vicinissimi uno all'altra, ma non si toccano.

DORA. No, non addio. Arrivederci, arrivederci, amore. Ci ritroveremo.

La guarda. Silenzio.

KALIAYEV. Arrivederci. Io... La Russia sarà bella.
DORA (in lacrime). La Russia sarà bella.

Kaliayev fa il segno della croce davanti all'icona. Esce con Annenkov. Stepan va alla finestra. Dora non si muove guardando sempre la porta.

STEPAN. Come va deciso. Avevo torto, vedi, di non fidarmi di Yanek. Non mi piaceva il suo entusiasmo. Ha fatto il segno della croce, hai visto? Crede?
DORA. Non pratica.
STEPAN. Ha l'anima religiosa, però. Era questo che ci separava. Io sono più aspro di lui, lo so. Per noi che non crediamo in Dio ci vuole giustizia assoluta altrimenti è disperazione.
DORA. Per lui la stessa giustizia è la disperazione.
STEPAN. Sì, un'anima debole. Ma la mano è forte. Vale più lui della sua anima. Lo ammazzerà certamente. Va bene, benissimo. Distruggere, ecco quel che ci vuole. Ma non dici nulla. (La guarda.) Lo ami?
DORA. Ci vuole tempo per amare. Abbiamo appena tempo per la giustizia.
STEPAN. Ha ragione. C'è troppo da fare: bisogna distruggere questo mondo totalmente... Poi... (Alla finestra.) Non li vedo più, sono arrivati.
DORA. Poi...
STEPAN. Ci ameremo.
DORA. Se ci saremo ancora.
STEPAN. Altrimenti si ameranno. Fa lo stesso.
DORA. Stepan, di' "odio".
STEPAN. Come?
DORA. Questa parola: "odio". Dilla.
STEPAN. Odio.
DORA. Bene. Yanek la pronunciava male.
STEPAN (dopo un silenzio e andando verso di lei). Capisco: mi disprezzi. Però sei sicura di aver ragione? (Silenzio, e con sempre più violenza.) State tutti a mercanteggiare quello che fate in nome dell'ignobile amore. Ma io non amo niente e odio, sì, odio i miei simili! Che ne farei del loro amore? L'ho provato in galera tre anni fa. Da tre anni me lo porto addosso. E vorresti che mi intenerissi e che trascinassi la bomba come una croce? No! No! Sono andato troppo lontano, so troppe cose... Guarda... (Si strappa la camicia. Dora fa un gesto verso di lui. Indietreggia davanti ai segni della frusta.) Sono segni! Segni del loro amore! E adesso mi disprezzi?
DORA. Chi disprezzerebbe il dolore. Amo anche te.
STEPAN. Perdonami Dora. (Una pausa. Si volta.) Forse è la stanchezza. Tanti anni di lotta, l'angoscia, le spie, la galera... e in ultimo questo. (Mostra i segni.) Dove troverei la forza di amare? Mi resta almeno quella di odiare. È sempre meglio di niente.
DORA. Sì, è sempre meglio di niente.

Stepan la guarda. Suonano le sette.

STEPAN (votlandosi bruscamente). Il Granduca sta per passare.

Dora va alla finestra e si schiaccia contro i vetri, lungo silenzio. Poi, da lontano, la carrozza si avvicina e passa.

STEPAN. Se è solo...

La carrozza si allontana. Una terribile esplosione. Dora sussulta e nasconde la testa tra le mani. Lungo silenzio.

STEPAN. Boria non ha lanciato la bomba. Yanek ce l'ha fatta. Ce l'ha fatta! O popolo! O gioia!
DORA (buttandoglisi addosso in lacrime). L'abbiamo ucciso! L'abbiamo ucciso! Sono stata io.
STEPAN (gridando). Chi abbiamo ucciso? Yanek?
DORA. Il Granduca.


S I P A R I O .

 

Atto Quarto
  

 

Una cella nella torre Pougatchev della prigione Boutirki. La mattina. Quando si alza il sipario, Kaliayev è nella sua cella e guarda la porta. Entrano un guardiano e un prigioniero, portando un secchio.

GUARDIANO. Pulisci. E sbrigati.

Se ne va verso la finestra. Foka comincia a pulire senza guardare Kaliayev. Silenzio.

KALIAYEV. Come ti chiami, fratello?
FOKA. Foka.
KALIAYEV. Sei stato condannato.
FOKA. Direi.
KALIAYEV. Avevi fame.
GUARDIANO. Piano.
KALIAYEV. Come?
GUARDIANO. Piano. Vi lascio parlare malgrado la consegna. Però perla più piano. Fai come il vecchio.
KALIAYEV. Avevi fame?
FOKA. No, avevo sete.
KALIAYEV. E allora?
FOKA. E allora c'era una accetta. Ho buttato giù tutto. Pare che ne abbia accoppati tre. (Kaliayev lo guarda.) E adesso, barine, non mi chiami più fratello? Ti ho raffreddato?
KALIAYEV. No. Anch'io ho ucciso.
FOKA. Quanti?
KALIAYEV. Te lo dirò, fratello, se vuoi. Ma rispondimi, sei pentito, è vero, di quello che hai fatto?
FOKA. Come no? Vent'anni sono tanti. C'è da rimpiangerli.
KALIAYEV. Vent'anni. Entro qui a ventitré anni e ne esco coi capelli grigi.
FOKA. Oh! Forse te la caverai meglio. Un giudice ha degli alti e bassi. Dipende se è sposato e con chi. Eppoi ei un barine. Non è la stessa tariffa dei poveri diavoli. Te la caverai.
KALIAYEV. Non lo credo e non lo voglio. Non potrei vergognarmi per vent'anni.
FOKA. La vergogna? Che vergogna? Tutte idee di barine. Quanti ne hai ammazzati?
KALIAYEV. Uno solo.
FOKA. Lo vedi bene, non è niente.
KALIAYEV. Ho ucciso il Granduca Sergio.
FOKA. Il Granduca? Accidenti! Ma guarda un po' questi barine. Dimmi un po', è grave?
KALIAYEV. È grave, ma era necessario.
FOKA. Perché? Vivevi a corte? Una storia di donne? No? Bello come sei...
KALIAYEV. Sono socialista.
GUARDIANO. Piano.
KALIAYEV (più forte). Sono socialista rivoluzionario.
FOKA. Che storia! E che bisogno avevi di fare il rivoluzionario. Se te ne fossi stato in pace tutto sarebbe andato per il meglio. La terra è fatta per i barine.
KALIAYEV. No, è fatta per te. C'è troppa miseria e troppi crimini. Quando ci sarà meno miseria ci saranno meno delitti. Se la terra fosse libera non ti troveresti qui.
FOKA. Sì e no. Però libero o no, a bere troppo ci rimetti sempre.
KALIAYEV. Ci si rimette sempre. Purtroppo si beve quando si è umiliati. Verrà un tempo che non sarà più necessario bere, che nessuno più si vergognerà, né barine né poveri diavoli. Saremo tutti fratelli e la giustizia ci renderà i cuori trasparenti. Sai di che cosa sto parlando?
FOKA. Sì, del regno di Dio.
GUARDIANO. Piano.
KALIAYEV. Non bisogna dire così, fratello. Dio non può nulla. La giustizia è affar nostro! (Un silenzio.) Non capisci? Sai la leggenda di San Dimitri?
FOKA. No.
KALIAYEV. Aveva appuntamento nella steppa con Dio in persona, ci stava correndo quando incontrò un paesano con un carro impantanato. Allora San Dimitri lo aiutò. Il fango era denso e il pantano profondo. Bisognò darsi da fare per un'ora. Appena finito, San Dimitri corse all'appuntamento. Ma Dio non c'era più.
FOKA. E allora?
KALIAYEV. E allora ci sono quelli che arriveranno sempre in ritardo agli appuntamenti perché ci sono troppi carri impantanati e troppi fratelli da soccorrere.

Foka indietreggia.

KALIAYEV. Che c'è?
GUARDIANO. Piano. E tu, vecchio, sbrigati.
FOKA. Non mi fido. Tutto ciò non è normale. Che pazzia è questa di andare in prigione per questioni di santi e di carri. E poi, ci deve essere dell'altro...

Il guardiano ride.

KALIAYEV (guardandolo). Cosa?
FOKA. Che fanno a quelli che ammazzano i granduchi?
KALIAYEV. Li impiccano.
FOKA. Ah!

Se ne va mentre il guardiano ride più forte.

KALIAYEV. Resta. Che t'ho fatto?
FOKA. Non mi hai fatto niente. E benché tu sia un barine non voglio ingannarti. Chiacchieriamo, passiamo il tempo così, ma se devi essere impiccato non va.
KALIAYEV. Perché?
GUARDIANO (ridendo). Su, via, veccio, parla...
FOKA. Perché non mi puoi parlare come a un fratello. Sono io che impicco i condannati.
KALIAYEV. Come, non sei un galeotto, anche tu?
FOKA. Appunto. Mi hanno proposto di fare questo lavoro e per ogni impiccato mi condonano un anno di prigione. È un buon affare.
KALIAYEV. Per perdonarti i tuoi delitti te ne fanno commettere altri?
FOKA. Non sono delitti perché c'è un ordine. E poi se ne infischiano. Se vuoi che te lo dica, non sono cristiani.
KALIAYEV. E quante volte, fin qui?
FOKA. Due volte.

Kaliayev indietreggia. Gli altri vanno verso la porta, il guardiano spingendo Foka.

KALIAYEV. Dunque sei un carnefice?
FOKA (Sulla porta). E tu, barine, forse no?

Esce. Si sentono dei passi, degli ordini. Entra Skouratov, elegantissimo, col guardiano.

SKOURATOV. Lasciateci. Buongiorno. Non mi conoscete? Io invece vi conosco. (Ride.) Già celebre eh? (Lo guarda.) Posso presentarmi? (Kaliayev non dice niente.) Non dite nulla? Capisco. La segregazione eh? Sono duri otto giorni di segregazione. Oggi l'abbiamo soppressa e avrete visite. Sono qui per questo d'altronde. Vi ho già mandato Foka. Eccezionale vero? Ho pensato che vi avrebbe interessato. Siete contento? Fa piacere vedere facce umane dopo otto giorni, no?
KALIAYEV. Dipende che facce.
SKOURATOV. Ottima voce, ben impostata. Sapete il fatto vostro. (Pausa.) Se capisco bene la mia faccia non vi va?
KALIAYEV. Sì.
SKOURATOV. Ne sono spiacente. Ma c'è un malinteso. Prima di tutto la luce è pessima. In un sotterraneo nessuno riesce simpatico. Per di più non mi conoscete. A volte un viso è scostante. Poi quando si penetra nel cuore...
KALIAYEV. Basta. Chi siete?
SKOURATOV. Skouratov, direttore del compartimento di polizia.
KALIAYEV. Un servo.
SKOURATOV. Per servirvi. Ma al vostro posto sarei meno fiero. Più in là cambierete forse. Si comincia con il voler la giustizia e si finisce con organizzare una polizia. Del resto non ho paura della verità. Sarò franco con voi. M'interessate e vi offro il mezzo di ottenere la vostra grazia.
KALIAYEV. Quale grazia?
SKOURATOV. Come quale grazia? Vi offro la possibilità di aver salva la vita.
KALIAYEV. E chi ve l'ha chiesto?
SKOURATOV. Non si chiede la vita, caro mio. Si riceve. Avete mai fatto grazia a nessuno? (Una pausa.) Cercate bene.
KALIAYEV. Rifiuto la vostra grazia, una volta per sempre.
SKOURATOV. Almeno ascoltatemi. Non sono vostro nemico malgrado le apparenze. Ammetto che possiate anche aver ragione per quel che pensate. Salvo per l'assassinio...
KALIAYEV. Vi proibisco d'impiegare questa parola.
SKOURATOV (guardandolo). Ah! avete i nervi fragili? (Una pausa.) Sinceramente vorrei aiutarvi.
KALIAYEV. Aiutarmi? Io sono pronto a pagare lo scotto. Ma questa vostra confidenza con me non la sopporterò. Lasciatemi in pace.
SKOURATOV. L'accusa che pesa su di voi...
KALIAYEV. Rettifico.
SKOURATOV. Come?
KALIAYEV. Rettifico. Sono un prigioniero di guerra, non un accusato.
SKOURATOV. Se volete. Però i danni ci sono stati, no? A parte il Granduca e la politica. C'è stata perlomeno la morte di un uomo. E che morte!
KALIAYEV. Ho lanciato la bomba sulla vostra tirannia, non su di un uomo.
SKOURATOV. Sicuro. Però è l'uomo che l'ha ricevuta. E non direi che ne è uscito ben conciato. Figuratevi, caro, che quando hanno ritrovato il corpo mancava la testa. Scomparsa la testa! Per il resto, soltanto un braccio e una parte di gamba sono stati riconosciuti.
KALIAYEV. Ho eseguito una sentenza.
SKOURATOV. Forse. Forse. Ma non vi si rimprovera la sentenza. Cos'è una sentenza? Una parola sulla quale si può discutere notti intere. Vi si rimprovera... no, non vi piacerebbe la parola... diciamo dunque un lavoro da dilettante, un po' disordinato, di cui i risultati, sì, sono fuori discussione. Tutti li hanno potuti vedere. Domandate alla Granduchessa. C'era sangue, capite, molto sangue.
KALIAYEV. Tacete.
SKOURATOV. Bene. Volevo semplicemente dire che se vi ostinate a parlare della sentenza, a dire che è stato il partito, e solo lui, a giudicare e ad eseguire, che il Granduca è stato ucciso non da una bomba ma da una idea, allora non è necessaria la grazia. Ammettete però che si ritorni all'evidenza, ammettete che siate stato voi a far saltare la testa del Granduca, allora tutto cambia, non vi pare? Vi ci vorrà la grazia. Vi voglio aiutare ad ottenerla. Per pura simpatia, credetemi. (Sorride.) Che volete, non m'interesso delle idee, io, m'interesso delle persone.
KALIAYEV (scoppiando). La mia persona è al di sopra di voi e dei vostri padroni. Potete uccidermi, non giudicarmi. So a che mirate. Cercate un punto debole e vi aspettate da me un'attitudine vergognosa, lacrime, pentimenti. Non otterrete niente. Quel che sono non vi riguarda. Quel che vi riguarda è il nostro odio, il mio e quello dei miei fratelli. E quest'odio è al vostro servizio.
SKOURATOV. L'odio? Un'altra idea. Quello che non è un'idea però è l'omicidio. E naturalmente le sue conseguenze. Cioè il pentimento e il castigo. Qui siamo al nocciolo. È per questo che mi sono fatto poliziotto. Per essere al centro di ogni cosa. Ma non vi piacciono le confidenze. (Una pausa. Si avvicina lentamente a lui.) Tutto quanto volevo dire è che non dovreste fare quello che dimentica la testa del Granduca. Se ne teneste conto, l'idea non vi servirebbe a niente. Per esempio vi vergognereste, invece di esser fiero di ciò che avete fatto. E dal momento che comincerete a vergognarvi vi sentirete il desiderio di vivere per riparare. Ciò che più importa è che decidiate di vivere.
KALIAYEV. E se coì decidessi?
SKOURATOV. La grazia per voi e i vostri compagni.
KALIAYEV. Li avete arrestati?
SKOURATOV. Per essere precisi no. Ma se decidete di vivere li arresteremo.
KALIAYEV. Ho capito bene?
SKOURATOV. Sicuro. Ma non vi arrabbiate ancora. Riflettete. Dal punto di vista dell'idea non ce li potete consegnare. Dal punto di vista dell'evidenza, al contrario, è un servizio che gli rendereste. Gli evitereste nuove seccature e li salvereste dal capestro. E soprattutto otterreste la pace del cuore. Da molti punti di vista è un affare d'oro. (Kaliayev tace.) E allora?
KALIAYEV. I miei fratelli vi risponderanno tra poco.
SKOURATOV. Ancora un delitto? È una vera vocazione. Bene, la mia missione è finita. Sono veramente dolente. Ma vedo che siete attaccato alle vostre idee. Non posso farvele abbandonare.
KALIAYEV. Non potete farmi abbandonare i miei fratelli.
SKOURATOV. Arrivederci. (Fa come per uscire e voltandosi.) Come mai, in questo caso, avete risparmiato la Granduchessa e i suoi nipoti?
KALIAYEV. Chi ve l'ha detto?
SKOURATOV. Il vostro informatore informava anche noi. In parte almeno... Ma perché li avete risparmiati?
KALIAYEV. Questo non vi riguarda.
SKOURATOV (ridendo). Credete? Vi dirò io perché. Un'idea può uccidere un Granduca ma riesce difficilmente a uccidere dei bambini. Ecco quel che avete scoperto. E qui si tratta di sapere: se l'idea non riesce ad uccidere i bambini, vale forse la morte di un Granduca? (Kaliayev fa un gesto.) Non mi rispondete! Soprattutto non mi rispondete! Risponderete alla Granduchessa.
KALIAYEV. Alla Granduchessa?
SKOURATOV. Sì, vi vuole vedere. Ed ero venuto specialmente per assicurarmi che questa conversazione fosse possibile. Lo è. Rischia anche di farvi cambiare idea. La Granduchessa è cristiana. Sappiate che l'anima è la sua specialità.

Ride.

KALIAYEV. Non voglio vederla.
SKOURATOV. Sono dolente, ci tiene. Dopotutto le dovete qualche riguardo. Dicono pure che dopo la morte di suo marito non ha più tutta la sua ragione. Non abbiamo voluto contraddirla. (Alla porta.) Se cambiate idea non dimenticate la mia proposta. Tornerò. (Pausa. Ascolta.) Eccola. Dopo la polizia, la religione! Vi lusingano veramente. Ma una cosa tira l'altra. Immaginate Dio senza le prigioni. Che solitudine!

Esce. Si odono voci e ordini. Entra la Granduchessa che resta immobile e silenziosa. La porta è aperta.

KALIAYEV. Che volete?
LA GRANDUCHESSA (scoprendo il viso). Guarda. (Kaliayev tace.) Molte cose muoiono insieme ad un uomo.
KALIAYEV. Lo sapevo.
LA GRANDUCHESSA (con naturalezza ma con una piccola voce logora). Chi uccide non sa queste cose. Se le sapesse come farebbe ad uccidere?

Silenzio.

KALIAYEV. Vi ho vista. Ora però desidero rimanere solo.
LA GRANDUCHESSA. No, anch'io voglio guardarti. (Kaliayev indietreggia. La Granduchessa si siede come esaurita.) Non posso più restare sola. Prima quando soffrivo, Lui vedeva la mia sofferenza. Soffrire era dolce allora. Oggi... No, non ne potevo più di restare sola, di tacere... Ma con chi parlare? Gli altri non sanno. Fanno finta di essere tristi. Forse lo sono un'ora o due. Poi vanno a mangiare e a dormire. Specialmente dormire... Ho pensato che mi dovevi somigliare. Non dormi tu, ne sono sicura. E poi a chi altro parlare del crimine se non al suo autore?
KALIAYEV. Quale crimine? Non mi ricordo che di un atto di giustizia.
LA GRANDUCHESSA. La stessa voce. Hai parlato con a stessa voce sua. Tutti gli uomini hanno lo stesso tono per parlare della giustizia. Lui diceva "Questo è giusto!" e tutti dovevano tacere. Forse si sbagliava, forse ti sbagli anche tu...
KALIAYEV. Lui incarnava la suprema ingiustizia, quella che opprime il popolo russo da secoli. E per questo riceveva solo privilegi. Anche se mi fossi sbagliato, la prigione e la morte sono il mio salario.
LA GRANDUCHESSA. Sì, soffri. Ma lui, tu l'hai ucciso.
KALIAYEV. È morto di sorpresa. Morire così, non è niente.
LA GRANDUCHESSA. Niente? (Abbassando la voce.) È vero. Ti hanno portato via subito. Pare che facevi un discorso tra i poliziotti. Capisco. Ti era d'aiuto. Io sono arrivata qualche secondo dopo. Ho visto. Ho messo su una barella tutto quanto potevo trascinare. Quanto sangue. (Una pausa.) Avevo un vestito bianco...
KALIAYEV. Tacete.
LA GRANDUCHESSA. Perché? Dico la verità. Sai cosa faceva due ore prima di morire? Dormiva. Su una poltrona, i piedi su una sedia... come sempre. Dormiva e tu l'aspettavi nella sera spietata... (Piange.) Aiutami tu adesso. (Kaliayev indietreggia, irrigidito.) Sei giovane. Non puoi essere cattivo.
KALIAYEV. Non ho avuto il tempo di esser giovane.
LA GRANDUCHESSA. Perché irrigidirti così? Non hai mai pietà di te stesso?
KALIAYEV. No.
LA GRANDUCHESSA. Hai torto. È un sollievo. Io ormai non ho pietà che per me stessa. (Una pausa.) Soffro. Bisognava uccidermi con lui invece di risparmiarmi.
KALIAYEV. Non ho risparmiato voi, ma i bambini che erano con voi.
LA GRANDUCHESSA. Lo so... a loro io non volevo molto bene. (Una pausa.) Sono i nipoti del Granduca. Non erano colpevoli anche loro come lo zio?
KALIAYEV. No.
LA GRANDUCHESSA. Li conosci? Mia nipote non ha cuore. Rifiuta di fare lei stessa l'elemosina ai poveri. Ha paura di toccarli. Non è ingiusta? È ingiusta. Lui almeno amava i paesani. Beveva con loro. E tu l'hai ucciso. Certo anche tu sei ingiusto. La terra è deserta.
KALIAYEV. Tutto ciò è inutile. State provando a distruggere la mia forza e di ridurmi alla disperazione. Non ci riuscirete. Andate via.
LA GRANDUCHESSA. Non vorresti pregare con me, pentirti... Non saremo più soli.
KALIAYEV. Lasciate che io mi prepari alla morte. Se non morissi, allora sì sarei un assassino.
LA GRANDUCHESSA (si alza). La morte? Vuoi morire? No. (Va verso Kaliayev molto agitata.) Devi vivere e consentire ad essere un assassino. Non l'hai forse ucciso tu? Dio ti renderà giustizia.
KALIAYEV. Quale Dio? Il mio o il vostro?
LA GRANDUCHESSA. Quello della Santa Chiesa.
KALIAYEV. La Chiesa non c'entra.
LA GRANDUCHESSA. Serve un maestro che è stato anche lui in prigione.
KALIAYEV. I tempi sono mutati. E la Santa Chiesa ha fatto la sua scelta nel retaggio del maestro.
LA GRANDUCHESSA. Di che scelta vuoi parlare?
KALIAYEV. Essa ha tenuto per sé la grazia ed ha lasciato a noi la cura di esercitare la carità.
LA GRANDUCHESSA. Chi noi?
KALIAYEV (gridando). Tutti quelli che voi impiccate.

Silenzio.

LA GRANDUCHESSA (piano). Non sono vostra nemica.
KALIAYEV (con disperazione). Lo siete come lo sono tutti quelli della vostra razza e della vostra classe. C'è qualcosa di più abbietto del criminale, ed è chi lo spinge al crimine per il quale non era nato. Guardatemi. Vi giuro che non ero nato per ammazzare.
LA GRANDUCHESSA. Non mi parlate come a una nemica. Guardate. (Va a chiudere la porta.) Mi rimetto a voi. (Piange.) Il sangue ci separa. Ma potete raggiungermi in Dio proprio lì dove è la mia pena. Pregate almeno per me.
KALIAYEV. Rifiuto. (Va verso di lei.) Non ho per voi che compassione, mi avete toccato il cuore. Adesso mi capirete perché non vi nasconderò niente. Non spero più nell'appuntamento con Dio. Ma, morendo, sarò puntuale all'appuntamento preso con quelli che amo, i miei fratelli che in questo momento pensano a me. Pregare sarebbe tradirli.
LA GRANDUCHESSA. Cosa volete dire?
KALIAYEV (esaltandosi). Nulla, se non che sto per esser felice. Ho una lunga lotta da sostenere e la sosterrò. Ma una volta la condanna pronunciata e l'esecuzione pronta, allora ai piedi del patibolo volterò le spalle a voi e a questo mondo orribile e mi lascerò andare all'amore che mi pervade. Capite?
LA GRANDUCHESSA. Non c'è amore lontano da Dio.
KALIAYEV. Sì, l'amore per le creature.
LA GRANDUCHESSA. Le creature sono abbiette. Che si può fare altro se non annientarle o perdonarle?
KALIAYEV. Morire con loro.
LA GRANDUCHESSA. Si muore soli. È morto solo, lui.
KALIAYEV (con disperazione). Morire con loro! Oggi quelli che si amano devono morire insieme per essere riuniti. L'ingiustizia separa, la vergogna, il dolore, il male che si fa agli altri, il crimine separano. Vivere è una tortura perché vivere separa...
LA GRANDUCHESSA. Dio riunisce.
KALIAYEV. Non su questa terra. Ed i miei appuntamenti sono su questa terra.
LA GRANDUCHESSA. È l'appuntamento dei cani, naso al suolo, sempre fiutando, sempre delusi.
KALIAYEV (voltato verso la finestra). Presto lo saprò. (Una pausa.) Ma non ci si può immaginare sin d'ora due esseri che rifiutandosi ogni gioia si amino nel dolore, incapaci di darsi un altro appuntamento se non quello del dolore? (La guarda.) E allora non si può immaginare che la stessa corda unisca questi due esseri?
LA GRANDUCHESSA. E qual è questo terribile amore?
KALIAYEV. Voi e i vostri non ce ne avete mai permesso un altro.
LA GRANDUCHESSA. Anch'io amavo quello che avete ucciso.
KALIAYEV. L'ho capito e perciò vi perdono il male che voi ed i vostri mi avete fatto. (Una pausa.) E adesso, andate. (Lungo silenzio.)
LA GRANDUCHESSA. Vi lascio. Ma sono venuta qui per riportarvi a Dio, lo so ora. Voi volete giudicarvi e salvarvi da solo. Non potete farlo. Dio lo potrà se vivrete. Domanderò la vostra grazia.
KALIAYEV. Ve ne supplico, non lo fate. Lasciatemi morire o vi odierò mortalmente.
LA GRANDUCHESSA (sulla porta). Domanderò la vostra grazia, agli uomini e a Dio.
KALIAYEV. No, no, ve lo proibisco. (Corre verso la porta e ci trova Skouratov. Kaliayev indietreggia, chiude gli occhi. Silenzio. Poi guarda di nuovo Skouratov.) Ho bisogno di voi.
SKOURATOV. Ne sono felice. Che posso fare?
KALIAYEV. Avevo bisogno di disprezzare di nuovo.
SKOURATOV. Peccato. Ero venuto per la vostra risposta.
KALIAYEV. Ora ve l'ho data.
SKOURATOV (cambiando tono). No, non l'ho ancora. Ascoltate bene. Ho reso possibile questo colloquio con la Granduchessa per poterne pubblicare domani la notizia sui giornali. Il resoconto sarà esatto, salvo per un particolare. Dirà che avete ammesso di essere pentito. I vostri compagni penseranno che li avete traditi.
KALIAYEV (tranquillamente). Non lo crederanno.
SKOURATOV. Impedirò questa pubblicazione solo se vi decidete a cantare. Avete la notte per decidere. (Si avvia verso la porta.)
KALIAYEV (più forte). Non lo crederanno.
SKOURATOV (voltandosi). Perché? Non hanno mai peccato loro?
KALIAYEV. Non conoscete il loro amore.
SKOURATOV. No. Ma so che non si può credere alla fraternità per tutta una notte senza un solo minuto di debolezza. Aspetterò questa debolezza. (Chiude la porta dietro di sé.) Non vi affrettate. Sono paziente. (Restano faccia a faccia.)


S I P A R I O .

 

Atto Quinto
  

 

Un altro appartamento ma dello stesso genere. Una settimana dopo, la notte. Silenzio. Dora passeggia su e giù.

ANNENKOV. Riposati, Dora.
DORA. Ho freddo.
ANNENKOV. Vieni a stenderti qui. Copriti.
DORA (sempre camminando). La notte è lunga. Come ho freddo, Boria. (Bussano. Un colpo, poi due. Annenkov va ad aprire. Entrano Stepan e Voinov che va da Dora e l'abbraccia. Dora lo stringe a sé.) Alexis!
STEPAN. Orlov dice che potrebbe aver luogo stanotte. Tutti i sottufficiali che non sono di servizio sono convocati. È per questo che lui pure sarà presente.
ANNENKOV. Dove lo ritrovi?
STEPAN. Ci aspetterà, Voinov e me, alla trattoria della via Sophiskaia.
DORA (che s'è seduta sfinita). È per questa notte, Boria.
ANNENKOV. C'è anora speranza, la decisione dipende dallo zar.
STEPAN. La decisione dipende dallo zar se Yanek ha chiesto la grazia.
DORA. No, non l'ha chiesta.
STEPAN. E perché avrebbe visto la Granduchessa se non per la grazia? La Granduchessa ha fatto dire ovunque che lui si era pentito. Come sapremo la verità?
DORA. Sappiamo cosa ha detto davanti al Tribunale e cosa ha scritto. Yanek non ha detto che rimpiangeva di disporre solo di una vita da gettare come una sfida all'autocrazia? Credete che l'uomo che ha detto queste parole possa mendicare la propria grazia, pentirsi? No, voleva morire. Quello che ha fatto non si rinnega.
STEPAN. Ha avuto torto di vedere la Granduchessa.
DORA. Lui solo può dirlo.
STEPAN. Secondo la nostra regola non la doveva vedere.
DORA. La nostra regola è di uccidere, e basta. Adesso è libero, è libero finalmente.
STEPAN. Non ancora.
DORA. È libero. Ha il diritto di fare quello che vuole, così vicino alla morte. Perché morrà, potete star contenti!
ANNENKOV. Dora!
DORA. Ma certo se ottenesse la grazia, che trionfo! Non sarebbe forse la prova che la Granduchessa ha detto il vero che si è pentito e che ha tradito? Al contrario se muore, crederete in lui e potrete ancora amarlo. (Li guarda.) Il vostro amore costa caro.
VOINOV (andando da lei). No, Dora. Non abbiamo mai dubitato di lui.
DORA (andando su e giù). Sì... forse... perdonatemi. Ma dopotutto poco importa! Sapremo questa notte... Ah! povero Alexis, che sei venuto a fare qui?
VOINOV. A prendere il suo posto. Piangevo, mi sono sentito fiero leggendo il suo discorso al processo. Quando ho letto: "La morte sarà la mia suprema protesta contro un mondo di lacrime e sangue..." mi sono messo a tremare.
DORA. Un mondo di lacrime e sangue... ha detto così, è vero.
VOINOV. L'ha detto. Ah, Dora, che coraggio! E alla fine il suo grande grido: "Se mi sono trovato all'altezza della protesta umana contro la violenza, sia la morte a coronare la mia opera con la purezza dell'idea." Ho deciso allora di venire.
DORA (nascondendo la testa tra le mani). Voleva la purezza infatti. Ma che tremenda maniera di incoronarla.
VOINOV. Non piangere, Dora. Ha chiesto che nessuno piangesse per la sua morte. Oh, lo capisco tanto bene adesso. Non posso dubitare di lui. Ho sofferto perché sono stato vigliacco. Poi ho lanciato la bomba a Tiflis. Adesso non sono diverso da Yanek. Da quando ho appreso la sua condanna ho una sola idea: prendere il suo posto poiché non gli sono potuto stare accanto.
DORA. E chi può prendere il suo posto stasera! Lui sarà solo, Alexis.
VOINOV. Dobbiamo sostenerlo con la nostra fierezza come lui ci sostiene col suo esempio. Non piangere.
DORA. Guardami. Ho gli occhi asciutti. Ma fiera, oh no, mai più potrò essere fiera!
STEPAN. Non mi giudicare male. Mi auguro che Yanek viva. Abbiamo bisogno di uomini come lui.
DORA. Lui non se lo augura. E noi dobbiamo desiderare che muoia.
ANNENKOV. Sei matta.
DORA. Dobbiamo desiderarlo. Conosco il suo cuore. Solo così ritroverà la pace. Oh sì, che muoia! (A voce più bassa.) Ma che muoia presto.
STEPAN. Me ne vado Boria. Vieni Alexis. Orlov ci aspetta.
ANNENKOV. Bene, ma fate presto.

Stepan e Voinov si avviano alla porta. Stepan guarda verso Dora.

STEPAN. Presto sapremo tutto. Abbi cura di lei.

Dora se ne sta alla finestra. Annenkov la guarda.

DORA. La morte! Il capestro! Sempre la morte! Ah! Boria!
ANNENKOV. Sì, sorellina. Ma non c'è altra soluzione.
DORA. Non lo dire. Se l'unica soluzione è la morte allora non siamo sulla strada buona. La strada buona è quella che conduce alla vita, al sole. Non si può sempre avere freddo...
ANNENKOV. Anche l'altra conduce alla vita. Alla vita degli altri. La Russia vivrà, i nostri nipoti vivranno. Ricordati di quel che diceva Yanek: "La Russia sarà bella."
DORA. Gli altri, i nostri nipoti... Certo. Ma Yanek è in prigione e la corda è fredda. Morrà. Forse è già morto perché gli altri vivano. Ah! Boria, e se gli altri non vivessero? E se morisse inutilmente?
ANNENKOV. Taci.

Silenzio.

DORA. Che freddo! Eppure siamo in primavera. Nel cortile della prigione ci sono gli alberi. Lo so. Li deve vedere.
ANNENKOV. Aspetta di sapere. Non tremare così.
DORA. Ho tanto freddo che mi sembra già di esser morta. (Una pausa.) Tutto ciò ci fa invecchiare così presto. Non saremo mai più dei bambini, Boria. Al primo attentato, l'infanzia se ne va. Lancio la bomba e in un secondo, vedi, passa tutta una vita. Adesso sì che possiamo morire. Abbiamo visto l'uomo veramente sotto ogni suo aspetto.
ANNENKOV. Allora morremo lottando, come fanno gli uomini.
DORA. Siete andati troppo in fretta. Non siete più degli uomini.
ANNENKOV. Anche la sventura e la miseria vanno in fretta. Non c'è più pazienza in questo mondo e non c'è più tempo per maturare. La Russia ha fretta.
DORA. Lo so. Ci siamo addossati la sventura del mondo. Anche lui se l'era addossata. Che coraggio! Ma temo a volte che questo nostro orgoglio venga punito.
ANNENKOV. È un orgoglio che paghiamo con la nostra vita. Nessuno può fare di più. È un orgoglio al quale abbiamo diritto.
DORA. Ma siamo sicuri che nessuno farà di più? A volte quando ascolto Stepan, ho paura. Altri verranno forse che, valendosi di noi, uccideranno senza pagare con la propria vita.
ANNENKOV. Sarebbe una vigliaccheria, Dora.
DORA. Chissà, è forse quella la giustizia. Ma nessuno più allora oserà guardarla in faccia.
ANNENKOV. Dora!

Tace.

ANNENKOV. Sei forse presa dai dubbi? Non ti riconosco più.
DORA. Ho freddo. Penso a lui che non trema, per non far credere di avere paura.
ANNENKOV. Dimmi, Dora, sei ancora con noi?
DORA (gli si butta addosso). Oh Boria, sì sono sempre con voi! Lo sarò fino alla fine. Odio la tirannia e so che non possiamo agire diversamente. Ma è col cuore in festa che ho scelto la causa ed è col cuore afflitto che ci rimango. Ecco la differenza. Siamo dei prigionieri.
ANNENKOV. Tutta la Russia è in prigione. Ma noi faremo saltare in aria i muri della sua prigione.
DORA. Fammi lanciare la bomba e vedrai. M'inoltrerò nella fornace senza affrettare il passo. È facile. È talmente più facile morire delle proprie contraddizioni che viverne. Hai mai amato, hai mai provato ad amare, Boria?
ANNENKOV. Ho amato, ma tanto tempo fa che non me lo ricordo più.
DORA. Per quanto tempo?
ANNENKOV. Per quattro anni.
DORA. Da quando è che dirigi l'Organizzazione?
ANNENKOV. Da quattro anni. (Una pausa). Ora amo l'Organizzazione.
DORA (andando verso la finestra). Amare, sì, ma esser amata!... Ma no, bisogna andare avanti. Ci si vorrebbe fermare. Avanti! Avanti! Si vorrebbe stendere le braccia e lasciarsi andare. Ma questa sudicia ingiustizia si attacca a noi come il vischio. Avanti! Eccoci condannati ad esser più grandi di noi stessi. Gli esseri, i volti, ecco cosa si vorrebbe amare. Meglio l'amore che la giustizia! Ma no, bisogna andare avanti. Avanti, Dora! Avanti, Yanek! (Piange.) Ma lui è vicino alla meta.
ANNENKOV (prendendola tra le braccia). Sarà graziato.
DORA (guardandolo). Sai bene che non è possibile. Che bisogna che non lo sia. (Annenkov volge lo sguardo altrove.) Forse è già uscito nel cortile. Tutti tacciono al suo apparire. Purché non abbia freddo. Boria, lo sai, tu, come si fa ad impiccare?
ANNENKOV. In capo a una corda. Basta, Dora!
DORA (ciecamente). Il boia salta sulle spalle. Il collo si schianta. Non ti sembra terribile?
ANNENKOV. In un certo senso sì, ma in un altro senso è la felicità.
DORA. La felicità?
ANNENKOV. Sentire il contatto di una mano umana prima di morire.

Dora si butta su di una poltrona. Silenzio.

ANNENKOV. Dora, ce ne dovremo andare via dopo. Ci riposeremo un po'.
DORA (smarrita). Andare via? Con chi?
ANNENKOV. Con me, Dora.
DORA (lo guarda). Andar via! (Volge lo sguardo alla finestra.) Ecco l'alba. Yanek è già morto, ne sono sicura.
ANNENKOV. Sono tuo fratello.
DORA. Sì, sei mio fratello. Siete tutti i miei fratelli che amo. (Si sente scrosciare la pioggia. Si fa giorno.) Ma che sapore spaventoso, a volte, ha la fraternità! (Bussano. Entrano Voinov e Stepan. Tutti restano immobili, Dora vacilla ma si riprende con uno sforzo visibile.)
STEPAN (a voce bassa). Yanek non ha tradito.
ANNENKOV. Orlov ha potuto assistere?
STEPAN. Sì.
DORA (va verso di lui con passo fermo). Siediti. Racconta.
STEPAN. A che pro?
DORA. Racconta tutto. Ho il diritto di sapere. Esigo che tu racconti tutto. In dettaglio.
STEPAN. Non saprei. E adesso dobbiamo andar via...
DORA. No, invece parlerai. Quando l'hanno avvertito?
STEPAN. Alle dieci di sera.
DORA. Quando l'hanno impiccato?
STEPAN. Alle due del mattino.
DORA. E per quattro ore ha aspettato?
STEPAN. Sì, senza dire una parola. Poi tutto è precipitato. Adesso è finito.
DORA. Quattro ore senza parlare? Aspetta un po'. Come era vestito? Portava il pellicciotto?
STEPAN. No, era tutto in nero, senza soprabito. Portava un feltro nero.
DORA. Che tempo faceva?
STEPAN. Notte fonda. La neve era sporca e con la pioggia è diventata melma.
DORA. Tremava?
STEPAN. No.
DORA. Orlov ha potuto incontrare il suo sguardo?
STEPAN. No.
DORA. Cosa guardava?
STEPAN. Tutti quanti, ha detto Orlov, senza veder nessuno.
DORA. Dopo, dopo?
STEPAN. Lascia stare, Dora.
DORA. No, voglio sapere. La sua morte almeno mi appartiene.
STEPAN. Gli hanno letto la condanna.
DORA. E lui che faceva?
STEPAN. Nulla. A un dato momento si è messo a scuotere la gamba per mandar via un po' di fango che gli macchiava la scarpa.
DORA (la testa tra le mani). Un po' di fango!
ANNENKOV (bruscamente). Come lo sai? (Stepan tace.) L'hai chiesto a Orlov? Perché?
STEPAN (senza guardarlo). C'era qualche cosa tra Yanek e me.
ANNENKOV. Che cosa?
STEPAN. Lo invidiavo.
DORA. E poi, Stepan, e poi?
STEPAN. Padre Florenski gli ha presentato il crocefisso. Ha rifiutato di baciarlo. E ha dichiarato: "Vi ho già detto che l'ho fatta finita con la vita, e che sono in regola con la morte."
DORA. Che voce aveva?
STEPAN. Esattamente la stessa. Senza la febbre e l'impazienza che gli avete conosciute.
DORA. Sembrava felice?
ANNENKOV. Sei matta?
DORA. Sì, sì, ne sono sicura, sembrava felice. Sarebbe troppo ingiusto rinunciare alla felicità nella vita per prepararsi meglio al sacrificio, e non trovare la felicità nella morte. Era felice e se n'è andato sereno al patibolo. Non è vero?
STEPAN. C'è andato. Cantavano sul fiume, lì di sotto, con una fisarmonica. In quel momento i cani hanno abbaiato.
DORA. È allora che è salito...
STEPAN. È salito. È scomparso nella notte. Si è appena visto il lenzuolo con cui il boia l'aveva coperto tutto intero.
DORA. E poi, e poi...
STEPAN. Dei rumori sordi.
DORA. Dei rumori sordi. Yanek! E poi... (Stepan tace. Con violenza.) E poi? Rispondi. (Stepan tace.) Parla tu Alexis. E poi?
VOINOV. Un tonfo terribile.
DORA. Ah! (Si butta contro il muro. Stepan volge la testa. Annenkov, atono, piange. Dora si volta. Li guarda con le spalle al muro con voce cambiata, smarrita.) Non piangete. No, non piangete. Non capite che oggi è giorno di giustizia per noi? È giunta l'ora in cui si innalza la testimonianza di noi rivoluzionari: Yanek non è un assassino. Un tonfo terribile! È bastato un tonfo terribile per farlo tornare all'allegrezza della sua infanzia. Vi ricordate il suo riso? Quante volte rideva senza ragione! Come era giovane! Ride adesso. Ride, la faccia contro terra! (Va verso Annenkov.) Boria, mi sei fratello? Hai promesso di aiutarmi?
ANNENKOV. Sì.
DORA. Allora fallo per me. Dammi la bomba. (Annenkov la guarda.) Sì, la prossima volta la voglio lanciare io. Voglio essere la prima a lanciarla.
ANNENKOV. Lo sai che non vogliamo donne in prima fila.
DORA (con un grido). Sono forse una donna adesso? (La guardano. Silenzio.)
VOINOV (piano). Accetta, Boria.
STEPAN. Sì, accetta.
ANNENKOV. Toccava a te, Stepan.
STEPAN (guardando Dora). Accetta. Mi rassomiglia adesso.
DORA. Me la darai vero? La lancerò E più tardi in una notte fredda...
ANNENKOV. Sì, Dora.
DORA (piange). Yanek! Una notte fredda e la stessa corda! Tutto sarà più facile, ora.


S I P A R I O .