| PISS
AND LOATHE |
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29.03.2008 :: Anche questa sezione a questo punto è quasi abbandonata (ribadisco quasi), in quanto da un mesetto circa dedico la mia sgargiante poeticità al mio blog, dioconlaminuscola.splinder.com, come le altre volte se avete delle lamentele tenetevele pure per voi. |
Piss And Loathe è il titolo di un sito che gestivo tempo fa, di cui questo 'angolo del creativo' faceva parte - io poeta compositore coglione gran lup mann e chi più ne ha più ne metta. Sono disposto a mettere online anche roba altrui pervenutami via mail, purché la ritenga valida e pertinente.
canto folle del poeta buffone PiSS ~ aprile 2004
piss&loathe one man band project PiSS ~ giugno 2005
dio con la minuscola PiSS ~ 24 dicembre 2005
AMORIRE o "l'eterno ritorno di te" PiSS ~ 27 luglio 2006
semplice PiSS ~ 20 marzo 2007
lettera d'amore PiSS ~ 30 maggio 2007
winterness PiSS ~ 02 luglio 2007
AMORIRE #2 o "repetita juvant" PiSS ~ 29 luglio 2007
il volo PiSS ~ 22 agosto 2007
tripudio d'inverno o "del perfetto amore" PiSS ~ 02 gennaio 2008
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canto folle del poeta buffone
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| APRILE 2004 |
| I
Non si vive per
starsene a guardare.
Ho scoperto di essere poesia
e voglio urlarlo a tutti.
Non smetterò mai.
II
Vivevo da uomo libero
quando la solitudine era libertà
e da capobranco a volte
ingannandomi di fronte a uno specchio.
Ero solo come le stelle
nel cielo profumato e tetro di
primavera. E brillavo.
Ridevo della luna e dei lupi
che le ululavano addosso
e in silenzio aspettavo di uscire
e addormentarmi e sognare.
Bastava aprir la porta e gridare
per farsi sentire. Ma persino un buffone
vuole essere libero a volte
di pregare e imbrogliarsi e brillare.
III
Il piccolo uomo sognava di morire ma non
poteva. Lui non aveva gambe per danzare
e niente braccia per stringer l'amore.
Ogni notte (perché nessuno lo vedeva)
coi denti apriva una cassetta
e ogni notte vi piangeva. Vi lasciava cadere una
lacrima. Una soltanto. Poi prima di dormire la richiudeva.
Un vecchio uomo stanotte ha riaperto la cassetta. È
una notte come tante altre solo più ultima e fredda
e all'improvviso
il piccolo scrigno ha sputato l'oceano
e il mare di sale e denso di una vita d'inferno.
Il vecchio uomo sta affogando nel suo abisso
e cadendo sorride
martire e sovrano d'un sogno. Finalmente.
Dicono che mare faccia rima con sognare
e che morire sia un po' come scopare. Nel mio sogno
sento sussurrare il suo nome.
IV
A che serve far sogni hanno chiesto
e chinarsi di notte sull'erba e scolarsi
un oceano di roccia e montagna
e di vita e rottami. A che serve ubriachi
riguardare domani e gridarsi ci siamo.
Qualcuno è già stato qui tante volte
e ha sporcato per terra prima di andare.
Qualcuno ha vissuto senza
farsi vedere. Senza
ululare alla luna. Senza
credersi folle
poeta
buffone.
Io ho solo voglia di ridere
e non stare a aspettare.
V
Non c'è nulla di serio
nella vita di un uomo.
La mia musa serena ed io
moriremo nello stesso letto
in un giorno come altri di vita e
di niente.
E poi ecco. Rassegnati e sorpresi
noi godremo d'amore
e di ciò che non siamo.
VI
Siamo attori di circo smarriti
a osservare da fuori un tendone non nostro
e a pensare che dentro magari non piove
e fa un po' meno freddo.
Recitiamo le nostre battute
e fermiamo i passanti chiedendo
un ombrello un passaggio o un sorriso
da chiamare casa vivere o felicità.
E alla nostra serata non serve nient'altro.
VII
Siamo il riflesso di facce immortali
dai contorni ingialliti e incazzati
incollate sui muri da anni
come volti di eterni banditi.
Credevamo alla notte dell'anima
e al tesoro etilico dei giusti
satira e pazzia e poesia d'ignoranti
e musica ironica e dionisiaca speranza.
Credevamo persino all'amore
senza aver mai amato o
aver mai visto amare. Senza mai pensare
a cos'altro saremmo poi stati.
Nichilisti e puttane appostati
sui marciapiedi del mondo. Sognavamo l'amore
e l'abbiamo.
VIII
Far la guerra nei giorni di pace
e non starsene fermi. Era questo
un po' il senso di tutto
e lo è ancora.
E poi noi. Capibranco e pagliacci
e banditi e piccoli uomini che
risalgono i viali nelle notti d'estate
soffocati d'amore.
Ci fermiamo sul ponte a vomitare
ad aggiungere lacrime e sale
ad un fiume che scorre ed è dolce
e fa male.
È la vita che è dolce e fa male
quando sei troppo bravo ad urlare
e a non farti sentire. Quando senti il dolore cessare
e vorresti morire.
IX
E come dicono l'amore è vita
e primavera. Ma
non basta
la pioggia lenta dei giorni d'aprile
all'uomo che vuol naufragare.
Non basta
il tepore del sole giallo delle tre
all'uomo che vuole infiammarsi
e nel vento bruciare.
A volte il peccatore prega il suo dio
amore lontano.
A volte. Volti appannati sullo sfondo
e sguardi e parole chiare confuse
sono la sua preghiera.
A volte inginocchiarsi non serve a niente.
X
E pregare è anche correre in bici
nell'agosto bordeaux di montagna e imprecare
pipistrelli nella notte un po' insonne
dal profumo di concime e rivolta.
Non voglio re a governare
la mia giovinezza
né preti a benedirla
né profeti a illuminarla del loro buio.
È difficile credere ancora
agli stessi discorsi e alle stesse parole
di anni spesi a sorridere
e a pensare di amare.
Ogni cosa ha un suo senso ed io voglio capire.
Questa notte voglio chiedermi perché
e voglio pisciare nel fiume e
devastare questa odiosa città e
scacciare i suoi santi a calci nel culo e
capire davvero cos'è che manca e
ghignare come una volta.
XI
Quando ridevamo dei nostri volti marci
e delle nostre vite dannate e inesplose
e di quel che ci mancava.
Ridevamo insieme senza saperlo
e baciavamo le lacrime sui nostri sorrisi
scandendo il ritmo dei nostri piaceri
negando il futuro e ogni nostra visione
per essere grandi e non pensarlo.
Forse ridevamo per non piangere
e per nient'altro.
Ridevamo della peste e della guerra
e delle nostre tasche vuote e strappate
credendo alle bugie del mondo
sfregando forte i boots sull'asfalto
per tenerci in piedi e andare avanti.
Ridevamo del cielo verde e degli alberi viola
e delle montagne sotto il mare
rubando alle rondini le loro briciole
ricucendoci le tasche e gli ombrelli
per scaldarci le mani e non sentire la pioggia.
Forse rubavamo per rivendere
e per nient'altro.
Io rido ancora sotto al cuscino e guardo il cielo
e verso la birra tutta intorno al letto
compro il suo profumo e sigarette morbide e leggere
pregando che lei possa ricordare
per gridarmi che non ero il solo a
morire.
Io rido ancora e di noi due muoio ogni notte
e di certe vite ancora dannate e inesplose
e di tutto quel che ancora mi manca.
E se amo ancora è per cadere senza farmi male
e per non piangere
e per nient'altro.
XII
Le risate del pubblico oltre la porta
rivestono silenzi sussurrati e parole taciute
dalla donna che legge le carte. Promesse
da due soldi e inascoltate
che nessuno manterrà mai.
Sarò io a spalancare la porta e
ad uscire per primo. Sarò un folle poeta buffone
ed avrò ciò che sono
e sarò ciò che voglio.
Non credere a nessuno e ingannarmi di tutto
distruggere e sognare
scrivere e cancellare
e riscrivere.
Non smetterò mai. |
piss&loathe one man band project
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| GIUGNO 2005 |
| WWW.BARABBALIBERATIONFRONT.ORG (già PISSANDLOATHE.TK) presenta
il progetto musicale del secolo PISS&LOATHE: LA BAND o meglio: la one-man band -digicrust strumentale d'avanguardia-
DOPO LUNGHI MESI, MA CHE DICO: GIORNI! - MA CHE DICO: MINUTI!!!! DI GESTAZIONE ECCO PRONTO IL CAPOLAVORO DEI CAPOLAVORI, LO SCONVOLGIMENTO STILISTICO E FILOSOFICO DEI CANONI DELLA MUSICA E DELL'APPROCCIO UMANO ALLA REALTÀ E ALLA NATURA. IL DISCO D'ESORDIO DEI PISS&LOATHE, Copy And Paste Your Lust To Make Last Your Crust, UN'AUTENTICA CINGHIATA DI PUNK IMPRESSIONISTA SUI VOSTRI FRAGILI VOLTI!
È possibile scaricare l'intero album in formato ZIP (9 MB circa) da qui altrimenti cercatelo nelle migliori distro o alle brutte su SoulSeek. _______________________________ COPY AND PASTE YOUR LUST TO MAKE LAST YOUR CRUST full-length (giugno 2005) TRACKLIST:
01 a crude prelude to illude the dude --------------- 02 so why should we spend more loatheful words for you deaf piss-makers? --------------- 03 no easy way out --------------- 04 intellectual haughtiness in its rawest metropolitan expression --------------- 05 der mensch ist etwas, das überwunden werden soll --------------- 06 punkadeka kids never need a mohawk ('cause they are punk inside) --------------- 07 interlude. no human lust is ever played in time --------------- 08 lovin' you (to the moon and back) --------------- 09 ...but crust wasn't built to last --------------- 10 let's start a war on coattocore --------------- 11 dance holdin' on my dick, you empty whore --------------- 12 die tonight (if you say this ain't crust) --------------- 13 we made this record using goldwave v5.06, so what? --------------- 14 celebrating the survival of the intelligent race (as idiots have been driven off) --------------- 15 dischaos (a couple minutes of coma to legitimate our onthological insignificance)
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dio con la minuscola
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| 24 DICEMBRE 2005 |
| Mostratemi quale legge mi vieta
di tagliarmi un pezzo di cuore
per racchiudervi dentro l'amore:
uso il cuore anche per ammazzare
e detesto sovrapporre gli errori.
Possiedo la coscienza morale di un uomo che dorme
vivo della morte dei neuroni e di regole infrante
volo con ali bruciate però volo distante
la fisica è limite e morte ed io so farne a meno.
Porco Dio infame, amfetamine, anarchia e distorsione
è rabbia, amore o sangue che pompa a comando
l'innocente muore di febbre, di poesia e passione
coma etilico overdose d'endorfine non fa differenza
la chimica quella sì è vita e non posso far senza.
Quella che amo più di tutte è la vita bestemmiata
cortili occupati rutti in faccia e monache stuprate
possedere l'amore di una troia o la fica di una fata.
Non m'importa neanche costruire, m'importa modellare
l'universo è marmo informe da scolpire e bombardare.
Il mio grido è tritolo e la poesia è dinamite
ma la guerra un pacifista la fa solo con dio
quello con la minuscola, quello che vende i vestiti
quello che censisce cestina censura le vite.
Sono dio minuscolo io stesso, faccio Genesi ogni giorno
e mi piscio sulle scarpe come fanno gli ubriachi
e in faccia agli dei inumani che mi ridono attorno
darsi delle regole è immorale, molto più che farsele dare
sopravvivere fa male e nulla al mondo è più sleale
di morire.
Noi giusti amiamo vivere e scoparci l'Utopia
per poi mandare al mondo la sua prole
non pensiamo sia una meta l'anarchia
ma godere e incazzarsi ogni ora proprio come far l'amore.
La rivoluzione delle menti nasce dalla mente già in rivolta
la mente di un pazzo o quella di un cretino
dal frastuono inorecchiabile di una chitarra distorta
o la smaniosa insonnia di una notte di vino.
La rivoluzione delle menti è clonazione divina
dà corrente come un lampo a ogni cosa vicina
è sognare di sognare finché viene mattina.
Mattina è mal di testa che tormenta il sonno
del nottambulo rientrato ubriaco e gaudente
solo di notte può fuggire il prigioniero
solo di notte può trionfare il perdente
di notte un nano può pensarsi un gigante.
Mostratemi quale legge mi vieta
d'essere dio in un pianeta di dei
aiutatemi voi a spegnere il sole
o penserò a spegnerlo per cazzi miei. |
AMORIRE o "l'eterno ritorno di te"
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| 27 LUGLIO 2006 |
| Questo è un saggio narrativo minuscolo e improvvisato che ho iscritto alla IVª edizione del concorso Parole In Corsa indetto da Trambus S.p.A., ATAC S.p.A. e Met.Ro. S.p.A. (società di trasporti della capitale - che punk!). Prendetelo per quel che è, una roba del tutto goliardica e ripeto improvvisatissima, solo casualmente (e poco) correlata ai contenuti di Barabba. Il tema era libero, ma tecnicamente ho dovuto attenermi all'articolo 2 del regolamento: I racconti [...] devono avere una lunghezza massima di 90 righe (ogni riga massimo 58 battute, per un totale di 5220 battute, spazi inclusi). Non mandatemi affanculo.
Forse un giorno la materia giungerà al suo confine, e come
uno schermo che si spegne imploderà in se stessa nel pas-
sare d'un istante, ridando forma all'uovo primordiale così
com'era nella notte dei tempi. Soltanto allora un nuovo
big bang, identico all'altro e agli innumerevoli che l'an-
ticiparono nella spirale infinita del tempo, darà vita a
un nuovo universo, e ogni cosa da lì rivivrà. Tutto parrà
tanto odiosamente uguale da esserlo. Persino quegli occhi,
questo viaggio, questi pensieri ubriachi, e questa faccia.
Avete sorrisi imbarazzati e camicie di forza belle e pron-
te di là, per facce come questa. Come se traballare e ghi-
gnare e portar su due ferri di più facesse di uno chissà
che minaccia. Una cresta tagliata male, quattro toppe scu-
cite incollate ai calzoni. Facciamo i seri, che volete che
cambi. Anche occhi come quelli possono offendere, bambina,
chi non può averli. Tirano fuori ciò che è scontato eppure
dissimulato da chi umano e basta non vorrebbe essere mai.
Quella razza di sguardi che ti fa innamorare e tirare giù
versi, vomitare già dopo due doppio malto e dar colpa
all'amfetamina, maledetta droga da polli.
Mai provata l'amfetamina te? No, così, tanto per chiedere.
Oddio, ma vi pare una frase d'approccio decente? Ecco me
la sono giocata, chiaro e lucente com'erano i neon della
stazione prima di filtrarsi tra i finestrini del vagone e
le radiazioni accecanti di Lei. Continuo a distrarmi, la
metro riparte. Barberini così affollata fa sudare freddo.
Droga da polli, comunque - aggiungo a gran voce.
«Ci hai persino la cresta da pollo, tu, guarda un po'».
È tempo di sgranare lo sguardo. Cioè badate, la mia ferma-
ta sarebbe Flaminio. Ma come faccio adesso. Come se non le
bastasse - buon dio - esistere, si è voltata a parlarmi.
Sorride persino, più imbarazzata di prima. Di fatto nean-
che la vedo, le tengo sotto tiro lo sguardo, vedo ciò che
Lei vede. Si risistema con una mano i capelli precipitati
in avanti al frenare del treno. Ha pupille giganti.
«Okay dài avrò detto una cazzata. Chissà poi quante te ne
diranno, sarò la centesima oggi. Pollo, gallo, cose così,
no? Alla fine l'importante è che ci creda tu, il resto…».
L'importante, certo. E il resto poi. Sì, sì, sicuramente.
«Sì insomma, voglio dire». Ha seni ancor più - giganti.
Smettila di guardarmi così. Stiamo stravolgendo i cazzo di
ruoli. Ero io che dovevo guardare, tu solo farti guardare.
Non serviva rispondere, non volevo arrivarci, fingevo.
Cristo santo, fingevo, capisci che fingevo?
«Fingevi cosa, scusa».
Prima cosa io sarei arrivato. O a dirla tutta lo ero, pri-
ma che la metro facesse per ripartire. Secondo sei arro-
gante. Dài, mi rendi complicato anche trovare le parole.
Te l'ha mai fatto notare nessuno quanto sai essere schifo-
samente arrogante? Di' un po'.
«Dunque è per quello che continui a fissarmi».
Mi piacerebbe dirle che non è Lei che guardo ma i frammen-
ti che la rendono Lei, gli occhi verdi e neri e le lentig-
gini arancioni, il tubo di lamiera pure arancione che la
sorregge, i capelli e la sua luce senza colore.
Non sentirti troppo al centro dell'attenzione principessa,
non sto fissando te. Cioè segui il labiale, Scor.Da.Te.Lo.
«Molto bella la cresta comunque. Nel senso… dico davvero».
Molto bella tu. Banalmente. Più umano di sempre. Stai ti-
rando fuori il mio peggio, grazie e soprattutto complimen-
toni. Poi le faccio: Bada che di solito sono meno idiota.
«Maddài che stai andando da dio. Dov'è che scendi te?».
Veramente la mia era Flaminio, ma vabè, non è che avessi
troppo da fare. Mi sono distratto a leggere il volantino
appeso. Okay no volantini, mai uno che regga il gioco. In
pratica sì, ci stavo provando. Ultimamente funziono così.
Ora ride a crepapelle. Anziane moralizzatrici dal belletto
montato a mattoni la guardano indignate, o pure schifate.
«Flaminio!? Maddài! Ma sei un pazzo! Maddài». Ancora ride.
Persino io, nel mio piccolo, abbozzo un Eheh. Voglio che
provi d'essere utile, comoda, considerata, d'essere tutto
ciò che mi scorre attraverso, il mio fiato e la mia pas-
sione. Riesco a urlarle di più: Sei la Mia Vita.
Il tono della risata si gonfia a iperbole mentre riprovo a
distrarmi. 180 gradi più in là si levano schiere di ghigni
imbavagliati e paterni ammiccamenti, che sussurrano Avanti
così giovanotto, ride di gusto questa Tua Vita, stai fun-
zionando. Ed io: Scendiamo alla prossima noi, dico bene?
«Alla prossima. Io sì. A te non so se conviene, c'è di là
il mio tipo… Dài che sei simpatico, una buona la trovi».
Mi frugo il cervello e la tasca in cerca di non so che, un
accendino per fingere d'avere altro da toccare, un vaffan-
culo da poterle sbraitare. Accarezzo la lama fredda di un
coltellino. Io sono addirittura più freddo. Anche il suono
del freno lo è. Le mie mani, pozze fumanti di sangue cola-
to, ora sanno di ferro. Mi conducono via. Le lascio scivo-
lare sul collo la finzione teatrale di un bacio. Forse un
giorno la materia giungerà al suo confine, ogni cosa esis-
tita esisterà ancora, tornerà in circolo il sangue perduto
ed un giorno - mia principessa - io ti amerò ancora.
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semplice
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| 20 MARZO 2007 |
| Una poesia d'amore e cambiamento scritta al momento giusto. È la prima aggiunta che faccio al sito dopo qualcosa come sei mesi. E proprio il tema del cambiamento, rimasto nell'aria per suddetto periodo e finalmente concretizzato, potrebbe chiarire tanti aspetti del mio recente disimpegno.
L'inverno infila le dita ad aghi
dentro ai fori delle persiane
mi somiglia questo momento
ultimo sfogo impetuoso
con decisione già presa
non proverà ad aggrapparsi alle imposte
né avrà mai pensato di restare in attesa.
Bisogna marciare e non sobriamente credere
in questa città dove gli dei non esistono
è tutto disegnato per puntare lo sguardo
badando a non scorgere l'orizzonte
che istinto e pensieri non facciano troppo rumore.
Le stelle non si lasciano neanche guardare
le rose fioriscono in mano agli ambulanti
profumando di plastica e di fatica
nessuno osi mai chiudere gli occhi
e provarsi a fermare
e sognare nell'andarle a annusare.
Ma per lei io credo di nuovo ad un qualche dio
e a un orizzonte dietro le case
per lei credo al destino e alle carte
credo agli oroscopi e credo alle fate.
Credo che lei sia l'unica
e lo sia sempre stata
dall'inizio di tutto
per miliardi e miliardi di anni.
E lì dove la condurrò
a primavera
non servirà neanche uscire di casa
per riavere il nostro fantastico dio
basterà appoggiarsi al balcone
nelle notti di fine maggio
per contare miliardi di stelle
o nei gialli pomeriggi d'aprile
per riempire noi stessi e i vestiti
dell'odore di miele
dei fiori bianchi sui rami.
La condurrò da quelle parti
continuando a baciarle i capelli
stucchevole e sdolcinato
come l'uomo candidamente travolto
dal proprio essere innamorato.
Guiderò prima e poi mi lascerò guidare
scavalcando cancelli chiusi di notte
accarezzando di spalle la panchina di un parco
arrivando a mezza sera in stazione
o semplicemente tacendo e sentendola tacere
e bastare.
Ho l'impressione che bastare
a primavera
per noi semplici d'inverno
sarà più semplice ancora.
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lettera d'amore
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| 30 MAGGIO 2007 |
| Anche questa è una roba abbastanza improvvisata, benché forse non sotto tutti i punti di vista. È un compendio di volgari autocitazioni (sono certo che le individuerete) e richiami a vecchi appunti da cassetto, messi insieme una sera di un mese e mezzo fa per essere iscritti al concorso Lettera D'Amore di Noubs Edizioni, sul cui esito vi terrò informati. Ricordando che, ragazzi miei, lo faccio solo per i soldi (primo premio mille euro).
Caro...
Storceranno il naso quegli altri, sapendoti ancora caro a quest'anima senza catene, e ancora ape e polline a questa baldanzosa quercia senza radici. Storcerei il naso io stesso, in un altro tempo e dio sa da che parte, fuggiasco come sempre fui (e sarei), dietro agli angoli più remoti del mondo.
Se scrivo adesso è per voler spiegare (e venire a capo io stesso, infine) da cosa fuggivo. Quale tremenda visione di morte, quale corrente di fiume impetuoso nell'ultima tempesta di un secolo di siccità. Quale prescritto destino (svanire nel mare), e che alternativa (fuggire appunto, temerariamente fuggire).
Hai i lineamenti di un moribondo e i tuoi monumenti maldestri sono gli occhi di una zingara anziana in amore, luminosi e sgranati, lirici e commoventi come la passione che li tiene sbarrati, ma circondati di vecchio, di sporco, di nervi tirati, di presenti improbabili e futuri irrealizzabili.
E i tuoi asfalti sgretolati sono cerotti sfilacciati sul corpo di un uomo ferito, dei legacci che tengono assieme a fatica ciò che il Tempo stesso ha condannato al disgregamento totale.
Dici di credere all'Apocalisse e le corri incontro con passo deciso, quasi che dia fastidio aspettare, proprio come i tuoi tanti inquilini infelici e prudenti chiusi in una casa o una chiesa a sognare il volo o il naufragio o un più umano e indolore Cambiare.
Se non decidi di morire in fretta, da quelle parti – e scappare non è che crepare per voialtri provinciali – scegli di morire azzannato un pezzo per volta sul piatto rovente della tua anonima (in)esistenza.
C'è anche chi ha scelto d'essere Poesia, fuggire e ogni tanto tornare, provare a vivere come se fosse amare.
E cos'è mai amare se non dar guerra ogni ora alla Santa Apparenza, al normale al solito e a tutto ciò che quelli ti indicano col dito, sicuri, convinti di saperne a ogni istante il nome e la storia.
(Cos’è mai amare – a volte, addirittura fuggire).
Non ho mai avuto radici né vissi un solo istante da albero, tirai su e avanti queste due gambe per muovermi e scegliere IO di che terra nutrirmi, ed oggi fiorito, incantevole e colorato, ti tradisco con l’asfalto e la pietra di un’altra, in un'altra città.
Si marcia senza sforzarsi a credere QUI, in questa metropoli dove gli dei non esistono, è tutto disegnato per puntare lo sguardo badando a non scorgere l'orizzonte, non lasciare che istinto e pensieri si dibattano per fare rumore. QUI le stelle non si lasciano nemmeno guardare, le rose fioriscono in mano agli ambulanti profumando di plastica e di fatica – nessuno oserà mai chiudere gli occhi, e provarsi a fermare, e sognare, nell'andarle a annusare.
Ma chi ha scelto la Poesia, di tanto in tanto le palpebre le sa ancora serrare. E sognandoti una notte di marzo ho reimparato a credere a un qualche dio, e a un orizzonte dietro le case, al destino, ai preti, alle carte, e come i tuoi figli devoti agli oroscopi e persino alle fate.
Le tue fate d’inverno (le incontravo da bambino ogni sera, filando in bici come fosse una slitta sulla via appesa al tuo Appennino indaco) fanno ancora sì con la testa, rivedo anche loro adesso, corporee e presenti, quasi coscienti d’essere state sognate.
Ma quando noi volontari esuli ritorneremo, a primavera, non servirà uscire di casa per riavere il nostro vecchio dio – basterà appoggiarsi al balcone nelle notti d’agosto per contare miliardi di stelle, o nei pomeriggi giallognoli di fine aprile per riempire noi stessi e i vestiti dell'aroma di miele dei fiori bianchi sui rami. Ma avremo un dio anche a novembre, quello che vien sopra fumoso dai tetti, che sa di castagni umidi e di argilla e di cemento bruciato, e sale per il gusto di riscendere in strada e abbracciarci da dentro, e soffocarci un istante prima di redimere i nostri corpi nel Vento.
Dici di credere all’Apocalisse, io credo all’Eterno Ritorno, alle stagioni che si alternano creando cerchi minuscoli, allegorie dell’Eterno, credo alla vita che si ripete, e a ogni cosa del mondo che muore e rinasce, e muore, e rinasce.
La prossima volta che vivo mi piacerebbe tanto spuntare lì, foglia verde ad ago in cima all’abete gigante della villa nel Corso, la villa con l’aquila e la fontana, e con immaginari occhi puntati verso te e verso gli umidi infiniti della valle che sovrasti, mi piacerebbe guardarti ancora una volta da sopra, albagico e altezzoso come del resto mi plasmasti, disgustato dai complessi d’inettitudine della tua gente e di ogni tuo atto, eppure…
Eppure guardarti, guardarti, guardarti – anch’io stucchevole e sdolcinato, e provinciale e semplice e inetto come l’uomo candidamente travolto dal proprio essere innamorato.
È vero, il solo autentico amore è quello che aspetta, che aspetta e si fa aspettare. Coroneremo il nostro sovrano in quell’altra esistenza (la mia vita da ago d’abete), in questa gli asfalti sulla tua rena e sotto i miei anfibi continueranno a tenersi distanti.
Pensa all’universo che si espande e si realizza, e correndo avanti sa che dovrà rifare il giro, come tutto ciò ch’è infinito – pensa d’essere infinito tu stesso (come l’amore), e proverai quel che io stesso sento, e darai una ragione al nostro essere cari e distanti.
Cari… e nel frattempo, continuino pure a storcere il naso.
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winterness
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| 02 LUGLIO 2007 |
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Mi metto in tasca l'asfalto rovente e i fiori e il barbecue
dei vicini, o per lo meno: me ne metto in tasca l'odore.
Sentire ma non toccare è la santa legge di luglio
da queste parti. La finestra di casa è un filtro e l'intero
mondo un dubbio, l'inverno intuizione che diventa emozione.
Mi metto in tasca l'astrazione di tutto ciò che è vero, il racconto
di un sogno, l'odore dell'erba verde calpestata da gocce di pioggia
già dissolte nell'aria bruciata. Sentire ma non toccare, signori,
le cose vere a luglio stanno nell'aria, cercarne la causa
può farle morire. Sento voglia d'inverno, emozioni congelate
per decisioni sicure, e perché no, tendenze suicide e buio
di mattina, sento voglia di Nord, vento in faccia e potenza.
Sentire ma non toccare, signori: non vorrete farle appassire.
Sento odore di Felicità in questo luglio ed ho voglia d'inverno
e di possederla. Dietro a ogni odore c'è un oggetto e una causa
che vorresti toccare. E anche Lei la vorresti toccare, e vorresti parlare
e parlare ancora poiché non ti basta - e non ti basta, e non
basterà mai, immaginarla parlare.
Infine smetterla con la fantasia.
Ma la fantasia è una cella frigorifera che protegge ogni cosa
e non lascia morire, anzi rende dura e tagliente e lucente e viva
ogni cosa che ameresti possedere e non solo sentire.
Mi metto in tasca il Suo nome e le migliori fotografie e continuo
a sospirare. Una vita con Lei, o anche mezza o diciamo soltanto
un istante, che può cambiare. Imbarazzo, parole sbagliate, tremore,
il più insignificante momento. Io so bene che ogni cosa come l'inverno
anche nel luglio più secco e bollente è destinata a tornare.
E so come fare per farla bastare.
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AMORIRE #2 o "repetita juvant"
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| 29 LUGLIO 2007 |
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| 05.02.2008 :: Questa qui alla fine l'ho 'tagliata' perché, diciamoci la verità, faceva un po' cagare. | |
il volo
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| 22 AGOSTO 2007 |
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Tutto fu ambìto / e tutto fu tentato. / Quel che non fu fatto
io lo sognai; / e tanto era l'ardore / che il sogno eguagliò l'atto.
GABRIELE D'ANNUNZIO, Laudi, Maia
Esaurimmo ogni plausibile risposta
divertiti come chi oramai non teme e vede e pensa,
la domanda successiva era nascosta
dietro l’ardere accecante della nostra supponenza.
A mezzodì il sole abbagliava la piazza
non vedevamo l’ombra, il dubbio, la nostra sconvenienza
come un ubriaco od un’amante pazza
faticano a scindere il certo e l’ammaliante parvenza.
Dopo le otto la piazza ingigantiva,
la tua bellezza si stampava bislunga sull’asfalto,
impressione possente palese e viva
un po’ smorzata nell’arancio del sole meno alto,
nell’ultimo tramonto venuto invano,
alibi sfacciato, scusa inconsistente e senza smalto
per tenerci ancora mano nella mano
come chi mirando cielo e terra anela al grande salto.
Il sogno avuto qui e compiuto lontano.
Il volo di noi due a metà agosto,
la scoperta del mondo a ogni costo,
pel gusto già di domandare, non ché ci fosse poi risposto.
Di che avresti amato indagare, se siamo,
mio amore, o perché, se moriremo o non vivemmo mai,
se è vita viva quel che siamo e sentiamo
o un’età della materia informe in un continuo viavai,
corpi nudi così infreddoliti e sciocchi
da pensare d’esistere, porcili astratti e puttanai,
microbi inetti che puntano ciechi occhi
per eterne frazioni d’eterno su inesistenti guai.
O prediligi il tempo umano, milady,
quello che apre i sensi e li uccide o così fa sembrare,
che rende logico l’assurdo che vedi,
colui che finge in essere il suo ininterrotto mutare.
Il tempo della chimica e del pensiero,
dell’attesa di me la sera, della pioggia sul mare,
dell’ambìto, del vaneggiato e del vero,
del tabacco che si consuma, della noia e di amare.
Il tempo arancio ripassato sul nero.
Il volo di noi due a metà agosto,
godimento del mondo a ogni costo,
innamorarsi e innamorare, senza dire come e in che posto.
Schernivi acre e mefistofelica il sacro,
grossolana classifica a punti dei nostri tesori,
gustando briosa l’avvilimento e il massacro
di quel dio disumano e dei suoi evangelizzatori.
Sacro e eterno non fu il padre ma i figli,
festosamente costretti a riavere forme e colori
come mimose a marzo o d’estate i gigli
fabbriche inesauribili di frenesie e di odori.
L’identico riaversi dell’universo
empio e fatale sarà la legge che proibisce ogni legge,
nessun prete né imperatore perverso
legislerà mai l’ordine tragico che ci sorregge.
Lo scoppio incessante del cuore del mondo,
l’inseguirsi furioso di mille miliardi di schegge,
ci renderà fiamme del fuoco rotondo,
immortali e liete come ciò che l’eterno protegge.
Il sempre nell’ora, il culmine nel fondo.
Il volo di noi due a metà agosto,
la potenza del mondo a ogni costo
gonfierà di vento le tasche, e non diremo mai non c’è posto.
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tripudio d'inverno o "del perfetto amore"
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| 02 GENNAIO 2008 |
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Ho voglia d’orge e puttane e mucose riciclate
e eroina, cosa c’è di male, scelte estreme
e l’inebriante azzardo di azioni
senza nome e istruzioni.
Voglio leggere il mio nome marchiato
a fuoco e amore sul seno di una vergine, spararle
in fica e gettare il suo corpo squartato nel fiume, specchiando
dentro il mio volto, pensando che arriveranno al mare
insieme. Mi farebbe comodo una lavagna a muro
su cui riprodurre le configurazioni neuronali
di una certa notte d’ottobre, mostrare al mondo le ragioni chimiche
di questo improvviso professarmi Dio. Potrei spargere tagliole
e lacci nel bosco, veder crepare nel sangue la libertà del cazzo
menzogna assurda di questo assurdo universo.
Voglio dare un senso a ciò che esiste, ché una spiegazione
a me stesso è tutto quel che so dare: ho provato a donare altrui
il mondo, e tutta la mia vita – ma non era un cazzo, e non
è mai valso niente per te, amore mio, lo capisco adesso. E
ora sputo sul mio passato e piscio sul futuro (le mie speranze
di cartone, reinterpretazioni in scala di grigi di sogni colorati
da bambino). E faccio come se il presente non ci sia.
Oggi non possiedo che rabbia, estasi isterica e felicità
recitata, e mi pitturo di bianco e di nero per risaltare
su questo sfondo di cartastagnola. Alterno insulti a versi d’amore
e tutto ciò che rimane di me è essere esagerato, come
ai tempi audaci che di certe cose – noi – ce ne fregavamo. Ma
è l’estrema ripercussione dell’estremo amore, e merita
d’essere celebrata al suono dell’estremo tripudio.
Ho voglia d’orge e puttane e di colpi assestati
come non avessi mai vissuto, affogare nelle lacrime
e nel sonno e perdonare a te il dolore
e la nostra fatalità a Dio, quello vero, mai creduto
e buono finora da queste parti giusto per bestemmiare.
Io perdono il dolore e il vacuo orrore di ciò che sei, e
smetto di ucciderti per cessare di morire, ora semplicemente
comincio a aspettare, ancora estremo, esagerato
e incontenibile – semplicemente aspettare.
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